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venerdì 23 gennaio 2026

CLASSIFICA DI 120 DISCHI DEL 2025 DAL PEGGIORE AL MIGLIORE

120) Addison Rae con “Addison”: questa giovane di 25 anni fa il pop come non lo intendo io, caotico e con testi banali, che inneggiano tutto ciò a cui non credo, non so se volutamente oppure no. Ma non m’interessa nemmeno saperlo.  

119) Gazzelle con “Indi”: non ce la faccio a sostenerlo proprio, questo tipo spicciolo di cantautorato indie (pop) italiano. Nonostante la voce del nostro riesca comunque a differenziarsi da molte altre.

118) Prima Stanza a Destra con “Amanda”: un brevissimo album per questo giovane, nuovo misterioso cantautore semi-sconosciuto dalla voce androgina. Canzoni indirizzate più per delle malinconiche ragazzine dal cuore infranto che ad un pubblico ampio.

117) TonyPitony con “TONYPITONY”: se preso come un gioco, questo album può risultare divertente da cantare a squarciagola con gli amici. Realisticamente parlando, invece, i testi politicamente scorretti colpiscono in parte, risultando spesso trash.

116) FKA Twigs con “Eusexua Afterglow”: seguito spirituale di un disco che troveremo fortunatamente più in alto; questo rimane decisamente più insipido, dalle buone sonorità, ma con nemmeno una canzone memorabile o degna di nota.  

115) Lady Gaga con “Mayhem”: una delle cantanti più sopravvalutate degli ultimi anni torna con un disco di pop estremamente orecchiabile e dalle canzoni quasi tutte uguali. È riuscito perfino a farmi arrabbiare perché, dopo tredici canzoni cantante dalla sola Germanotta, una rarità di questi tempi con dischi pieni zeppi di collaborazioni, l’ultima traccia è un duetto spocchioso con un randomico Bruno Mars.

114) Justin Bieber con “Swag”: lasciate da parte i pregiudizi che hanno sempre accompagnato questo ragazzo e provate ad ascoltare questo suo personale, intimo, nuovo disco (anche se alla lunga risulta stucchevole).

113) Imperial Triumphant con “Goldstar”: non un brutto disco, intendiamoci, ma viene suonato il metal come non lo intendo, né capisco, né digerisco. Peccato.

112) Yeule con “Evangelic Girl is a Gun”: acclamata artista da Singapore, con un breve disco pop dalle sonorità synth. Non male nel suo insieme, ma nessuna canzone resta memorabile, peccato.

111) Sophie Ellis-Bextor con “Perimenopop”: un bel disco dance-pop di vecchia scuola, d’altronde parliamo di una cantante dalla carriera quasi trentennale.

110) Taylor Swift con “The life of a Showgirl”: il mio primo approccio con la musica della cantante donna più famosa del mondo non è affatto catastrofico come temevo, anzi, diverse canzoni sono rimaste a lungo nella mia testa. Pop d’intrattenimento.

109) Sabrina Carpenter con “Man’s Best Friend”: anche con questo disco temevo il peggio; invece, mi ha colpito anche più del precedente. La Carpenter resta un personaggio costruito a tavolino, provocatorio solo in parte, ma dalla musica pop molto onesta e sempliciotta. Rimane anche più memorabile e simpatica della Swift!

108) Lucio Corsi con “Volevo essere un duro”: il fenomeno Lucio Corsi, punta di diamante dell’indie falsamente impegnato, e “solo” secondo al Festival di Sanremo di quest’anno, sforna un breve album di canzoni pop tutte orecchiabili e gradevoli, che fanno il verso a Renato Zero e Ivan Graziani. Forse Lucio, questa volta, non aveva molto da dire, data la scarna durata dell’album e delle canzoni in generale.

107) Rosalia con “Lux”: acclamato disco della giovane cantautrice spagnola, qui alle prese quasi con un concept sulle sante di vari paesi. Brava a scrivere testi interessanti e nel cimentarsi nel cantato in tantissime lingue diverse, dall’italiano (addirittura siciliano!) al cinese, passando per il francese; purtroppo, il disco rimane troppo lungo e spesso annoia.

106) Bad Bunny con “Debí tirar más fotos: uno dei dischi che ha fatto questo 2025. Non amando la musica di questo famosissimo rapper, non l’ho capito fino in fondo, ma ne ho apprezzato le influenze caraibiche e i ritornelli finalmente più memorabili del solito.

105) Cleopatrick con “Fake Moon”: catturato dalla copertina del disco, ho dato una chance a questo duo canadese. Purtroppo, il loro indie mi ha lasciato a bocca asciutta e indifferente.

104) Cleopatrick con “Scrap”: secondo disco in un anno di questo duo, leggermente meglio del sopracitato, ma nulla più.

103) Folk Bitch Trio con “Now Would Be a Good Time”: visto il titolo di questo trio tutto al femminile, mi aspettavo una musica ruggente; invece, mi sono trovato difronte un disco dalle sonorità fin troppo dolci. Spiazzante, di sicuro, ma non è certo un pregio in questo caso.

102) Tennis con “Face Down In The Garden”: l’ultimo album di questo duo composto da moglie e marito è un addio al loro progetto. La tragicità di questo momento si percepisce in parte, poiché il loro indie rock rimane fin troppo allegro e accessibile.

101) Neil Young con “Talkin to the trees”: un ormai decadente Neil Young, uno dei più grandi rocker di sempre, con un disco vecchio e assai poco memorabile, forse uno dei peggiori della sua lunghissima e longeva carriera. Per sua fortuna ha all’interno due o tre frecce ancora da scoccare. Lunga vita a Neil Young!

100) Jane Remover con “Revengesekeerz”: una delle punte di diamante dell’underground statunitense, con un hyperpop che a me risulta indigesto come poche altre cose al mondo. Per sua fortuna, l’immensa popolarità di questa musica smentisce i miei pareri errati.

99) Ear con “The Most Dear and the Future”: un breve EP di canzoni particolari, vorticosi, un synth da ascoltare con le cuffiette per percepire al meglio la circolarità del suono.

98) Miffle con “Goodbye, World!”: un disco molto breve con sonorità minimali e synth. Simpatica la copertina.

97) Noverte con “Life in Minor”: un piccolo EP di una band italiana di post-hardcore e dai testi urlati più che cantati.

96) The Mars Volta con “Lucro Sucio; los ojos del vacio”: i Mars Volta non saranno più il gruppo funky di una volta, ma la parte strumentale quasi psichedelica e tribale è perfetta, anche se il disco nel suo insieme non convince al 100%.

95) Anthony Szmierek con “Service Station At The End Of The Universe”: un disco di poetry-pop, ovvero spoken, parlato, con poche parti effettivamente cantate. Spesso ripetitivo, l’ho trovato tuttavia interessante.

94) Marco Castello con “Quaglia Sovversiva”: popolarità smisurata per questo giovane, nuovo cantautore italiano funky-folk di siracusa, con il suo terzo album. Un disco che ripete le sonorità del precedente, ma che convince più che altro per le parti in dialetto. Ah, se fosse stato tutto così …

93) Guided By Voices con “Universe Room”: questa band ha esordito addirittura nel 1983, e questo si nota soprattutto nella voce stanca e quasi provata del nostro cantante, Robert Pollard, giunto al quarantunesimo lavoro. Stanco, forse stanchissimo, ma resiliente.

92) Self Esteem con “A Complicated Woman”: un disco femminile molto personale, potente, che si divide quasi tra gospel e pop da cuffiette.

91) Joe Valence & Brae con “HYPERYOUTH”: il duo hip-hop sforna un disco sorprendente, perfetto persino per una serata in discoteca.

90) Mike con “Showbiz!”: disco di hip hop vecchia scuola, con molti campionamenti e influenze da generi diversi. Orecchiabile e godibile.

89) Tyler, The Creator con “Don’t Tap The Glass”: clamorosamente basso in questa classifica, ma dal rapper di “Igor” ci si aspetta sempre di più e non un album altalenante di soli 28 minuti. Peccato, forse doveva prendersi una piccola pausa dal precedente disco (dopotutto in classifica, ma molto più in alto, anche lo scorso anno).

88) Ninajirachi con “I Love My Computer”: musica elettronica memorabile. Un inno ai computer, alla tecnologica, ma orecchiabile per moltissimi fruitori.

87) The Callous Daoboys con “I Don’t Want See You In Heaven”: un metal di una band che, leggendo i commenti, è oggetto di meme. Non so perché, dato che il loro metal è influenzato da diverse sonorità pop e risulta tutto sommato gradevole.

86) L.S. Dunes con “Violet”: un bel disco di questa band post-hardcore e con tracce di emo, al ritorno sulle scene dopo tre anni. Particolare la voce del nostro, che potrà piacere oppure no.

85) I Cani con “Post Mortem”: I Cani tornano con un buon disco dai testi taglienti al punto giusto. Colpisce appunto più per le parole più che per la musica in sé.

84) Black Foxxes con “The Haar”: un disco oscuro, personale, sofferente. Un paio di canzoni estremamente memorabili, poi tanta atmosfera post-punk.

83) Steve Gunn con “Daylight Daylight”: una folk music molto dolce, sussurrata, come si faceva solo un tempo. Infatti, sembra un disco uscito negli anni ’70. Ma è un pregio.

82) Deafheaven con “Lonely People With Power”: acclamato disco di questa nota band post-metal, blackgaze, che torna finalmente dopo quattro anni di attesa. E lo fa alla grande. Si trova così in basso solo perché non sono fan del genere.

81) The Armed con “THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED”: un disco hardcore che picchia duro, dal primo all’ultimo istante. Assolutamente non per il grande pubblico.

80) Agricolutre con “Spiritual Sound”: un disco metal notevole, dalle atmosfere rarefatte, dark, oscure.

79) Arcade Fire con “Pink Elephant”: una delle band di alternative rock migliori degli anni duemila, ma in questo caso non convincono appieno - c’è qualcosa che non va. Probabilmente la delusione dell’anno.

78) The New Eves con “The New Eve Is Rising”: mi aspettavo un qualcosa di più da queste ragazze. Un disco non così aggressivo e graffiante come mi aspettavo. Ma tutto sommato riuscito.

77) Suede con “Antidepressants”: ah, ed eccoci con i mitici Suede, band storica del fenomeno Britpop, che torna dopo tre anni con un disco post-punk dalle sonorità oscure, a partire dalla copertina! Una lezione di rinnovamento per parecchie altre band.

76) The Hives con “The Hives Forever Forever The Hives”: parte in sordina, poi il rock, quasi pop-punk, esplode e il disco diventa finalmente memorabile e una boccata d’aria fresca di questi tempi, anche se la band in questione non ha di certo esordito l’altro ieri.

75) Tori Amos con “The Music of Tori and The Muses”: si tratta della colonna sonora di un libro per bambini. L’ho ascoltato perché la dea Tori va sempre e per sempre ascoltata, anche nei suoi lavori meno probabili.

74) Brian Ferry & Amelia Baratt con “Loose Talk”: immagino conosciate tutti Brian Ferry, ex storica voce dei Roxy Music … ecco, qui ha spiazzato un po’ chiunque, con un disco dove lui suona il piano e la Baratt fa spoken, narrando storie che forse solo un autoctono può capire. Un progetto assurdo per uno come Ferry, ma che proprio soltanto uno con il suo passato poteva pensare e avere il coraggio di realizzare nel 2025.

73) Poor Creature con “All Smiles Tonight”: con questo disco si viene catapultati in Irlanda, con un folk intimo e, appunto, molto … irlandese!

72) Alex G con “Headlights”: Alexander Giannascoli, classe ’93, è già una garanzia e questo è il suo decimo album in appena quattordici anni. Nonostante ciò, il chitarrista di Havertown è ancora capace di creare canzoni pop-rock perfettamente orecchiabili e godibili.

71) Van Morrison con “Remembering Now”: 80 anni e non sentirli per uno dei cantautori folk più importanti di sempre, che ha da sempre sfornato un album dopo l’altro. Il livello forse può variare, ma la qualità e la classe sfoggiata è pur sempre quella di un Maestro.

70) Robert Plant con “Saving Grace”: un altro grande vecchio della musica rock, l’ex frontman dei Led Zeppelin, torna con un disco interessante, che solo con la maturità poteva creare. Accompagnato dalla voce di Suzi Dian, i due cantano cover o canzoni tradizionali, compiendo così quasi un viaggio spirituale attraverso la storica musica folk e country statunitense.

69) Neil Young con “Coastal”: ancora il grande Neil Young con la colonna sonora omonima del film documentario uscito quest’anno su un suo tour. Ci sono molte canzoni storiche che fa sempre molto piacere ascoltare. Emozionante.

68) Caparezza con “Orbit Orbit”: l’atteso ritorno di Caparezza, uno dei nostri cantanti più intelligenti, con un concept dedicato allo spazio e ispirato dai fumetti che lo hanno cresciuto. Un Caparezza cosmico ci accompagna per un’ora in giro per lo spazio con il suo solito humor e testi intellettuali.

67) La Niña con “Furèsta”: questa è una delle più grandi speranze della musica italiana. Una giovane cantautrice napoletana che usa la folk music (no, non il neomelodico, ma la vera musica folk del Sud) per esprimere la sua poetica femminista. Sembra di ascoltare una strega ballare e cantare i suoi incantesimi e anatemi in un bosco. Folgorante. Aspettiamo con trepidazione un LP.

66) Miley Cyrus con “Something Beautiful”: una delle sorprese dell’anno. Un album sentito, personale, di rinascita, con tante canzoni che rimangono nella testa del fruitore. Un pop quasi vecchio stampo, finalmente.

65) Danny Brown con “Stardust”: un discreto disco di hip hop da uno dei suoi esponenti più celebri. Alcune collaborazioni davvero azzeccate, come quella nella traccia “The End”, con l’ipnotico ritornello cantato in ucraino da Ta Ukrainka.

64) FKA Twigs con “Eusexua”: disco molto interessante dalle sonorità techno, sperimentali, eppure pop e orecchiabile per chiunque. Questa giovane ragazza rimane una delle voci più interessanti del panorama mondiale e una artista a 360 gradi.

63) Oklou con “Choke Enough”: Marylou Vanina Mayniel, giovane ragazza francese, in arte Oklou, debutta con un album apprezzato dalla critica e anche dal sottoscritto. Un synth-pop molto personale fa da cornice a questo progetto. Le premesse ci sono tutte.

62) Mark Pritchard & Tom Yorke con “Tall Tales”: quando c’è di mezzo Yorke, il cantante dei Radiohead, allora si va sul sicuro. Sempre. Anche quando collabora con altri artisti.  

61) Emma Louise & Flume con “Dumb”: dopo l’EP con JPEGMAFIA sempre del 2025, Flume fa un’altra collaborazione. Lui alla parte elettronica, tale Emma al canto. Ne esce fuori un disco molto bello, un mix dalle sonorità dirompenti e dal cantato dolce. Da ascoltare!

60) The Weeknd con “Hurry Up Tomorrow”: un disco forse troppo lungo, ma che suona benissimo grazie alle sue atmosfere soffuse, un omaggio al synth anni ’80 ma con un tocco di futurismo, quasi fosse uscito dalle immagini di un “Blade Runner”.

59) Hailey Williams con “Ego Death At A Bachelorette Party”: la cantante dei Paramore in un disco solista di pop-rock molto gradevole, dai ritornelli orecchiabili e da cantare a voce alta, da soli o in compagnia.

58) The Waterboys con “Life, Death and Dennis Hopper”: un disco altalenante, troppo lungo, ma con almeno metà canzoni riuscite alla grande. Un country rock old style per questi veterani scozzesi che suonano dal 1983. Si avvale dei featuring di Bruce Springsteen, Fiona Apple e Steve Earle!

57) NewDad con “Altar”: il pop-rock come dovrebbe sempre essere.

56) Twenty One Pilots con “Breach”: il duo di Columbus con il suo rock potente, sfrenato, ma fruibile da chiunque. Leggermente lungo, comunque sa come colpire, soprattutto per quanto riguarda i singoli.

55) Saint Motel con “Afterglow”: seconda parte di un dittico memorabile per una band con la quale sono cresciuto e che trovo sempre molto sottovalutata. Ricordate la hit “My Type”? Sì, erano loro.  

54) Saint Motel con “Saint Motel & The Symphony in the Sky”: il pop come dovrebbe sempre suonare in un mondo ideale.

53) MacMiller con “Balloonerism”: il compianto rapper con il secondo album uscito postumo dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 2018. Livelli altissimi, canzoni malinconiche ma stupende. Quando si ha a che fare con questi lavori, però, sorge sempre il dubbio: l’artista avrebbe voluto davvero così l’album? E quanto la produzione avrà realmente influito nel risultato finale …

52) Ethel Cain con “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You”: la più grande speranza per la musica alternativa a stelle e strisce, con due album in un solo anno, con la quale si è consacrata più o meno a tutti. Dalla durata di oltre un’ora, è un viaggio slowcore intimo e oscuro, perfetto da ascoltare al buio, o in macchina.

51) Ethel Cain con “Perverts”: come poteva la Cain spingersi oltre? Ecco “Perverts”, un viaggio di un’ora e mezza tra drone music e cantautorato da ascoltare, questa volta, nelle campagne del gotico Sud statunitense.

50) Lebanon Hanover con “Asylum Lullabies”: il duo svizzero porta a testa alta la bandiera del rock gotico. Musica coraggiosa, di questi tempi.

49) The Zen Circus con “Il Male”: seppur lontani e diversi dai primi, irriverenti lavori, il gruppo di Pisa rimane uno dei migliori esempi in Italia di alternative rock. Parole mai banali e musica suonata alla grande, con massima passione.

48) Messa con “The Spin”: sembrerebbe in tutto e per tutto un disco internazionale, eppure si tratta di metal tutto made in Italy. Un disco quasi clamoroso che aggiunge a quel genere anche tocchi di jazz. “The Dress” è all’unanime uno dei pezzi migliori di tutto il 2025! Fossero tutte così visionarie le band italiane …

47) Park Jiha con “All Living Things”: la sudcorea non è soltanto K-POP, ma ci sono anche artisti del genere. Una donna polistrumentista, che ci delizia con la folk music tramite strumenti interamente tradizionali. La sua musica ricorda il suono degli uccelli nei verdi boschi coreani.

46) Rob Mazurek con “Nestor’s Nest”: il clarinettista Mazurek ci regala un disco caotico, immerso nelle atmosfere della natura, che mischia schegge jazz e noise.

45) Aya con “Hexed!”: pura energia, esplosione di sonorità elettroniche, hardcore, rock, in un calderone infernale e spiazzante.

44) Geese con “Getting Killed”: un art rock molto promettente, soprattutto per il futuro della musica, con la voce del nostro frontman fin troppo particolare, che la si ama o la si odia.

43) Mulatu Astakte con “Mulatu plays Mulatu”: l’ottantaduenne etiope con un disco jazz e di world music davvero bello, suonato come fosse un ragazzino.

42) Mac DeMarco con “Guitar”: il buon DeMarco non sbaglia mai, è una garanzia nella sua comfort zone di un album di soft rock da mezz’ora.

41) Mogwai con “The Bad Fire”: gli scozzesi Mogwai, ormai dei veri e propri veterani, con il loro emozionante post-rock quasi interamente strumentale. Suonato divinamente.

40) Patrick Watson con “Uh Oh”: un altro disco riuscito di questo raffinato cantautore canadese, che canta in inglese e in francese senza alcun problema, districandosi sempre alla grandissima.

39) Frankie Cosmos con “Different Talking”: artista molto dolce, suffusa, che canta il suo indie rock molto orecchiabile e intimo, quasi sussurrato. Sempre una garanzia, Frankie.

38) Billy Woods con “Williwog”: un disco di hip hop non facile, molto inquietante, con campionamenti dalle tinte horror, che arricchiscono un disco altrimenti “normale” e che invece lo innalzano a qualcosa di diverso dal solito.

37) Backxwash con “Only Dust Remains”: il giovane rapper zambo-canadese rimane uno dei più interessarti artisti del suo campo. Sempre vale la pena ascoltare ciò che ha da dire. La sua musica è spettacolare, tra tradizione e avanguardia.

36) Clipse con “Let God Sort Em Out”: un gangsta rap visionario, immersivo, perfetto per chiunque. Un rap vecchia scuola, ma che guarda anche al futuro. Promosso a pieni voti.

35) Shame con “Cutthroat”: questa giovane band del Sud di Londra cavalca l’onda del momento dalle loro parti, ovvero il post-punk. Quello che suonano è dunque il più classico post-punk revival, ma lo fanno benissimo, c’è poco da dire.

34) Deftones con “Private Music”: dopo cinque anni di pausa, il ritorno di questa band che produce un notevole disco di alternative metal che sfocia anche nella shoegaze, conferendo al tutto le giuste atmosfere.

33) Igorrr con “Amen”: l’artista polistrumentista francese Gautier Serre torna anche lui dopo cinque anni di pausa con un nuovo disco di black metal sperimentale, con influenze gotiche, suonato puntualmente, ma capace anche di emozionare. Una messa infernale.

32) Faetooth con “Labyrinthine”: uno dei dischi metal più belli, anzi, forse il più bello. Merita un ascolto da parte di tutti, anche da quelli meni avvezzi al genere.

31) Tame Impala con “Deadbeat”: Kevin Parker realizza un altro progetto solista di spessore, col suo solito synth preciso, chirurgico, capace di colpire chi ascolta e di scaldargli puntualmente il cuore.

30) Venturing con “Ghostholding”: questa ragazza non è altro che Jane Remover (vedi posizione 100) sotto falso nome; qui abbandona il suo amato hyperpop per concentrarsi su sonorità indie, emo, soft … già ve ne avevo parlato con l’EP uscito lo scorso anno; in questo 2025 amplia la durata del progetto, ovviamente, e ci regala un disco interessante e che esce dalla sua comfort zone.

29) Stereolab con “Instant Holograms On Metal Film”: dopo quindici anni di attesa, ecco il ritorno di questa storica band anglo-francese, con un disco di rock soffuso dalla durata di un’ora. Un’ora che passa velocemente e che vi farà sembrare di vivere un sogno o stare tra le nuvole.

28) Cate Le Bon con “Michelangelo Dying”: una sicurezza questa cantautrice gallese, che canta il suo personale folk come una mistica sacerdotessa.

27) Florence + The Machine con “Everydoby Scream”: il ritorno di Florence e della sua banda con la sua classica musica femminile, femminista, con cui lancia i suoi anatemi da strega. Altro lavoro imperdibile.

26) Glaive con “Y’all”: il giovanissimo Ash Blue Guitierrez, classe 2005 (!), è già al terzo disco in tre anni. La sua musica è un miscuglio perfetto tra hyperpop, indie rock e parti rap. Disco che ho amato a partire dalla copertina, il disegno di un calciatore con la maglia della Juventus!

25) Yung Lean con “Jonatan”: il rapper svedese ci regala un disco abbastanza bistrattato; io che ne capisco poco, per forza di cose, l’ho amato! Tracce di hip hop, certo, ma soprattutto tantissimo rock, art rock, indie, tracce di emo. Canzoni orecchiabili e memorabili. A me ha conquistato in pieno, sarò strano io.

24) P38 con “DITTATURA”: allora, questi ragazzi sono i soli in Italia capaci di scrivere testi veri, crudi, i più onesti e veritieri possibili, capaci come nessun altro di criticare, imbarazzare e mettere in mutande il sistema. E questo lo si nota con tutto quello che passano ogni volta con le autorità. In più mettiamoci una trap fatta con criterio e dal respiro internazionale e il più è fatto. Lunga vita ai compagni della P38!

23) Candelabro con “Deseo, carne y voluntad”: dal Perù arriva questa band che suona un rock leggero unito alla folk music. Il mix di generi e stili diversi funziona benissimo, regalando al pubblico un album indipendente emozionante, anche nella sua lunga durata.  

22) Gwenifer Raymond con “Last Night I Heard The Dog Star Bark”: la musica totalmente strumentale di questa ragazza che sembra ricalcare, con la sua chitarra, i passi di Sandy Bull.

21) Neil Young con “Oceanside Countryside”: dagli sterminati archivi di questo leggendario artista, ecco recuperato un altro lavoro composto nel 1977 a Malibu, subito dopo la registrazione di “Comes a time”. Il terzo album del 2025 di Young è decisamente quello più bello, non avendo nulla da invidiare ai lavori di quegli anni. Peccato sia stato scartato ai tempi, fortuna sia stato conservato per tutti questi anni. Riesumato.

20) Pulp con “More”: tornano clamorosamente dopo 24 anni i grandissimi Pulp, esponenti minori del Britpop, e lo fanno rinnovando le loro sonorità e regalandoci un pop moderno e anche perfetto da ballare.

19) Neptunian Maximalism con “Le Sacre Du Soleil Invancu”: la psichedelia è sana e salva grazie a questi ragazzi belgi che suonano musica pura e spirituale come nessun altro in giro per il mondo.

18) Model/Actriz con “Pirouette”: sembrano dei veterani, questi ragazzi che hanno all’attivo solo due dischi. La loro musica è difficile da raccontata, va ascoltata. Vi basta sapere che il loro è un dance-punk sperimentale e visionario.

17) U.S. Girls con “Scratch It”: il progetto solista di Meghan Remy mi aveva catturato già dal 2018. Seppur diversa da quei tempi, la sua musica è capace di emozionarmi, anche in questa nuova sua virata nel country più intimo.

16) Thee Headcotees con “Man-Trap”: il disco punk dell’anno. Un gruppo tutto al femminile che espone con rabbia la propria musica. Presente anche una cover di “Paint It, Black” degli Stones.

15) Maruja con “Pain to Power”: la sorpresa dell’anno. Da Manchester una band che picchia duro, muovendosi tra jazz, noise e rock. Un esperimento imperdibile e che ha colpito più meno tutti, vedendo quante volte è stato citato nelle svariate classifiche di fine anno. Mostruosi.

14) Wet Leg con “Moisturizer”: questa band, ma dove a cantare sono due ragazze, l’ho sempre amata. I loro singoli power pop sono elettrizzanti e potenti, una botta di adrenalina. Tre anni dopo il loro folgorante esordio, li trovo migliorati sotto ogni aspetto.

13) Viagra Boys con “Viagr Aboys”: escluso il titolo, per il resto ci troviamo dinanzi un altro lavoro eccezionale di questa band post-punk svedese che rimane tra le più interessanti nel panorama internazionale.

12) Ciśnienie con “(Angry Noises)”: dalla polonia arriva questa band dal nome particolare, “Pressione” in italiano, che con sole lunghe quattro tracce decide di irrompere in modo furioso, pressando e schiacciando la scena rock mondiale. Il loro jazz-rock acido, unito al noise e al progressive non ha forse precedenti in questi ultimi anni. Assurdo.

11) Clipping con “Dead Channel Sky”: l’hip hop sperimentale, industrial, di questa band mi ha folgorato e stregato, ipnotizzato. Sfiora di poco la top 10, ma davvero di pochissimo. Eccellente.

10) Franz Ferdinand con “The Human Fear”: quanti avranno abbandonato, nel corso degli anni, questa band esplosa durante la moda dell’alternative rock dei primi anni duemila? In molti, ma di certo non io. Infatti, la band di Glasgow si dimostra ancora capace di creare canzoni memorabili, certamente cambiando un po’ lo stile e adattandolo al corrente decennio.

9) Jerskin Fendrix con “Once Upon A Time … In Shropshire”: il compositore di fiducia del regista greco Yorgos Lanthimos tira fuori dal cilindro un album sorprendente dall’inizio alla fine, componendo le musiche e cantando (inedito per chi lo conosce solo per le sue colonne sonore). Inconfondibile la sua musica, fatta di archi pomposi e spesso distorti.

8) David Byrne con “Who Is The Sky?”: l’ex cantante dei Talking Heads torna a volare alto come non faceva da tempo con questo album strepitoso. Diverse le canzoni da cantare a voce alta, da ballare, come solo e soltanto Byrne ha sempre saputa fare, dagli anni ’70 fino ad oggi.

7) Swans con “Birthing”: sì, i Cigni non sono più quel gruppo dirompente degli anni ’80 e ’90 capace di inquietare generazioni … eppure, oggi, col loro post-rock riescono ancora a fare scuola a molti e ci dicono che sono ancora loro i Maestri del panorama rock mondiale.

6) Squid con “Building 650”: la più grande speranza per la musica rock nel mondo. Col loro art punk colpiscono al cuore dell’ascoltatore, lasciandolo inchiodato sul posto, impossibilitato a muoversi e costretto ad ascoltare i loro fantastici deliri musicali.

5) The Last Dinner Party con “From The Pyre”: secondo album per questo gruppo femminile, che anche lo scorso anno era piombato nella mia top 10. Nel giro di un anno riescono a mantenere lo stesso livello e a stabilirsi nuovamente, salde, tra i primi cinque. Il loro pop barocco è una boccata d’aria fresca. Preziose.

4) Black Country, New Road con “Forever Howlong”: disco eccezionale, memorabile, ma difficile da descrivere al tempo stesso. Va semplicemente ascoltato e apprezzato. Etereo.

3) Big Thief con “Double Infinity”: il super gruppo guidato da Adrianne Lenker ci regala l’ennesima gemma folk, molto intimo, sussurrato, delicato, come in pochi, oggi, sono ancora in grado di fare.

2) Anna Von Hausswolff con “Iconoclasts”: un viaggio di circa due ore capace di suscitare quasi tutte le emozioni possibili nell’ascoltatore. Dalla gioia all’inquietudine, passando per la rabbia o la tristezza. Imprescindibile, tra i dischi usciti quest’anno.

1) Brian Eno & Beatie Wolfe con “Luminal”: ma il primo posto di questa discutibile classifica se lo prende il mitico e infinito Brian Eno, accompagnato dalla voce di una cantante anglo-americana a me prima sconosciuta. Per l’esattezza nel solo 2025 il compositore ci ha regalato una trilogia spaziale: “Lateral”, “Luminal” e, infime, “Liminal”. Lui che crea le melodie, le composizioni, lei che canta con una voce gentile, rassicurante. 153 minuti di pura, cosmica e preziosa musica. Un inno alla vita.  



venerdì 9 gennaio 2026

CLASSIFICA DEI LIBRI LETTI NEL 2025

MENZIONI D’ONORE:

“Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde (1890): superfluo anche solo metterlo in classifica questo Classico senza tempo della letteratura gotica, indubbio capolavoro. Mi ha colpito non solo per le sequenze horror inquietanti come l’omicidio del pittore, o il finale, ma soprattutto per lo stile utilizzato dall’esteta irlandese e per la descrizione satirica e minuziosa dell’alta borghesia inglese.

“We Are All Human” di Giuseppe Improta (2025): un testo di oltre trecento pagine interamente dedicato al fenomeno del K-Pop, sviscerato a 360 gradi, dalle band ai produttori, passando per i survival show, partendo dagli albori fino ad arrivare ai giorni nostri. Il tutto impostato come fosse una tesi universitaria, ma aggiungendo anche piccoli pareri personali e numerose fotografie; un testo perfetto sia per i neofiti che per gli appassionati di lunga data, che avranno riassunta tutta la storia del loro movimento musicale preferito.

“Le foto che hanno segnato un’epoca. Storie di Sport.” di Roberto Vitale (2025): libro biografico dedicato allo sport, dove ad ogni sportivo citato viene realizzato un piccolo ritratto della sua vita, associando, la maggior parte delle volte, una fotografia storica della sua carriera. Non mancano i grandi nomi (nella bella copertina possiamo ammirare Muhammad Alì), ma sono presenti anche parecchie chicche per gli appassionati dei volti dimenticati dello sport.

33) “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti” di Han Kang (2025): questo libriccino dal costo indicibile non è altro che la trascrizione del discorso di ringraziamento della scrittrice sudcoreana, fresca vincitrice del Premio Nobel, al momento del ritiro dell’ambito premio. Nonostante ciò, ci sono comunque interessanti spunti di riflessione. P.S.: letto rapidamente in libreria dato il costo di oltre 5 euro per circa 40 pagine … 

32) “L’Italia delle Meraviglie” di Vittorio Sgarbi (2008): un viaggio da Nord a Sud per tutta la penisola, alla ricerca di opere d’arte meno note nei grandi centri o nei più piccoli borghi. Cultura immensa, quella di Sgarbi, capace di nominare centinaia di artisti, tra pittori e scultori vari; l’unico problema del libro è essere spesso più un elenco di nomi e, in più, la povertà delle immagini presenti all’interno costringono il lettore a cercarsi su internet, per conto proprio, le opere di cui si parla, il che può risultare alla lunga scomodo.

31) “Una Storia Scomoda …” di Antonio Caiazza (2025): una storia folle, quella della (semi) realizzazione del film “Il Generale dell’Armata Morta” con Marcello Mastroianni, che originariamente doveva essere girato nella chiusa Albania di Enver Hoxha, ma che poi, per una vicenda che rasenta lo spionaggio, ha chiuso le porte all’ultimo momento la troupe italiana. Una storia tenuta nel dimenticatoio dal governo italiano per oltre quarant’anni, ma che il giornalista Caiazza riporta coraggiosamente alla luce dopo una montagna di ricerche.  

30) “Lo stesso mare” di Amos Oz (1999): forse il più grande scrittore israeliano di sempre, colpisce più per lo stile a metà tra prosa e poema che per la storia in sé, con più personaggi, ma molto rarefatta, radicata nella cultura giudaica e perciò difficile da capire fino in fondo a chi è al di fuori di quel mondo.

29) “Il Club Dumas” di Arturo Perez-Reverte (1993): ho letto questo libro perché ho da sempre amato il film di Polanski, “La Nona Porta”, tratto da questo romanzo. Anche questo si è rivelato un buon libro, capace di intrattenere, che spesso gioca con l’autore ed è infarcito di riferimenti; da leggere comunque, poiché, come ogni libro, si discosta in certi punti dal suo adattamento.

28) “Il Mar delle Blatte e altre storie” di Tommaso Landolfi (1939): una raccolta di racconti scritta molto bene, ma con un italiano che sembra ormai solo un ricordo, per una delle nostre migliori penne di sempre. Colpisce soprattutto per il racconto che dà il titolo al libro, il più lungo, in bilico tra il surrealismo e il romanzo d’avventura, partendo come una semplice storia d’amore non corrisposto, per poi trasformarsi in una sadica storia di pirati che si conclude con una assurda sfida a sfondo sessuale tra un uomo e una blatta! Anche gli altri racconti valgono la pena d’essere letti, per il loro surrealismo e per aver portato con anticipo il fantasy, il fantastico, in Italia.

27) “La Tredicesima Categoria della Ragione” di Sigizmund Krzizanovskij (1993): piccolo libriccino composto da tre racconti degli anni ’20 e ‘30 di questo scrittore russo, d’epoca sovietica, caduto nel dimenticatoio. Il primo racconto si interroga su una ipotetica morte di Dio, ed è davvero visionario e inquietante; il secondo è un grottesco racconto su una sepoltura. Mentre l’ultimo scritto è un breve saggio satirico, scritto in maniera profondamente ironica, sull’evoluzione delle insegne di Mosca, dall’epoca zarista a quella sovietica. Da riscoprire assolutamente.

26) “Romanzo Nero” di Rubem Fonseca (1992): in realtà una piccola novella pubblicata qui da noi, anni fa, da una piccola casa editrice, la Biblioteca del Vascello, per la collana “I Vascelli”. Un omaggio ai romanzi noir, oltre che ai thriller psicologici francesi degli anni ’60 e ’70. Un gioco al massacro pieno zeppo di colpi di scena, credetemi sulla parola, tra uno scrittore di successo e la sua amante, quasi interamente ambientato in una stanza d’albergo. Una bella sorpresa.

25) “L’ultima Seduta Spiritica” di Agatha Christie (1981): una raccolta dedicata esclusivamente ai racconti della nostra contenenti elementi o espedienti sovrannaturali (scoprirete come la Christie fosse affascinata dalle sedute spiritiche, che compaiono più e più volte, o sulla psicoanalisi). Paradossalmente, funzionano meno i racconti con Poirot e Miss Marple come protagonisti perché sono quelli, di conseguenza, dove il mistero “inspiegabile” viene infine smascherato. Miglior racconto: “La Radio”, davvero diabolico.

24) “Ci vediamo in Agosto” di Gabriel Garcìa Marquez (2024): un brevissimo libro pubblicato postumo più per lucro che per qualità dello scritto in sé (come ammettono coraggiosamente i figli dell’autore nella prefazione) ma che contiene sprazzi di vero Marquez. La storia, perfetta per l’estate, ambientata di anno in anno sempre lo stesso giorno di agosto, vede come protagonista una donna di mezza età sposata alle prese coi suoi rapporti occasionali lontani da casa, relegati proprio ad una sola notte. Dallo spunto tipicamente Marqueziano, questo racconto incompleto è capace di emozionare e divertire, risultando essere anche protofemminista.

23) “Volpe 8” di George Saunders (2013): uno degli autori più geniali del postmodernismo, con un piccolissimo libro che è più una fiaba per adulti e piccini sulle avventure di una volpe. Ciò che rende questo libriccino unico è lo stile adottato, ovvero aver scritto in prima persona, attraverso il punto di vista della volpe, che però non è capace a parlare con un corretto inglese, non essendo la sua lingua, dunque commettendo errori ortografici o storpiando tantissime parole!

22) “La Porta Proibita” di Tiziano Terzani (1984): raccolta di articoli, reportage ed esperienze condotte dal nostro più grande giornalista nel suo lungo periodo in Cina, dove ha addirittura vissuto con tutta la famiglia, con tanto di nuovo nome in cinese (Deng Tiannuo). Tutte le contraddizioni della Cina post-maoista, quella di Deng Xiaoping, che si stava aprendo piano piano al capitalismo. Impressionante quanto abbia visto e viaggiato il giornalista toscano in quel vastissimo paese, e in questo libro viene affrontata perciò ogni problematica e tematica immaginabile, dalla nuova gioventù cinese fino ai tibetani, passando per la politica del Figlio Unico.

21) “Triste, Solitario y Final” di Osvaldo Soriano (1973): un omaggio unico a Raymond Chandler e all’investigatore Philip Marlowe, qui riesumato e co-protagonista con … lo stesso Soriano! Metaletteratura e citazioni cinematografiche (darà il via alla storia proprio un vecchio Stan Laurel) illuminano questo piccolo romanzo crepuscolare, un canto del cigno di un certo tipo di letteratura noir-poliziesca e sulla Vecchia Hollywood.

20) “James” di Percival Everett (2024): ambizioso progetto per un veterano della narrativa black, che riscrive “Le avventure di Hucklebarry Finn” di Mark Twain, ma unicamente dal punto di vista dello schiavo letterato Jim (James). Ho deciso di leggerlo perché è stato un libro ultra-premiato, addirittura col Premio Pulitzer per la Narrativa 2025.  Non avendo letto il libro di partenza, datato 1884, non so quanto è frutto di Everett o di Twain. Nonostante ciò, risulta un libro avvincente, pieno di scene action, ma con un finale frettoloso e troppo supereroistico che forse influisce sulla totale credibilità del progetto.

19) “La persecuzione delle sorelle Mansfield” di Xenobe Purvis (2025): romanzo d’esordio ben scritto ambientato nelle campagne inglesi del XVIII Secolo. Un paesino è sconvolto da una estate torrida e da strani avvenimenti grotteschi e inquietanti … ma soprattutto cinque sorelle sono accusate di trasformarsi in cani ululanti e rabbiosi. Un libro che gioca molto sul confine del vero/non vero, raccontando la storia più che altro dal punto di vista dei retrogradi abitanti del paese. Si tratta di una maledizione o di una suggestione collettiva? Sta a voi scoprirlo.

18) “Musica Rock da Vittula” di Mikail Niemi (2000): la storia (semi)autobiografica dell’autore in questione e del suo amico Niila, intrappolati in una noiosa cittadina svedese al confine con la vicinissima Finlandia; noiosa, finché non approda il rock, come fosse un uragano, con Beatles ed Elvis in testa. Così i due decidono presto di formare una band! Ma il libro non parla solo di musica, ma anche di famiglia, di tradizioni, delle problematiche amorose con l’altro sesso. Un libro divertentissimo, spassoso, avvincente e che, essendo narrato dal punto di vista dei bambini, sfocia persino nel fantastico.

17) “Shadow Ticket” di Thomas Pynchon (2025): per più motivi, è stato pure l’anno di Pynchon, lo scrittore più misterioso di sempre, del quale abbiamo solo una manciata di vecchie fotografie e poco altro. E lo è stato anche perché è tornato nelle librerie con un nuovo romanzo, ben dodici anni dopo il precedente. Pensate, in oltre sessant’anni di attività questo è appena il suo decimo lavoro! Questa sua ultima fatica, scritta a ottantotto anni, fa eco a “Vizio di forma” ed è un omaggio ai libri noir di Raymond Chandler. Il calderone del nostro è il solito: nazisti, mafiosi italiani, gangsters, personaggi folli, perfino un Golem (!), in una storia che vede il nostro investigatore di Milwaukee, Hicks, alla ricerca, addirittura a Budapest, della figlia di un ricco boss del formaggio a stelle e strisce. Un divertito e spensierato Pynchon solo all’apparenza, poiché alla fine del libro ci presenta una ucronia, ovvero col Presidente Roosvelt deposto e un dittatoriale generale MacArthur al potere. Mai banale, questo scrittore, anche nelle sue opere meno memorabili.

16) “Jazz” di Toni Morrison (1992): libro scritto benissimo, d’altro canto si tratta di una penna (black) Premio Nobel. La storia, sofferente e a tratti straziante, si dipana attraverso gli anni, dalla schiavitù fino ai Ruggenti Anni Venti.

15) “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni (2005): quest’anno ci ha lasciati quello che reputo uno dei più grandi scrittori italiani dagli anni Ottanta in poi e che ho avuto il privilegio di incontrare. Anche questo suo lavoro non fa eccezione. Anche se non può essere annoverato in una sua top 10, magari, è comunque spassoso, malinconico e con alcuni passi memorabili, capaci di far scompisciare dalle risate il lettore. Nonostante la spiccata ironia, non manca la critica feroce alla società borghese, alle cose futili, al consumismo. Grazie di tutto, Lupo!

14) “Poirot e i Quattro” di Agatha Christie (1927): libro (apparentemente) atipico dedicato al celebre investigatore belga, alle prese con intrighi spionistici interazionali e con complotti di vasta portata. Narrato in prima persona dall’aiutante Hastings, come fosse un nuovo Watson, le vicende narrate vedranno un inedito Poirot d’azione combattere contro Quattro influenti persone che tentano di rovesciare il mondo …

13) “Shy” di Max Porter (2023): metà anni Novanta, Inghilterra. Shy è un problematico ragazzo che frequenta una particolare scuola per ragazzi problematici, ahimé prossima alla chiusura; ho letto questo libro per due ragioni: primo, quest’anno è uscita la trasposizione (non l’unica, però, da questo scrittore, vedi anche “Il Dolore è una cosa con le piume”) dal titolo “Steve”, che capovolge il punto di vista della narrazione (con il preside Steve come protagonista e il ragazzo più sullo sfondo) e che troverete nella classica dei film del 2025. Secondo motivo, adoro lo stile sperimentale e geniale, avanguardistico, di Porter. Il booktuber Marco Cantoni lo definisce come un pittore che ha a disposizione una pagina bianca, come fosse una tela intonsa, e inizia a dipingerci sopra. Niente di più vero. Max Porter gioca con lo stile, a metà tra prosa e poesia, va a capo quando vuole, gioca con la dimensione e disposizione dei caratteri. I suoi libri non sarebbero poi così interessanti, privati del suo unico stile.

12) “Vizio di forma” di Thomas Pynchon (2009): spassoso libro dello scrittore post-moderno più misterioso di sempre, perfetto per l’estate. Ho letto questo romanzo neo-noir poiché sono da sempre un difensore del film omonimo, uno dei lavori più sottovalutati del regista Paul Thomas Anderson. Questo libro è capace di intrattenere e vive grazie al suo indimenticabile protagonista, Doc Sportello, un investigatore privato ex hippie, costantemente sotto acidi, coinvolto nei più impensabili complotti di LA.

11) “Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti (2009): senza ombra di dubbio il romanzo più divertente letto quest’anno; un Ammaniti senza freni, delirante e divertito, che ambienta il suo delirio grottesco nel parco (o meglio, giungla?) di Villa Ada, (ri)aperta da un eccentrico miliardario che vi organizza un safari all’interno. Cosa potrà mai andare storto? Il protagonista, uno scrittore depresso, dovrà fare i conti con una setta satanica pronta a compiere un folle gesto, una cantante pura e casta redenta, elefanti imbizzarriti e le strane creature che popolano quel posto, discendenti diretti degli atleti sovietici dell’Olimpiade del 1960 di Roma. Un folle calderone, come potete constatare, ma gestito e calibrato alla perfezione da uno scrittore capace di stupirmi ogni volta.

10) “Vaim” di Jon Fosse (2025): lo scrittore norvegese Premio Nobel 2023 finalmente ritorna, e lo fa con un breve libro, più che altro una novella, scritta con uno stile particolarissimo (infatti non troverete una gran punteggiatura: aboliti il punto, oltre alle virgolette dei dialoghi, si mantiene solo la virgola). In una storia che nelle prime venti geniali pagine è soltanto il racconto di un uomo che deve comprare ago e filo (da qui la copertina) perché deve ricucirsi un bottone del vestito. Poi ovviamente la storia si sviluppa e diventa quasi una storia di fantasmi (?), su un amore perduto, poi ritrovato, di una amicizia perduta anch’essa, per poi cambiare punto di vista. In poche pagine, c’è tutto. Mi ha conquistato.

9) “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace (1989): uno dei primi libri del compianto DFW, una raccolta di nove racconti che colpisce per la sua creatività, e che mostra già tutto il talento di quello che sarà il più grande scrittore della sua generazione. ‘Piccoli animali senza espressione’ colpisce per la descrizione dei media, così come ‘La mia apparizione’, ambientato durante il “Late Night Show” di David Letterman; ‘Lyndon’ è un ritratto esaustivo, duro e malinconico sulla figura del controverso Presidente L.B. Johnson; ma il racconto più particolare è senza dubbio quello omonimo che descrive il morboso rapporto tra un politico conservatore e un gruppo di ragazzi punk di LA!

8) “Streghe Fraterne” di Antoine Volodine (2019): libro sperimentale di uno scrittore francese senza dubbio tra i più geniali del XXI secolo. Questo libro si divide in tre parti ben diverse: nella prima, scritta sotto forma di interrogatorio, vengono narrate le brutali sorti di una compagnia teatrale itinerante, composta da quasi sole donne, che si muove in un mondo post-post-sovietico, in un futuro distopico e medievaleggiante; la seconda parte, drasticamente differente, elenca i sortilegi (come fossero dei dogmi) che venivano menzionati nella prima parte; l’ultima parte, la più ostica, consiste in un'unica frase lunga circa cento pagine. Una storia brutale, sofferente, cinica, dove le violenze descritte mi hanno ricordato la crudezza di “Trilogia della Città di K.”

7) “L’incanto del Lotto 49” di Thomas Pynchon (1966): il folle esordio del più misterioso scrittore di sempre, non è che un breve romanzo più simile a una allucinazione, con tutte le tematiche care al nostro già presenti all’interno, dai complotti ai personaggi grotteschi, passando per i dialoghi fuori di testa … in una trama che vede una giovane ereditiera coinvolta in un complotto su scala nazionale riguardante il sistema postale statunitense.

6) “Underworld” di Don DeLillo (1997): uno dei più grandi scrittori della seconda metà del Novecento, costruisce una storia ambiziosa, monumentale, che consta di quasi 900 pagine e che si muove in più linee temporali. Per la precisione, negli anni ’50, ’70 e infine ’90. Il tema centrale del libro è la Guerra Fredda e l’intenzione è quello di fare un ritratto degli USA di quel periodo storico. Emblematica è la tematica di perdizione del paese al termine del conflitto, come se non avere più un nemico, una nemesi, abbia come destabilizzato gli Stati Uniti stessi. Partendo da uno storico fuoricampo in una partita di baseball, la storia segue anche il percorso della pallina in questione, prima raccolta da un bambino nero, poi venduta dal padre e così via … questo maggufinn è il pretesto, per l’appunto, per viaggiare nel tempo e incontrare numerosi personaggi. Belli i momenti grotteschi del libro, quelli con l’artista Klara Sax, con la Poetica Dell’Immondizia, col (fittizio) film perduto del regista Eistenstejin. Molto riuscita anche la parte finale. In definitiva un romanzo complesso, dispersivo, ma anche affascinante e scritto di lusso come solo un genio del post-moderno di nome DeLillo è in grado di fare.

5) “Pastorale Americana” di Piliph Roth (1997): uno dei romanzi più noti del Maestro post-modernista americano, capace per questo di accaparrarsi il prestigioso Premio Pulitzer nel 1998. Questo libro è un lungo viaggio negli States del dopoguerra, immersi fino al collo nella guerra fredda e nelle tensioni interne, soprattutto legate alla guerra del Vietnam, il tutto filtrato attraverso gli occhi del ricorrente narratore alter-ego del nostro Roth, Nathan Zuckerman, che ci parla della vita di Seymour Levov, ribattezzato lo Svedese. La vita dello Svedese cambierà per sempre quando sua figlia Merry, legata ad attività sovversive di estrema sinistra, compirà un attentato mortale nella loro ridente cittadina di Newark, New Jersey, e in seguito costretta a fuggire e nascondersi per il resto dei suoi giorni. La ricerca disperata del padre, vittima dei sensi di colpa, sarà un pretesto per capire cosa ha spinto la ragazza a compiere quel gesto e ad analizzare a fondo un paese controverso e contraddittorio come gli Stati Uniti d’America. Un libro che è già un nuovo Classico della letteratura made in USA e una lettura imprescindibile.

4) “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi (2010) uno spassoso e lungo spaccato della storia italiana del Novecento, amato non solo dal sottoscritto ma anche dalla critica specializzata, che lo premiò con il Premio Strega nel 2010. Un viaggio lungo circa cinquecento pagine, che parte dalla Prima Guerra Mondiale fino ad arrivare alla Liberazione, soffermandosi naturalmente sul ventennio fascista e le bonifiche pontine. Non solo un romanzo che fonde sapientemente narrativa, storia italiana e personaggi storici realmente esistiti, ma anche un libro pieno zeppo di umorismo. Ho apprezzato il fatto che i dialoghi sono scritti soltanto in dialetto veneto-pontino, e ciò conferisce notevole umorismo. Il libro, narrando le vicende di ogni membro della numerosa famiglia Peruzzi, dalla loro povertà nella Pianura Padana fino all’emigrazione verso i poderi di Littoria, ricorda le saghe familiari che poteva raccontare visivamente un Ermanno Olmi, ma unendo l’umorismo nero di Ettore Scola. Per Pennacchi è stato il libro della sua vita, infatti nella prefazione ci dice che è venuto al mondo per scrivere questo libro. In definitiva, non posso che essere d’accordo!

3) “Il Soccombente” di Thomas Bernhard (1983): lo stile di Bernhard o lo ami o lo odi, pensai, mentre scrivevo queste poche righe. La storia di tre amici, pensai, che coinvolge il narratore, Werthmeier (il soccombente della storia, così lui), e Glenn Gould, l’unico personaggio reale, pensai, virtuoso del pianoforte del Novecento, celebre per le sue variazioni Goldberg, pensai. La storia di questa amicizia tormentata, pensai, non era altro che il pretesto per attaccare l’Austria di Bernhard, così lui. Mi trovavo di fronte ad un Capolavoro, pensai, non facile, ma scritto con una maestria eccelsa da parte dello scrittore, pensai, come fosse anch’egli un virtuoso pianista della letteratura, col suo particolare ritmo, pensai. Questa piccola recensione è stata scritta, pensai, con lo stile utilizzato dall’autore per tutto il testo, così lui.

2) “Cattedrale” di Raymond Carver (1983): con questi racconti Carver ricodificò il modo di scrivere storie brevi, inventando un vero e proprio stile asciutto, breve e crudo, ma anche vivido e incredibilmente realistico, basato sulla nostra vita di tutti i giorni. Ogni racconto, chi più chi meno, è un grande-piccolo Capolavoro. Ovviamente svetta quello col titolo omonimo, ma anche “Una cosa piccola ma buona” e “Vitamine” sono grandi, grandissimi esempi di narrativa breve. Nessuno, dopo di lui, ha saputo più scrivere in questo modo storie brevi. C’è un pre ed un post-Carver.

1) “Alla Linea” di Joseph Ponthus (2019): il mio
libro dell’anno. Intenso, doloroso, crudo, ma anche pieno di speranzosa rabbia. Ponthus, un giovane operaio francese scomparso tragicamente dopo un brutto male a soli 42 anni, apprende la lezione di Thierry Metz e del suo “Diario di un manovale” e dunque scrive un romanzo sottoforma di poema, suddiviso in numerosi capitoli, ben 66. Anche i ringraziamenti finali, per intenderci, sono scritti in versi! Ponthus, operaio letterato, ci descrive i soprusi della fabbrica, dei padroni, e l’alienazione di lavorare alla linea, ovvero alle catene di montaggio. Dapprima in una fabbrica di gamberetti (<<Dove almeno si poteva rubare un granchio, ogni tanto>>), per poi finire in un terribile mattatoio. Un romanzo proletario dove sembra riecheggiare la voce di denuncia di Ken Loach. Un romanzo, questo, che rimarrà nella storia e che verrà citato, per forza di cose, dai prossimi rivoluzionari, se mai ce ne saranno di nuovi.


CLASSIFICA DI 120 DISCHI DEL 2025 DAL PEGGIORE AL MIGLIORE

120) Addison Rae con “Addison”: questa giovane di 25 anni fa il pop come non lo intendo io, caotico e con testi banali, che inneggiano tutto...