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giovedì 11 giugno 2026

OBSESSION & BACKROOMS - IL FENOMENO DEL MOMENTO

PARTE PRIMA: OBSESSION

Bear è (quasi) segretamente innamorato di Nikki, sua amica d’infanzia. Bear è un ragazzo impacciato e introverso. Non è cattivo, anzi. All’inizio fa molta tenerezza, ma capiamo anche che c’è qualcosa che non va nella sua salute mentale, perché prende psicofarmaci. Ne ha l’armadietto pieno. Lei d’altronde lo considera solo come un amico, o al massimo un fratello. Una sera, quasi per caso, Bear compra un bastoncino dei desideri. Ovvero una riproduzione di un ramo di salice versione giocattolo che, una volta spezzato a metà, esaudisce un tuo desiderio. Ecco che, come per magia, la ragazza dei suoi sogni, Nikki, adesso lo ama immensamente, anzi è presto ossessionata da lui. Quella che all’inizio sembra una storia d’amore idilliaca, diventa presto un incubo a occhi aperti, senza via d’uscita, con i comportamenti di lei che diventano sempre più ossessivi, inquietanti (lei che lo fissa dormire in un angolo della camera nel cuore della notte, tanto per fare un esempio) ed estremi. 

Semplicemente incredibile pensare che questo regista, Curry Barker, classe ‘99, abbia solo 25 anni e che questo sia il suo esordio. Ancor di più se pensiamo che il ragazzo è nato come comico sul web, aiutato da Cooper Tomlinson (che in questo film interpreta l’amico del protagonista), andando a girare cortometraggi horror comici. In Obsession, però, asciuga quasi completamente l’ironia, che troviamo in rari frangenti. 
Infine, un’altra cose incredibile è l’andazzo che sta avendo la pellicola al botteghino: a fronte di un budget che a stento raggiunge il milione, il film ha già incassato, nel momento in cui sto scrivendo, la cifra da capogiro di 148 milioni! Questo potrebbe portare a sequel o, come ha detto il regista stesso, a una serie tv antologica dove ogni puntata che andrebbe ad esplorare un desiderio differente. 
 
Obsession è un film asfissiante, che non lascia un attimo di tregua, soprattutto nella seconda parte. 
Per questo è un film che cresce piano piano, soprattutto quando lo finisci di vedere e lo metabolizzi. 
I ruoli di vittima e carnefice si scambiano continuamente, si confondono: chi è davvero la vittima della faccenda, Bear o Nikki? La risposta, man mano che il film va avanti, pare evidente. 
Oltretutto in uno dei pochi momenti ilari del film, un commesso del negozio dei bastoncini fa a Bear: <<Beh, poteva andarti peggio, no?>>. 
Dopotutto, Bear non ha desiderato altro che l’amore incondizionato da parte della ragazza dei suoi sogni! Ma è questo l’amore reale? La proiezione dell’amore che vorresti ricevere? Possedere l’altro? 
Ho anche apprezzato il fatto (assurdo) che questa storia dei bastoncini venga trattata sul serio, all’interno della storia, come fosse normale il fatto che questi oggetti infernali esaudiscano davvero i desideri delle persone! Nessuno cerca di minimizzare o nascondere la cosa. La lezione sembra chiara: la magia (nera) esiste, in questo universo, e bisogna fare attenzione a ciò che si desidera.
Geniale, inoltre, usare il bastoncino del desiderio come magguffin, farlo vedere all’inizio e poi farlo sparire, tralasciarlo completamente, prima del tour de force degli ultimi dieci minuti dove viene ripreso in mano dai vari personaggi con risvolti da lasciare a bocca aperta. 

Alcune trovate sono infatti geniali, ma le citerò “in codice”, per non rivelarle del tutto a chi non ha ancora visto il film: penso alla scena della porta, a quella del soldi, alla voce fuori campo ad invadere la scena finale… 

Altro colpo di genio è quello di far (ri)comparire, ogni tanto, la vera Nikki, che implora pietà, invoca la morte per far finire lo strazio che sta provando, si autoinfligge lesioni. 
A tal proposito la recitazione della (semi)sconosciuta Indi Navarette è formidabile, così come quella di Michael Johnston, capaci di mutare espressioni nel giro di un istante. Tutto il gruppo di amici, comunque, appare affiatato. 
La possessione di Nikki ha ricordato a molti quella di Isabelle Adjani in “Possession”, ed è un grande complimento, dato che parliamo di una delle performance più intense della storia del cinema. 

Anche la fotografia però fa il suo, poiché gioca sulle tonalità scure, evidenziando le ombre, andando a rimarcarle sulla ragazza posseduta, che spesso vediamo come una figura totalmente scura e dagli occhi neri senza vita. 
La colonna sonora è in bilico tra i synth anni ‘80, ormai tanto tornati di moda, e un crescendo inquietante quasi insostenibile. 

Questo film è stato un fulmine a ciel sereno in questo 2026 che non sta ancora lasciando scossoni, a meno che non si citi l’atteso ritorno di Sam Raimi…anche da Cannes non sembrano essere stati rilasciati così tanti film indimenticabili come gli anni passati. Staremo a vedere. 
Tuttavia, Obsession non è un film perfetto, ci mancherebbe altro. Per chi è avvezzo col genere, l’andazzo è forse ampiamente prevedibile. 
La scena della macchina, ad esempio, era quanto di più telefonato ci potesse essere. Ma funziona lo stesso, in un modo o nell’altro. 
Anche il finale è forse intuibile fin dall’inizio, ma Barker è stato bravo ad utilizzare un crescendo di tensione emotiva non indifferente, capace di colpire anche lo spettatore meno impressionabile. 

Insomma, il genere horror attualmente è quello più in salute, lo testimoniano questo film, Backrooms, Talk to me e Bring Her back, Us e Nope, Longlegs e Keeper, Sinners e Weapons, ma anche gli horror italiani…forse perché questo genere, l’horror, serve ad esorcizzare questi tempi bui, più spaventosi di tutti questi film sopracitati messi assieme, ed è l’unico cinema in grado di farlo con coraggio.

****

PARTE SECONDA: BACKROOMS 

Parallelamente ad “Obsession”, l’altro grande film del momento, anch’esso etichettabile nel genere horror, è Backrooms, film nato da una creepypasta, leggenda metropolitana ai tempi di Internet, e già portata al grande pubblico dallo stesso regista di questo film, Kane Parsons, grazie a dei cortometraggi caricati sul suo profilo YouTube che hanno avuto un notevolissimo successo. Così tanto da aver spinto la A24 a dar carta bianca al ragazzo per poter girare il suo primo lungometraggio. 
Le backrooms, per chi ancora non lo sapesse, non sono altro che stanze “sul retro”, uno spazio nascosto, parallelo al nostro, formato da stanze simili a uffici vuoti senza alcuna logica, con oggetti sparsi e casuali, spesso inquietanti, e dalla mappatura che si snoda infinita e senza alcuna logica umana. Gli spazi liminali, ad esempio lunghi corridoi vuoti dalle luci giallastre, sono già stati trattati in film come “Shining” (i lunghi e vuoti corridoi dell’hotel) … 

In questo caso è incredible pensare che Parsons abbia solo…vent’anni! A livello tecnico può solo che migliorare, ma il punto di partenza è già invidiabile. La macchina da presa si muove bene tra gli spazi, sia nelle carrellate, sia nei movimenti a 360 gradi, sia nelle scene più movimentate e d’inseguimento. 
Nulla di clamoroso, s’intende, ma neanche qualcosa di così piatto come si è criticato. 
Paradossalmente ho trovato anche le scene degli esterni ben riprese, con le inquadrature che riempivano lo schermo, fossero quelle di un tramonto, o del negozio ripreso da fuori oppure della periferia cittadina. 

La vera impresa del giovanissimo regista era quello di creare una storia forte e, detto brutalmente, allungare il brodo, dato che partiva soltanto da una leggenda urbana e da cortometraggi.
Ci sarà riuscito? Secondo me, solo in parte. 
Ho trovato l’evoluzione del personaggio di Clark (interpreto da Chiwetel Ejiofor: un attore una garanzia), un aspirante architetto di mezza età, divorziato, costretto a vivere nel grande magazzino in cui lavora (proprio il luogo dove scopre le backrooms, al piano di sotto) - ecco, ho trovato la sua involuzione psicologica troppo frettolosa, poco credibile, troppo esagerata. Chi terrebbe mai una testa umana in un frigorifero?! 
Ho trovato molto più riuscito il personaggio della psicologa, Mary Kline - interpretata da una glaciale ma a tratti emotivamente scossa Renate Reinsve, attrice norvegese che sta conquistando il mondo - molto più riuscito, anche grazie ai flashback sulla sua infanzia, dove ci viene mostrata la sua casa e la sua cameretta, arricchite dalle atmosfere similari alle caotiche follie delle backrooms, anche a causa dei disturbi mentali della madre! 

Il film perde proprio quando si discosta dal cortometraggio, dunque principalmente sul finale, quando svela “il mostro”, diverso dall’inquietante figura scheletrica del corto; mi si permetta di dire, poi, che mostrare così nel dettaglio una creatura del genere, smonta pezzo dopo pezzo tutta la tensione creata attraverso i lontani (?) suoni fuoricampo e la lentezza della prima parte; la seconda, sarebbe stata più forte, vincente, se non avesse mostrato, ma solo fatto intuire. Inoltre, il punto di forza originale erano le riprese sgranate fatte tramite una vecchia videocamera (il film è ambientato negli anni ‘90), che qui viene presa in mano dai personaggi solo nella parte centrale e per un breve lasso di tempo (e forse anche il migliore del film), quando poteva invece essere sfruttata di più, per creare ancor più tensione! 
 
Comunque la si pensi, Obsession e Backrooms ricordano quasi il fenomeno di Barbie e Oppenheimer, quando quei due film si contendevano lo scettro di film del momento, nel 2024, infrangendo ogni record d’incassi. Ad oggi entrambi questi film che ho analizzato hanno incassato la cifra da capogiro di oltre 200 milioni di dollari (a testa!). In questo caso pare ovvio, però, che ci siano molte più affinità di quante un film su una bambola e uno scienziato atomico possano mai sperare d’avere.

**1/2 

giovedì 12 febbraio 2026

MARTY SUPREME - ELEGIA DEL SOGNO AMERICANO?

Marty è un sognatore, hanno scritto tutti. Sì, è vero, ma in parte.                                                     Marty è anche un egoista, egocentrico, narcisista, truffatore, bugiardo patologico, scaltro, manipolatore, ladro, abile, agile, arrapato, sfrenato, irritante, politicamente scorretto. Non è il classico personaggio positivo, non del tutto. È un protagonista scomodo e spesso irritante - rappresenta senza ombra di dubbio gli  Stati Uniti d'America, un paese dal doppio volto. Marty non è altro che un ragazzino brufoloso che ha un unico e solo obiettivo, diventare il miglior giocatore di tennis tavolo del mondo…semplicemente perché è convinto di esserlo già! Deve solo dimostrarlo. Dunque partecipa al campionato del mondo, che si svolge a Londra, anno 1952. Ma le cose non vanno come previsto, perché in finale si imbatte in tale Koto Endō, che lo strapazza. Stacco, spezzone di un cinegiornale giapponese in bianco e nero (trovata geniale) dove scopriamo il perché della bravura di Koto … che non vi rivelerò! 

Marty Supreme è un film ambientato negli anni ‘50, ma che gioca molto con gli stereotipi degli anni ‘80 e le situazioni action-grottesche del cinema contemporaneo.                                                             Marty insegue l’American Dream, il Self-Made Man, vuole essere qualcuno che entri a far parte della Storia. È anche imprenditore: vuole creare una pallina arancione, colorata, perché quella bianca, a detta sua, si confonde con tutto il resto; non solo, vuole vestire elegantemente di bianco come facevano i tennisti, e non di nero (ho adorato, da cultore del tennis, la citazione al Padrino del tennis moderno, Jack Kramer, che in quel periodo era il più forte di tutti).                                                                                Un omaggio, o una critica, a molti film degli anni ‘80, non altro che pura propaganda utile al regime di Reagan.

Marty, come si è detto fin dal tagline del film, è un sognatore, <<sogna in grande>>, un aspetto che lo accomuna curiosamente al personaggio di Willy Wonka sempre interpretato da Chalamet soltanto due anni fa, che sognava, anzi aveva l’unico scopo nella sua vita, di diventare il più grande pasticcere sulla faccia della terra. 

E poi c’è lei, la colonna sonora, che è interamente a base di synth. In perfetto stile anni ‘80. Le poche parti di coro sono state cantate addirittura dalla mitica cantautrice art rock Weyes Blood, cosa che ho scoperto di recente. Anche le canzono non originali sono quelle che hanno fatto grande la musica pop degli 80s. In ogni caso, abbiamo un’altra grande colonna sonora di un anno cinematografico, il 2025, pieno zeppo di colonne sonore indimenticabili; penso a quella di “Una Battaglia dopo l’altra” o “Bugonia” o ancora agli archi di "No Other Choice". Questa qui presa singolarmente forse non è a quei livelli, ed è anche vero che, come hanno scritto molti, i pezzi ricordano le suonerie di un cellulare, ma nell’insieme, abbinata alle scene e alle immagini del film, è semplicemente clamorosa, adrenalina pura! Tutto il sonoro è parte integrante della pellicola, dagli spari ai dialoghi urlati. 

Josh Safdie, il regista del film, si conferma anche un grande direttore di attori (anche il fratello Benny lo è, basti pensare alle prove di The Rock ed Emily Blunt nel suo film, “The Smashing Machine”, anche se nettamente inferiore nel suo insieme) dopo aver confermato la reale bravura di Robert Pattinson in “Good Time” e aver fatto finalmente recitare al massimo delle sue potenzialità Adam Sendler nel bellissimo “Diamanti Grezzi”; per questo film Timothée Chalamet è un perfetto Marty Mauser, la figura ispirata a Marty Reisman, vero campione di ping pong statunitense nel 1958-60 e anche giocatore d’azzardo che sosteneva proprio che i grandi giocatori di ping pong dovessero avere l’arguzia e il sangue freddo degli scommettitori. Josh Safdie si dimostra come il fratello talentoso dei due, andando a ricreare perfettamente le atmosfere marce e il ritmo forsennato, soprattutto nelle scene da “tutto in una notte”, dei suoi/loro lavori precedenti. 

Gwyneth Paltrow è perfetta nell’interpretare Kay Stone, l’ex Diva del cinema degli anni ‘30 caduta nel dimenticatoio e che diventerà l’amante di Marty. Il protagonista la seduce soltanto per il gusto della conquista, dato che non sapeva nemmeno chi fosse. Milton Rockwell, l’antagonista del film, è interpretato dal magnate filo-trumpiano Terrence O’Leary, con un patrimonio stimato attorno ai 400 milioni di dollari. È curioso il fatto che interpreti un po’ se stesso, ed è bravissimo a farlo, dato che sembra un attore navigato e non soltanto un personaggio pubblico. Per uno strano scherzo del destino, questo personaggio, nella finzione narrativa, è anche il marito dell’attrice Kay Stone e Marty sfrutterà questa coincidenza per convincere Rockwell ad investire sul tennistavolo in un momento dove questo sport negli USA non era nemmeno preso in considerazione (a stento avevano un circolo dove poter giocare, a New York…almeno nella finzione del film, s’intende). Una delle scene che più ho preferito è quella dell’umiliazione di Marty da parte del magnate, di fronte agli amici di lui, che, per vendicarsi dell’insolenza del nostro, arriva a sculacciarlo con una racchetta, con ambo i suoi lati, quello di legno e quello di gomma. Una scena del tutto credibile e veritiera, anche alla luce di ciò che stiamo leggendo questi giorni con gli “Epstein Files”. I ricchi possono tutto, ai danni dell’ultimo, anche umiliarlo fisicamente, e questo nella migliore delle ipotesi.

Menzioni d’onore vanno elargite anche per Odessa A’zion, la ragazza del nostro, e il rapper Tyler, The Creator, che supera la prova e interpreta alla grande l’amico di colore di Marty, Wally. Infine, Abel Ferrara, uno dei migliori registi americani di sempre ("Il cattivo tenente", "King of New York", "The Addiction"), interpreta un gangster da quattro soldi (onestamente non fa molta paura, tanto è ossessionato dal suo cane) protagonista di un paio di scene assurde e fuori di testa, come quella della vasca e quella della sparatoria (forse la più prevedibile del film, però). 

Josh Sadfie riprende alla lettera le tematiche già utilizzate nei film diretti con suo fratello Benny e, come ho già detto, anche il ritmo forsennato, senza tregua (che lo accomuna anche a un altro grandissimo film del 2025, "Una battaglia dopo l'altra"), dove il protagonista è sempre sotto minaccia esterna, costretto a fuggire, a correre (letteralmente) per salvare la pelle e dove ha un disperato bisogno di soldi (per sopravvivere, come nel caso di "Diamanti Grezzi" o per coltivare il sogno, come in questo caso). Già, i soldi. I maledetti soldi, l'anima del capitalismo; interessante la scena dove il magnate minaccia Marty, arrivando a dirgli in faccia, non si sa se per goliardia oppure no, di essere un vampiro nato nel 1601, che ha già avuto a che fare nel corso della sua lunghissima vita con altri Marty Mauser, e che sono stati tutti distrutti, quando si sono ribellati. Come ha fatto notare un utente sui social, il 1601 potrebbe non essere un anno casuale perché la Compagnia delle Indie Orientali è stata fondata proprio il 31/12/1600 e poche settimane dopo, dunque nel 1601, è divenuta operativa, andando ad aprire le porte al Capitalismo moderno. Sarebbe un bel simbolismo, davvero intelligente, se confermato.  

Due aneddoti: Chalamet, prossimo alla vittoria agli Oscar 2026 come miglior attore (sarà testa a testa con DiCaprio), ha preso lezioni di ping pong per circa 6 anni per soli 15 minuti di scene con questo sport, che oltretutto, per quanto mi riguarda, non sono il punto di forza del film, che sembra avere più ritmo nelle scene normali che in quelle sportive. C'è addirittura una scena di gioco, ad inizio del film, che sfida addirittura le leggi della fisica, ma che nel contesto di un film così grottesco e sopra le righe non sfigura. Il secondo, che riguarda il reparto trucco, è il fatto che la Paltrow ha creduto che la cicatrice sulla guancia di Marty fosse vera, e non semplice trucco! Un lavoro incredibile, dunque, anche perché il trucco ingannerà perfino lo spettatore, per esempio con il trucco applicato al personaggio di Rachel. 

Una breve menzione per la scena di apertura e di chiusura del film (potrebbero esserci tracce di spoiler): 

stupendi i titoli di testa, con i dettagli scientifici di un concepimento, che sì avevamo già visto nel corso della storia del cinema, ma con l’aggiunta della trovata di tramutare l’ovulo della donna in una pallina da ping pong in piena azione di gioco, con in sottofondo la mitica "Forever Young" degli Alphaville. 

Il finale, che ricorda un po’ quello di “Chiamami col tuo nome”, con Chalamet sempre protagonista, è ambivalente, secondo me - perché Marty si comporta così? Per gioia o per essersi reso conto che i suoi sogni finiscono lì, che adesso c’è la “vita vera” da affrontare?

venerdì 3 ottobre 2025

UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA - PICCOLA ANALISI DI UN GRANDE CAPOLAVORO

0.1 Il film parte subito in quarta, spiazza lo spettatore, mostrando da una parte le azioni del gruppo rivoluzionario “French 75” di chiara estrazione marxista-leninista (uno di quei gruppi che un qualsiasi Stato bollerebbe come <<Organizzazione Terroristica>>), dall’altra la travolgente storia d’amore tra due membri dell’organizzazione, Ghetto Pat (Leonardo DiCaprio) e Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor). I due avranno una figlia, Willa (Chase Infiniti), ma Perfidia presto si sentirà inadatta al ruolo della madre e deciderà di scappare via, per di più tradendo i suoi vecchi compagni, dopo essere stata braccata dal folle colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn). Ghetto Pat, ora ribattezzato Bob, che nel frattempo si è rifatto una vita in incognito, sedici anni dopo gli eventi iniziali è un boomer depresso, che soffre di attacchi di panico e che beve alcool e fuma erba, preoccupato soltanto dei primi problemi adolescenziali della figlia. Il vecchio colonnello, però, è ancora sulle loro tracce, avendo un conto in sospeso con quella famiglia, e arriva a rapire Willa. Da quel punto in poi parte la ricerca disperata di Bob per poter riabbracciare la sua unica ragione di vita, sua figlia. La parte centrale del film, la più riuscita, ha un ritmo serrato, non ti fa respirare, fa diventare il film un action movie adrenalinico. Nonostante la situazione drammatica, il regista alleggerisce il tutto scrivendo siparietti comici davvero esilaranti, conditi da un black humor efficace e battute davvero memorabili (<<Che ore sono?>>, <<Pensa al mare>>, <<Devo caricare il cellulare!>>). Non scherzo se affermo che questa parte centrale mi ha ricordato il film d’animazione “Alla ricerca di Nemo”, ovvero un padre insicuro alla disperata ricerca del figlio in mare aperto, senza molti appigli. Ma è tutto il resto, quello che sta intorno e che adesso proverò ad analizzare, che caratterizza e differenzia questo lavoro da questo classico tipo di storie.

0.2 “Una battaglia dopo l’altra” è il film più politico e socialmente impegnato di Paul Thomas Anderson, il quale non si tira indietro mettendo in scena degli Stati Uniti d’America violenti, razzisti, controllati da un altrettanto violento Stato di Polizia. È anche uno dei film più complessi del regista, che in due ore e quaranta minuti mette su sicuramente tanta carne al fuoco e, per questo, il suo decimo lungometraggio merita fin da subito più di una visione, anche perché allo spettatore, all’inizio, serve un po’ di tempo per entrare all’interno della vicenda e per districarsi col linguaggio in codice usato dai Rivoluzionari. Il più grande atto d’accusa di questo film, però, secondo me, è quello contro le politiche anti-immigrazioni statunitensi (in particolare quelle coi vicini messicani, emblematica infatti la scena d’apertura coi migranti salvati): ci tengo a ricordare che il paese in questione, che si fa portavoce della Democrazia mondiale, prende a frustate gli immigrati messicani al confine, per mezzo di poliziotti a cavallo muniti di fruste, in scene degne del peggior Far West; ancora, il muro anti-migranti al confine con il Messico è ormai realtà, alla faccia di quello di Berlino! Dunque, PTA si schiera apertamente contro questo tipo di politica isolazionista e paranoica, anche perché la forza degli Stati Uniti – mi vien da dire proprio in ambito culturale o sportivo – è la sua unione di culture e razze diverse.   

0.3 Il livello di messa in scena portato da Paul Thomas Anderson è Totale (ci tengo a scriverlo con la maiuscola), districandosi in primissimi piani, macchina in movimento nelle scene action, campi larghi, POV di auto in movimento per lunghissime strade prima in salita e poi in discesa o piani sequenza di personaggi ripresi di spalle. I luoghi scelti, soprattutto quelli della seconda parte, vasti e visivamente impressionanti, sono un grande omaggio ai film western e ai road movie. Non sembrano passati quattro anni dal precedente “Licorice Pizza”, ma un solo giorno. Anzi, il nostro sembra rinvigorito, un ragazzino che scopre il cinema per la prima volta (se non fosse per la maturità tecnica) e che si diverte a sperimentare più tecniche di ripresa. In definitiva, PTA dirige come uno Stanley Kubrick dei giorni nostri, confermandosi il più grande regista occidentale vivente.  

0.4 Una menzione d’onore obbligatoria deve essere rivolta alla colonna sonora di Jonny Greenwood, giunto alla sesta collaborazione col regista; credetemi quando affermo che quella che ascolterete si tratta di una delle migliori recenti composizioni per un film, capace di tenerti in tensione come una corda di violino più delle immagini stesse anche solo a un dissonante tasto del pianoforte. Anche le canzoni non originali sono coerenti con il momento raccontato nella scena e inserite perfettamente, iniziando con gli Steely Dan, passando per i Fugees ed Ella Fitzgerald e chiudendo il cerchio col compianto Tom Petty e i suoi Heartbreakers.

0.5 Un capitolo importante di questa mia piccola analisi deve essere dedicato alla performance degli attori. Raramente si riesce ad assistere a un tale livello performativo in un unico film. Leo DiCaprio è semplicemente esilarante nel ruolo di questo paranoico papà ex-rivoluzionario. Bravissimo nel cambiare aspetto e interpretazione dalla parte introduttiva alla seconda parte. Forte dei 25 milioni di dollari percepiti (a fronte di un clamoroso budget di 130 milioni, il più alto di sempre per il nostro regista) l’attore da anima e corpo a far vivere il suo personaggio e a caratterizzarlo con mille diverse sfaccettature; Sean Penn, nel ruolo dell’antagonista, se possibile, ruba addirittura la scena a tutti gli altri, recitando in maniera credibile sostanzialmente il ruolo di un pazzo squilibrato, infarcendo la caratterizzazione del suo colonnello con numerosi tic e scatti d’ira davvero impressionanti. Con il tempo, non ho dubbi che lo ricorderemo come il ruolo della vita per il buon Penn. Un divertente e divertito Benicio del Toro, inoltre, interpreta il Sensei messicano, maestro di Karate di Willa e Deus Ex Machina per Bob. Anche se il suo minutaggio è ridotto rispetto a quello degli altri, il suo personaggio zen ti entra dentro, arrivando a diventare – ne sono sicuro - il tuo personaggio preferito. Anche le donne, però, reggono il gioco alla pari: una sconosciuta ed esordiente Chase Infiniti, venticinquenne, è perfetta nell’interpretare una ragazzina in crescita, risoluta e combattiva come la madre, facendoti credere che non si tratta del esordio sul grande schermo. La cantante Teyana Taylor domina la parte introduttiva della storia, interpretando una donna guerrigliera e seducente, che farà perdere la testa a più di un uomo.

0.6 Anderson si conferma come l’unico regista capace di mettere in scena le follie visionarie dello scrittore di culto Thomas Pynchon, uno dei più grande geni della letteratura a stelle e strisce del Novecento. Già c’era riuscito nel 2014, adattando in maniera abbastanza fedele il romanzo noir “Vizio di forma” in un ottimo film con Joaquin Phoenix. In questo caso prende solo spunto da “Vineland” (1990), trasportandolo ai giorni nostri e adattandolo alle esigenze del nostro mondo. Pynchon, per chi non lo sapesse, è forse il più grande esponente del postmodernismo (insieme forse al solo DeLillo), una corrente letteraria del secondo Novecento tra le più apprezzate, che si basa su una forte esagerazione dei personaggi, su dettagli grotteschi, su una scrittura delirante e cervellotica col fine di andare a criticare in maniera oserei dire satirica la società capitalista. Infatti, in questo film troverete tantissimi elementi grotteschi o esagerati: ci sono suore che sparano coi mitra, rivoluzionari con lo skate, sette ariane ...

0.7 Un grande regista è capace di inserire i suoi omaggi, i suoi riferimenti cinefili, senza scadere nel ridicolo o nel plagio … un buon cinefilo, d’altro canto, ha il compito di scovarli, aiutando il prossimo a riconoscerli. Nel mio piccolo, ci ho provato anch’io ed ecco cosa ho scovato. Le nostre eroine che sparano con il mitra, oltre a citare verbalmente il personaggio Tony Montana di “Scarface”, sono similari a una scena del capolavoro “Sonatine” di Takeshi Kitano, dove una protagonista spara con la medesima arma. Il personaggio di DiCaprio è intento a guardare, sul divano di casa sua, il film italiano “La Battaglia di Algeri”, dedicato alla guerra partigiana algerina contro gli imperialisti francesi. La scena dell’inseguimento su e giù per la lunga strada fatta di salite e discese, costruita magistralmente con un assordante silenzio e più simile a una esperienza su una montagna russa, mi ha ricordato gli inseguimenti nelle lunghe strade deserte di Mad Max. Più in particolare, però, possiamo fare un parallelismo d’immagine con una scena di “Reichsautobahn”, un film documentario di Hartmut Bitomsky sulle strade della Germania Nazista dove ce n’era una molto simile a questa. I geometrici piano sequenza dei soldati ripresi di spalle nel campo militare non possono non ricordare le immagini di “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick. La questione dei messicani nascosti rimanda al film “Bread and Roses”, anche se narrato con stile e modi differenti e diretto da Ken Loach. La medaglia al merito conferita al colonnello per aver sconfitto il “French 75” è fittizia, anche se è dedicata a un personaggio realmente esistito, ovvero Nathan Bedford Forrest, già generale dei Confederati durante la Guerra Civile e, in seguito, primo Grande Stregone del Ku Klux Klan. Nella vita reale, dunque, non esiste nessuna medaglia dedicata a questo controverso personaggio storico; tuttavia, la medaglia più importante che il Klan poteva conferire ritraeva proprio il volto di Forrest! Inoltre, la questione “sette” è estremamente importante nel film poiché il gruppo ariano de “I Pionieri del Natale” gioca un ruolo chiave all’interno della vicenda, riducendo il ruolo del colonnello a quello di mera marionetta nelle loro mani, facendo intuire come anche il più spietato uomo può essere manovrato da un potere superiore.   

0.8 In conclusione, PTA mette in scena il suo paese in chiave distopica e utopica al medesimo tempo; distopica perché lo rappresenta come uno stato per e di suprematisti bianchi, con repressioni continue da parte della polizia, dell’FBI. Però, c’è anche una nota positiva: i giovani. Sono i più giovani, secondo il regista, coloro che dovranno farsi carico del futuro e risollevare le sorti di un Paese intero, con le loro lotte, i loro sogni e le loro proteste, ereditate dai vecchi combattenti che hanno fallito la loro lotta. E lo dovranno fare attraverso una Rivoluzione dopo l’altra.

venerdì 6 dicembre 2024

ANORA, DAI BASSIFONDI ALLA PALMA D'ORO

Immaginate di essere un giovane regista, classe 1971, proveniente dal New Jersey e di avere pochissimo in mano, se non altro una smisurata passione per la settima arte, coronata dal collezionismo di vecchie locandine. Immaginate di realizzare diversi film con pochissimi mezzi, uno di questi addirittura con soli tre IPhone 5S. Arrivate però ad avere un buon riscontro della critica perché avete talento e, il vostro nuovo film, avrà addirittura un budget di 6 milioni di dollari (comunque una cifra irrisoria nel settore) … ma in qualche modo riuscite a portarvi a casa la Palma d’Oro al Festival di Cannes! Bene, è quello che è successo a Sean Baker giusto qualche mese fa. Il sogno americano, che tanto viene criticato nelle sue opere, per lui è divenuto finalmente realtà. Baker ce l’ha fatta. Il prossimo passo potrebbe essere l’oscar, chissà. 

Il film, nonostante abbia 6 milioni di budget e sia arrivato facilmente al pubblico mainstream, rispetta lo spirito indipendente del regista e riesce allo stesso tempo ad essere il suo film più maturo. Tuttavia, è il film di Baker che presenta più scene di interni, come quelle del night club e quelle nella sfarzosa villa. 

Il film si suddivide in tre parti ben distinte, nei classici tre atti: nel primo facciamo la conoscenza di Anora - che ama farsi chiamare Ani - e che lavora come spogliarellista nei classici night club americani, in questo caso nel sobborgo russo di Brooklyn, New York. Una notte, però, si presenta un giovanissimo ragazzo, Ivan - che ama farsi chiamare Vanja - in vacanza dalla lontana Russia. Anora viene chiamata per parlare con lui, poiché è di origini russe anche lei e conosce benissimo la lingua. Tra i due nasce una certa complicità e per Anora, Vanja, rappresenta un qualcosa di differente dai soliti clienti di mezza età. Successivamente la ragazza verrà invitata nella villa del giovane russo dove le verrà proposto di diventare la sua ragazza <<esclusiva>>, ma solo per 15.000 $. Vanja è in realtà il ricco figlio di una ricchissima famiglia russa, i Zacharov, dove il padre ha una non meglio specificata importanza come uomo d’affari.

Per Anora è come aver trovato la gallina dalle uova d’oro, in buona sostanza. Piano piano tra i due, a sorpresa, nasce anche un sentimento speciale. Insieme agli amici di lui, i due viaggiano con aerei privati fino a Las Vegas, dove si danno alla pazza gioia tra le suite e i casinò. Questa parte del film mi ha ricordato tanto “Spring Breakers”, il cult movie di Harmony Korine, con tanta musica a palla, divertimento, eccesso e riprese movimentate. Vanja, una sera, propone ad Anora perfino di sposarla, così da non tornare in Russia dai suoi “odiati” genitori. La ragazza accetta e i due si sposano nei più classici matrimoni-lampo di Las Vegas. 

Per Ani è come vivere in una favola, tutto per lei è un sogno ad occhi aperti. La vita non potrebbe andare meglio. 

Tuttavia, i gorilla del padre, capeggiati da Toros (un sacerdote della chiesa armena in città, nonché padrino del ragazzo) più l’armeno Ganik e il russo Igor, il quale all’inizio appare marginalmente ma che poi assumerà sempre più importanza, scoprono che il ragazzo si è sposato per davvero e intendono prelevarlo dalla villa per farlo divorziare al più presto, prima dell’arrivo dei genitori di lui. 

Il ragazzo, però, riesce in qualche modo a fuggire, lasciando Anora sola con i tre uomini, abbandonandola, forse per sempre. 

Da qui si capisce che, da colto cinefilo, “Le notti di Cabiria” ha avuto un forte impatto sulla formazione del regista, come confessato nelle interviste successive all’uscita di “Anora”. 

La parte più divertente del film ha così inizio: dopo aver distrutto mezza villa, lottando tra loro, il singolare quartetto girerà tutta la notte a New York in cerca del ragazzo, tra mille avventure grottesche e situazione disperate. Questa seconda parte del film non può che ricordare i film alla “Tutto in una notte”, però con personaggi usciti dalle migliori commedie nere dei Coen. Questa parte del film è, non esagero, davvero esilarante, come mai era accaduto nei film di Baker (si rideva, sì, ma a denti strettissimi). Qui, al contrario, si ride di gusto! Riaffiorano dunque pretesti comici già utilizzati in precedenti film dello stesso, come la scena del vomito nell’automobile, vedi “Tangerine”, ma sviluppati meglio. 

Scopriamo, piano piano, che Igor e Anora sono più simili di quello che sembrano. Sono due anime pure, semplici, alienati da una società sfruttatrice - Ani sfruttata per il suo corpo e la sua bellezza, Igor sfruttato per la sua forza fisica. Igor, per farvi capire, guida ancora la vecchia macchina di sua nonna, nonostante il lavoro dovrebbe essere quantomeno redditizio! 

Nel finale, i due si avvicineranno sempre di più, sia spiritualmente sia fisicamente, anche grazie al piccolo plot twist finale. La scena finale, di una struggente bellezza, corona il tutto e assume un significato - che va ad interpretazione da spettatore a spettatore - senz’altro più che poetico. 

Come dicevo all’inizio, il nostro Baker riesce a mantenere il suo spirito indipendente, nonostante il successo. Ebbene, ad inizio film, nelle scene del night club, gli uomini che interagiscono con la protagonista non sono comparse, bensì veri clienti ripresi “illegalmente” (così come, illegalmente parlando, aveva girato il finale de “Un sogno chiamato Florida”, nel parco giochi). Questi uomini sono stati ripresi tramite teleobiettivo, mentre l’attrice Mikey Madison era guidata dal regista tramite un auricolare nascosto. Così come la scena post-matrimonio per le strade di Las Vegas, secondo me; anche la scelta della villa è stata improvvisata, poiché il regista l’ha trovata per caso su Google maps! Il film si colloca coerentemente nella filmografia del regista, con la tematica del “sex worker” alienato quasi sempre messa in primo piano: in “Tangerine” le due protagoniste sono due transessuali; in “Un sogno chiamato Florida” la ragazza madre usava il suo corpo come espediente per sopravvivere; infine, in “Red Rocket”, il protagonista, un ex pornoattore, tornava a casa sua, in Texas, per tornare alla normalità. C’è un filo rosso che collega tutti questi film e Baker, su questo aspetto, ha compiuto un ottimo percorso. 

Per quanto riguarda la tecnica registica, i movimenti di macchina sono perfetti e i piano sequenza con i protagonisti ripresi di spalle (ricorrenti nel suo cinema) tornano alla ribalta, raggiungendo il loro apice all’interno del night club, nella parte centrale. Le inquadrature geometricamente perfette sul lungomare sono le uniche tipicamente bakieriane presenti in questo film (Baker è un maestro nello sfruttare la luce naturale e i luoghi più particolari realmente presenti nelle varie città). 

Anche in questo caso si ha un rapporto strano osservando la storia narrata: lo spettatore desidererà vivere in quel mondo lì, non può non empatizzare con i personaggi principali, anche se il mondo che viene svelato sia profondamente marcio e alienante! Mi è sempre capitato con ogni film di questo regista e anche qui ho provato la medesima sensazione. 

Ed ecco la mia interpretazione finale riguardo a questo film…la morale della favola è la seguente: solo l’unione degli ultimi, degli emarginati, può sconfiggere le brutture di questo mondo, governato da dei pochi ricchi superficiali e/o insensibili. Il messaggio non è nuovo, ma Baker lo esprime con la grazia innata del cinema indipendente. Un po’ come se Ken Loach incontrasse prima Harmony Korine e poi i fratelli Coen. 

E io non posso che dire grazie.



giovedì 21 novembre 2024

LONGLEGS - LA CONSACRAZIONE DI OZ PERKINS

 La famiglia Perkins nel campo artistico ci ha sempre saputo fare, prima con nonno Osgoord, poi con suo figlio Anthony (il grande Norman Bates di Psycho) e ora, a sua volta,  con Osgoord nipote, accorciato in “Oz” per amici e cinefili. Anche suo fratello Elvis, musicista, lavora ai suoi film, curandone la colonna sonora.

Oz, giunto al suo quarto lungometraggio, realizza un angoscioso horror mascherato, dalle premesse, da thriller poliziesco sovrannaturale, una sorta di miscuglio tra True Detective, Seven e Il silenzio degli innocenti … ma solo nelle premesse, sia chiaro! La storia parla della detective Lee Harker, semi-sensitiva alle prime armi, che la vede impegnata in un caso misterioso dell’FBI, sulle tracce di un misterioso serial killer, che si firma con il nome “Longlegs”, e che terrorizza intere famiglie, le quali si sterminano apparentemente senza motivo, senza che lui faccia nulla, visto che non è presente sul posto nel tragico momento. Come fa questo assassino a uccidere “a distanza”? Già dopo i primi minuti, l’atmosfera si fa a poco a poco angosciante e si percepisce benissimo come l’horror sia il vero genere dominante di questa pellicola. 

Basterebbe la prima scena per far capire la grandezza raggiunta da Perkins nel corso degli anni, anche solo per comprendere quanto sia abile nel suo mestiere. Il film si apre con un POV, un point of view, all’interno di una vettura. La soggettiva non è del guidatore, bensì di una seconda persona seduta sui sedili posteriori. Un sottile velo nero ci oscura leggermente la visuale. Soltanto ad un certo punto del film scopriremo, a conti fatti, che quel POV non era di un essere umano … ma di una bambola! 

Un piccolo colpo di genio (ce ne sono molti di questo tipo all’interno del film) che dimostra come Oz Perkins deve essere considerato parte del club della recente new wave dell’horror insieme ai più noti Robert Eggers, Ari Aster e Jordan Peele. Altro colpo di genio è il passare da un formato 1,33:1, con angoli smussati, per poi allungarsi piano piano ad uno più classico come il 2,39:1. Il primo formato è perfetto per rendere l’atmosfera retrò, di cui il film è pregno (non a caso Longlegs ascolta rigorosamente musica anni ‘70, con i T.Rex che svettano a sorpresa su tutto il resto!) 

Longlegs - il film - ci parla di come il male viva costantemente vicino a noi, andando a ricordare di come il Maestro Tobe Hooper ci diceva di non aprire quella porta, ovvero quel varco sottilissimo tra pazzia omicida e razionalità umana. 

Un’opera matura, concisa, che arriva dritta al punto, che riesce ad intrattenere e ad inquietare allo stesso tempo. Il titolo del film, difficile da rendere in italiano, fa probabilmente rifermento a Papà Gambalunga, il protagonista della celebre storia dove un ricco filantropo offriva la possibilità ad una giovane orfana di studiare in una università, per poi finire con lo sposarla; oppure, potrebbe riferirsi al fatto che Longlegs, un adulto, debba accovacciarsi per parlare faccia a faccia con i bambini, dicendo loro:  <<sembra che ho indossato le mie gambe lunghe, oggi>>. 

Gli attori del film, poi, aggiungono quel tocco in più, capeggiati in primis da un’ottima Maika Monroe, che interpreta la nostra stramba e acerba protagonista, guidata in primis dal suo sesto senso e dal suo misterioso legame con l’assassino; Nicolas Cage, al suo primo e - a quanto dichiarato - ultimo ruolo da serial killer, è sì notevolmente trasformato dal trucco, come avvolto da strati di cera, come se indossasse una maschera infernale, ma la sua breve performance, coerentemente sopra le righe (degna del personaggio Nick Cage creato in questi ultimi anni), è già divenuta cult, un po’ come la breve performance di Sir Anthony Hopkins nei panni di Hannibal Lecter. Il personaggio di Longlegs è molto più complesso di quello che sembra - Longlegs non è altro che un ingranaggio del sistema satanico-infernale, e parla spesso dell’<<amico del-piano-di-sotto>>. A chi si starà riferendo? A voi scoprirlo. 

Longlegs vive della pazzia interpretativa del suo attore, spesso lasciato a briglia sciolta e capace di recitare scene improvvisate, come quelle in macchina. Il personaggio e l’attore si fondono in un tutt’uno, in questo caso. Un plauso anche a Alicia Witt, che interpreta l’inquietante madre della protagonista. Blaire Underwood, che interpreta il capo della nostra, è capace di dare al suo personaggio un pizzico di ironia, in un film circondato da atmosfere cupe. 

Soltanto il finale del film può essere considerato “telefonato”, ma gli eventi mostrati erano l’unico modo di sbrogliare ogni aspetto della sceneggiatura e di chiudere ogni sotto trama. In poche parole, Perkins non aveva scelta. 

È un po’ come mettere l’ultimo tassello di un puzzle al posto giusto: sai cosa accadrà, ma sei comunque soddisfatto per il lavoro finito. 

Ora non resta che aspettare il 2025, quando uscirà il quinto lungometraggio di Oz Perkins, “La Scimmia”, tratto dall’omonimo racconto del maestro del brivido Stephen King. 



mercoledì 30 ottobre 2024

5 FILM HORROR A EPISODI PER LA NOTTE DI HALLOWEEN

 

In questo particolare periodo storico, dove vanno così tanto di moda le serie tv, oppure i film a puntate (o meglio, si è stati abituati a concepire così il prodotto audiovisivo con l’avvento della tv), ecco che per la notte di Halloween 2024, che è ormai alle porte, ho deciso di consigliarvi cinque film dell’orrore a episodi, così da vedere un unico film, ma diviso in più storie. Partiamo:

1)    “Il giardino delle torture” di Freddie Francis (1967): horror britannico suddiviso in quattro episodi, è un film ambientato in un luna park, dove alcuni turisti faranno la conoscenza del Dottor Diablo, che farà immergere ogni personaggio in una sorta di trance, per fargli vivere in prima persona un'inquietante storia una diversa dall’altra. Un cult horror che oggi forse non spaventerà più come negli anni ‘60, ma che ha ancora qualche freccia nel suo arco. L’ultimo episodio, per esempio, è un grande omaggio a Poe. Il finale che amalgama la pellicola, all’interno del parco giochi, non può che essere a sorpresa, come solo un tempo si sapeva fare.

2)    “Creepshow” di George A. Romero (1982): uno dei migliori film horror degli anni ’80, questo Creepshow è un vero gioiello, girato dal Maestro Romero e scritto da Stephen King (che qui vi recita anche). Un film fotografato magistralmente, in omaggio all’altro Maestro del brivido Mario Bava, con dei viola, dei blu e dei rossi … dell’altro mondo! Il film, dopo un prologo che vede recitare anche il piccolo Joe Hill, il figlio di King, si suddivide in cinque episodi, che sono:

‘La festa del papà’: un odioso uomo, ucciso anni prima, tornerà in vita il giorno della festa del papà, per cercare vendetta.

‘La morte solitaria di Jordy Verrill’: un contadino (un indimenticabile strampalato S.King) entra in contatto con un meteorite caduto sul suo giardino.
‘Alta marea’: un marito tradito (interpretato da un inedito Leslie Nielsen) si vendica della moglie e dell'amante seppellendoli sulla riva in attesa dell'alta marea.
‘La cassa’: nel sottoscala di una università si trova una cassa con dentro una misteriosa creatura.
‘Strisciano su di te’: un avido uomo d'affari ha una paura tremenda degli insetti e questo lo porta a vivere rinchiuso dentro il suo asettico appartamento, finché un blackout complicherà le cose. Senza dubbio l’episodio più disgustoso di tutta la pellicola, credetemi!

3)    “Incubi” di Richard Donner, Tom Holland e Robert Zemeckis (1992): tre registi di altissimo livello per tre mediometraggi molto coinvolgenti, in un film uscito direttamente per la televisione, e che in pochi conoscono. ‘Duello fantasma’ è un western che narra la storia di un pistolero che, grazie ad una pozione, scoprirà ciò che la sua mente ha rimosso.
‘Corsa verso la morte’ racconta di una sfida tra un giovane del volante (un giovane Brad Pitt) e un campione del passato, impegnati in una corsa mortale ad alta velocità.
‘L'ultimo coraggio’ è la storia di un padre che, durante la Grande Guerra, porta il figlio davanti alla corte marziale accusandolo di codardia, da menzionare i due attori coinvolti, ovvero il grande Kirk Douglas e suo figlio Eric. Piccola curiosità, Kirk Douglas aveva già recitato nelle trincee della Prima guerra mondiale, nel capolavoro di Kubrick del 1957, “Orizzonti di gloria”.

4)    “Three … extremes” di Fruit Chan, Park Chan-Wook e Takashi Miike (2004): anche in questo caso abbiamo tre cineasti d’eccezione, che realizzano un horror a episodi disturbante come pochi altri, capace di traumatizzare lo spettatore più volte durante la singola visione. Nel primo episodio, ‘Ravioli’, una signora borghese si reca presso una singolare fattucchiera per mangiare i suoi ravioli, elisir di lunga vita, grazie al particolarissimo condimento. Questo episodio è stato poi rilasciato anche come lungometraggio, ed è davvero un’ottima disgustosa storia scabrosa.
Nel secondo episodio, ‘Cut’, un regista e sua moglie vengono rapiti da una comparsa psicopatica e costretti ad un gioco diabolico.
Nel terzo e ultimo episodio, ‘Box’, si parla di fantasmi e visioni, ambientando il tutto in un circo.

5)    “Southbound – Autostrada per l’inferno” di David Bruckner, Patrick Horvarth e Roxanne Benjamin (2016): un horror indipendente che, a differenza degli altri citati, collega tra loro le varie storie, andando a creare un vero e proprio incubo ad occhi aperti, dove un’azione di un personaggio, magari, andrà a stravolgere l’esistenza del protagonista dell’episodio successivo. L’ambientazione sulla celebre strada Route 66, costeggiata dal deserto e perfetta per lunghi viaggi notturni e solitari, infernali, non può che fare da splendida cornice a un film molto interessante e originale.

lunedì 28 ottobre 2024

PARTHENOPE DI PAOLO SORRENTINO: TRA MITO, RIMANDI CLASSICI E PERFEZIONE TECNICA.

Parthenope è un inno all’estate, alla giovinezza in generale e ai corpi in particolare. 

La cosa che mi ha colpito fin dalla primissima scena di questo film, e sensazione che non mi ha abbandonato mai per 130 minuti, è il fatto che Sorrentino abbia realizzato delle inquadrature volutamente perfette, maniacali, degne di essere esposte al Louvre o agli Uffizi. In questi tre anni, che lo separano dal suo precedente lavoro, Sorrentino avrà sicuramente studiato e ristudiato ogni singola scena. L’avrà disegnata, sognata, immaginata più volte. Ne sarà uscito pazzo. La perfezione tecnica ne è il risultato. Anche quando inquadra un semplice muro (non scherzo mica) riesce a essere geometricamente e visivamente perfetto. 

Il film, comunque, narra la giovinezza di Parthenope, figlia del mare e di Napoli, dal 1968 fino ai primi anni ‘80. Proveniente da una famiglia della borghesia napoletana, la ragazza si muove e si atteggia da dea greca, tra pose ad effetto, da spot televisivo, e frasi taglienti sempre pronte (cosa che ogni personaggio del film le rinfaccia, tanto da diventare comico, <<hai sempre la risposta pronta>>). 

Parthenope, infatti, sembra l’incarnazione di una dea greca in terra. E arriverà perfino a sfidare subdolamente Dio, o chi per esso lo rappresenta sulla terra! 

Non ci vuole molto a capire che: Parthenope = Napoli. 

In realtà, Partenope, nella mitologia greca, era una bellissima sirena dagli occhi tristi che con il suo canto riusciva ad ammaliare chiunque, perfino sé stessa. La sua fine, secondo il poeta Apollonio Rodio, è da ricondurre ad Ulisse, che riuscì a ignorare il canto della sirena e delle sue simili. La sirena allora si suicidò e il corpo esamine arrivò fino alle foci del fiume Sebeto, che bagnava l’antica Neapolis. Successivamente, col passare del tempo, Partenope venne scelta come dea protettrice dai cittadini. Oggi, di Partenope, rimane una scultura incastonata nella fontana della caratteristica Piazza Sannazaro, in città.

Nella pellicola, invece, Parthenope, partorita proprio nelle acque partenopee, è una bellissima donna, inevitabilmente ammaliatrice, come solo e soltanto le meridionali possono essere, ed è interpretata dalla sconosciuta Celeste Dalla Porta, eccellente nelle scene di silenzio…e anche da Stefania Sandrelli, nella sua controparte anziana. 

La giovane è particolarmente legata a suo fratello, che ha il tratto distintivo di soffiare sulle persone (letteralmente) come il Dio del vento Eolo. 

Il loro rapporto, dai tratti incestuosi, è un altro rimando al mondo greco antico. Le giornate dei due trascorrono nella loro grande villa, corredata da busti greco-romani, tra la noia borghese, le letture e l’armonia delle onde blu del mare, fotografato in maniera eccelsa da Daria D'Antonio.

I due, più il fidanzato di lei, allora, decidono di partire alla volta della vicina Capri, per dare una svolta all’estate. Qui la nostra eroina incontrerà perfino John Cheever, scrittore statunitense realmente esistito, Maestro indiscusso del racconto breve, interpretato da un Gary Oldman forse mai così bravo. Sempre a Capri, la scena della discoteca è molto d’effetto. La colonna sonora del film, ne approfitto, è memorabile. 

A Capri ci sarà, però, un evento - una svolta - che cambierà drasticamente le sorti dei personaggi del film, degna di una tragedia greca. 

Da quel momento in poi, dal ritorno a Napoli in avanti, intendo dire, il film diventa un pretesto per celebrare lo sfogo dell’ego sorrentiniano, che raggiunge vette mai toccate prima. 

Se fino a quel momento il film era sì una favola (<<Fidatevi, (vi) nascerà una femmina>>, afferma fin dalla sua prima battuta il Commendatore), ma tutto sommato abbastanza sobria (unici elementi grotteschi presenti: l’elicottero e il baldacchino di Versailles), dalla seconda parte in poi le scelte visive di Paolo Sorrentino assumono un tono barocco e un ritorno alla follia grottesca de “La grande bellezza” e “Youth”, ma ancora più in grande; elenco, vado a memoria: il colera, l'attrice mascherata, la fusione, tutta la parte del miracolo di S.Gennaro, il figlio. E mi fermo qui. 

Alcune scene sono tuttavia riuscite, come quella che vede la musa del regista, Luisa Ranieri, impegnata in un monologo di territoriale autocritica. 

Molto bello anche il rapporto tra Parthenope e il suo professore universitario, interpretato da uno stanco, ma convincente, Silvio Orlando. 

Nella parte finale si accumulano le scene grottesche, oniriche, esagerate.

Tutto quello che non amo e non sopporto di Sorrentino viene tristemente a galla. 

Inoltre, chi non ama i film dove i personaggi parlano per frasi fatte, forse dovrebbe tenersi alla larga da tutto questo. 

Il finale prolungato e tirato per le lunghe non convince affatto; interessanti, al contrario, i titoli di coda. Fosse stato sfoltito di una decina di minuti, il ritmo del film ne avrebbe giovato. 

Azzardo anche che, fosse stato solo un mediometraggio (dall’inizio fino alla parte a Capri inclusa, ovviamente), il film sarebbe stato indimenticabile, non esagero.

Sorrentino, dunque, tirando le somme, non riesce a contenersi come aveva fatto nel precedente e stupendo “È stata la mano di Dio”, dove il grottesco c’era, ma era contestualizzato nel folklore napoletano (vedi il Munaciello). Un peccato, però, non aver visto quel film sul grande schermo, rubato dall’avidità di Netflix; una fortuna, al contrario, aver goduto di questo film sul grande schermo.
 

Qui, in compenso, c’è una perfezione tecnica da far invidia a un maestro dell’inquadratura del calibro di Wes Anderson. 

mercoledì 21 febbraio 2024

POVERE CREATURE! - ANATOMIA DI UN FILM

Il regista greco Yorgos Lanthimos, classe ’73, a distanza di cinque anni da “La favorita”, film britannico in costume, torna a dirigere un film, basandosi su un romanzo sperimentale, postmoderno, scritto da Alasdair Gray, celebre scrittore fantasy natìo di Glasgow. Il romanzo, di oltre 400 pagine e corredato da disegni dello stesso scrittore, è stato pubblicato nel 1992, ma uscì in Italia soltanto due anni dopo, dapprima con il titolo “Poveracci!”. Una seconda ristampa era stata ribattezzata “Vita e misteri della prima donna medico d’Inghilterra”. Soltanto oggi, prende il nome del film: “Povere creature!”. Tornando al film, però, esso si apre con un breve incipit a colori, molto elettrici, quasi fossimo dinanzi un dipinto di El Greco (1541-1614). Lo spettatore assiste subito al suicidio di una giovane donna, Victoria Blessington, che si getta nel Tamigi, il noto fiume di Londra, dal Tower bridge. Poi, il regista sceglie di passare al bianco e nero per tutta la prima parte del film … un bianco e nero che si rifà ai film del cinema espressionista tedesco (anni ’20). Lo spettatore fa così la conoscenza di Godwin Baxter, un geniale scienziato sfigurato, interpretato da un sempreverde Willem Dafoe, la cui faccia è trasformata (e deformata a causa degli esperimenti inflitti da suo padre) dal trucco. Lo scienziato, che non gode di molta stima all’interno della comunità, è riuscito tuttavia nell’impossibile: ha riportato in vita Victoria, sostituendole il cervello con quello del bambino che portava in grembo! Ribattezzata in Bella, ora ragazza con cervello da infante, è costretta a crescere solo e soltanto all’interno della casa di Godwin Baxter, che lei chiamerà per tutto il corso del film “God” (cioè Dio, a sottolineare il fatto che egli sia il suo creatore). Una casa popolata da animali incrociati con altri animali, dunque anch’essi vittime di esperimenti. La regia di Lanthimos è tra il voyeuristico e l’introspettivo. Si alternano inquadrature che sembrano replicare lo spioncino di una porta (il fish-eye, nel gergo cinematografico), passando per zoom che arrivano ad inquadrare i volti degli attori, fino ad arrivare al marchio di fabbrica del cineasta, il grandangolo. Il film, secondo me, può essere comodamente suddiviso in tre atti:

1.  1) Bella Baxter muove i primi passi:

notevole il lavoro svolto da Emma Stone, costretta ad interpretare una donna con un cervello da bambina, quindi dispettosa, scoordinata e incapacitata a formulare frasi di senso compiuto, almeno nei primi tempi. L’inizio della pellicola è ripetitivo e indugia molto sul comportamento di Bella, che si diverte a suonare il piano, rompere i piatti uno dopo l’altro e giocare con gli animali, oltre a “tagliare” i cadaveri a disposizione di God, lo scienziato. Uno dei pochi estimatori di Godwin, il giovane studente di bassa estrazione sociale Max McCandles, viene assunto dallo stesso scienziato per annotare tutti i progressi della donna-bambina. Inutile dire che, ben presto, tra i due nascerà un rapporto speciale. Godwin, capendo ciò, propone al ragazzo di sposare Bella.

2.   2) Bella scopre la sua sessualità:

Ora che è passato del tempo, Bella è in grado di parlare, si muove meglio e ha avuto anche qualche concessione, come una gita fuoriporta con i suoi due uomini. Ma a Bella tutto questo non basta, perché è una creatura che sta crescendo, si sta formando e che, sopra ogni cosa, ha voglia di scoprire. Quasi per caso, una mattina, scopre il piacere autoerotico. Da quel momento in poi, sarà tutto un crescendo. Per redigere il contratto di matrimonio, che pone dei vincoli a Bella, viene chiamato Duncan Wedderburn, interpretato da un sorprendente Mark Ruffalo. L’avvocato, non altro che un dongiovanni, conosce di nascosto Bella e la invita a scappare con lui, a conoscere il mondo. Proprio con l’avvocato, Bella avrà i primi rapporti sessuali, continui e frenetici, chiamati ingenuamente <<furiosi sobbalzi>>. God, capendo che Bella sta sempre diventando più indipendente, la lascia partire per un viaggio che la terrà fuori casa per parecchio tempo.

Nonostante la vicenda narrata sia ambientata in un determinato periodo storico – l’Inghilterra vittoriana – il mondo ricostruito da Lanthimos è immaginifico, surreale e grottesco, fuori dal tempo, in una parola sola: steampunk. Esso trascende il tempo stesso, mostrando sì una società tardo ottocentesca, ma imbastita di elementi futuristici come macchine a vapore, tram che corrono per l’aria, colori elettrici, marcati, un’atmosfera fiabesca. Dal punto di vista visivo, la scenografia può ricordare quella di un Jean-Pierre Jeunet o di un Terry Gilliam. Visivamente parlando, i paesaggi del film sono, dal primo all’ultimo, mozzafiato e, avendoli visti sul grande schermo, mi hanno lasciato senza parole!

Una volta arrivati a Lisbona, Bella, dopo aver fatto ancora i <<furiosi sobbalzi>> con Duncan, esplora da sola la città, rimanendone incantata e un po’ spaventata. Proprio nel capitolo dedicato a Lisbona, il film inizia a rivolgere una più netta critica alla società vittoriana e benpensante dell’epoca, con una figura dirompente e “pura”, innocente, come quella di Bella ad apportare una piccola “rivoluzione” a quel mondo lì. Degna di nota la sequenza a tavola, che vede i due amanti e una coppia loro coetanea scherzare su temi (sessuali) a doppio senso, prima che Bella irrompa nelle battute con una uscita molto volgare, che scandalizza i loro amici. Altra scena da menzionare è quella del ballo, dove Bella – fuori da ogni schema imposto dalla società – ne inventa uno nuovo, frenetico, spasmodico, una <<modern dance>>, come cantavano i Pere Ubu negli anni ’70. Per rivitalizzare un rapporto che sta ora sfociando nella noia e nell’odio, Duncan droga Bella e la porta in una nave da crociera che “sputa” del vapore giallo. Ma invano. Sulla nave, però, Bella conosce una coppia di viaggiatori: una anziana signora di nome Martha von Kurtzroc e un ragazzo di colore di nome Harry Hastley, le cui biografie, purtroppo, non vengono nemmeno menzionate, lasciando il desiderio allo spettatore di leggere il libro di Gray, per scoprire più dettagli sui personaggi. Nonostante ciò, Bella, grazie ai suoi due nuovi amici, conosce la filosofia (Harry è un nichilista, non si riconosce in nessuna ideologia). Per far aprire gli occhi a Bella riguardo gli orrori del mondo, Harry la accompagna ad Alessandria d’Egitto.

3.   3) Bella scopre gli orrori del mondo:

eppure, nonostante il mondo apparisse bello e innocente agli occhi della giovane creatura, c’erano stati degli avvisagli nefasti come la coppia in litigio a Lisbona e, sulla nave, il più cruento sgozzamento di un gabbiano da parte di un marinaio. Ma solo ad Alessandria, Bella verrà a patti con la realtà, osservando con i propri occhi le disparità sociali, rappresentate in modo <<dantesco>>, da girone infernale, in un caldo torrido. Bella, disperata, scoppia in un pianto isterico. Così, decide di prendere i numerosi soldi vinti da Duncan al casinò e donarli ingenuamente a due marinai che, quasi certamente, terranno per loro stessi. Senza più un soldo, i due amanti sono obbligati a sbarcare al prossimo porto e, ritrovatosi a Parigi, costretti a vivere come vagabondi. Qui arriva la parte più divertente del film, nonostante la drammaticità del momento, con un Mark Ruffalo che da ex supereroe del cinema (è stato l’attore che ha interpretato Hulk) appare adesso ridicolizzato, in preda a crisi isteriche perché povero e senza un soldo in tasca. In una Parigi completamente innevata, Bella inizia a lavorare in un bordello, a prostituirsi, per guadagnare soldi. Qui sta la chiave di lettura più importante presente all’interno della pellicola: Bella si emancipa da una società di disparità e fortemente patriarcale mettendo a disposizione il suo corpo, unendo il piacere personale al guadagno, voltando faccia a una società ipocrita, benpensante, che collega la mercificazione del corpo alla peccaminosità, all’indecenza. Un mio amico appassionato di filosofia, Marco, ha visto in Marcuse la chiave del film: ovvero il superamento dei dolori provocati dalla società attraverso la totale liberazione dell’eros. Nel bordello, in ogni caso, avviene un altro fatto importante, ovvero Bella fa la conoscenza di Toinette, una sua giovane collega, che la introduce al socialismo. Bella ora capisce che soltanto attraverso una rivoluzione, alla lotta di classe, potrà liberarsi dalla società in cui è costretta a vivere. Nonostante il libro sia più politico, come tutti i lavori del suo scrittore, anche nel film non mancano accenni – magari più velati – alla politica. Purtroppo, God, sentendo la mancanza di Bella, inizia a stare male. Presto capirà che non ha più molto tempo da vivere. Bella, dunque, non può che tornare nella città da dove era scappata: Londra. Lì, la ragazza, presto conoscerà il concetto di morte. Durante il giorno delle nozze, al quale assiste lo stesso God, a complicare le cose, comparirà il vecchio marito di Victoria/Bella, tale Alfie Blessington, un generale dell’esercito, che reclama il diritto di averla con sé, di possederla; e lei, a sorpresa, deciderà di seguirlo nel suo castello, lasciando sbalordito il pubblico tanto quanto Max e Godwin che rimangono impotenti, vicino l’altare. Spaesato, lo spettatore non capirà il perché di quella scelta. Ma poi, in un finale tanto crudele quanto geniale, tutto assumerà un senso e lo spettatore potrà lasciare la sala appagato, con un sorriso tra le labbra.

ASPETTI TECNICI:

dal punto di vista tecnico, tutti nella troupe hanno svolto un egregio lavoro. Lo stile di regia di Lanthimos, come ribadito all’inizio, è perfetto per ciò che si sta vedendo. Il montaggio, ad opera di Yorgos Mavropsaridis, crea il giusto ritmo. Le scenografie sono visivamente memorabili, i cieli appaiono come dipinti, pennellati; il mare, sembra uscito da un film di Fellini. I costumi sono iconici, perfettamente studiati e penso proprio che verranno menzionati, nel prossimo futuro, nelle scuole di moda. Ma a colpire maggiormente forse è la colonna sonora, composta interamente da Jerskin Fendrix, che ha suonato a parte ogni strumento, dal pianoforte ai violini. La colonna sonora appare volutamente scoordinata e strimpellante, al fine di ripercorrere i passi di crescita della protagonista, diventando un tutt’uno con essa, fino a crescere, a maturare, e diventare un po’ più armonica.

L’EVOLUZIONE DI LANTHIMOS:

Di notevole importanza è anche l’evoluzione compiuta dal cineasta greco che, film dopo film, ha cambiato stile, lo ha plasmato alle sue storie e al suo modo di vedere il mondo. Conosciuto dapprima in patria come un regista “freddo”, glaciale, con uno stile simile a quello di un Michael Haneke o di un Ulrich Seidl, oggi – grazie a questo suo ultimo film – possiamo notare come sia diventato un regista più “caldo” … è questo, infatti, il suo film più sentito, dove si nota tantissimo la sua empatia per due o tre personaggi! L’evoluzione di Lanthimos, iniziata con “La favorita”, superando l’ingombrante appellativo di “nuovo Kubrick”, può oggi dirsi compiuta. Probabilmente, però, come per tutti i grandi artisti anche questo periodo sarà per lui di transizione, fino al prossimo step della sua già rinomata carriera.

INFLUENZE, CITAZIONI E OMAGGI:

nonostante l’originalità della storia, Lanthimos infarcisce la pellicola di omaggi e citazione ad altri film, probabilmente a lui cari. Da un certo punto di vista, il regista gioca un po’ con il metacinema, incarnando il ruolo di Godwin, incrociando vari film (come il personaggio incrocia i suoi animali), per creare un nuovo ibrido. Innanzi tutto, la prima parte del film ricorda il suo primo film di successo “Kynodontas” (la storia di due ragazze cresciute forzatamente nella loro casa, senza poter osservare il mondo). La storia ha tratti in comune con “Pinocchio” e “Frankenstein”, creature create da altri esseri umani e desiderose di esplorare il mondo che li circonda. Poi, possiamo notare le influenze del cinema espressionista tedesco, come scritto sopra, ma non solo nella fotografia in bianco e nero, ma proprio per scelte di regia; possono essere fatti dei parallelismi con “Metropolis” di Fritz Lang (1927) per quanto riguarda lo skyline di Lisbona o per la scena dell’operazione di Bella. Le scenografie, gli interni dei determinati edifici (sia esso un hotel, la cabina della nave o il bordello) sono sfarzosi, barocchi e influenzati dall’Art déco (1940s). Le atmosfere steampunk sono ovvie e, come scritto in precedenza, ci sono echi di Gilliam e Jeunet. Curioso e divertente il parallelismo notato da alcuni appassionati cinefili su internet con il film cult di serie B “Frankenhooker”, la storia rivisitata – anche in quel caso – di Frankenstein, ma al femminile. Dopo la morte della sua ragazza, a causa di una falciatrice assassina che l’ha ridotta a brandelli, un giovane studente scienziato cerca di riportarla in vita. Non avendo parti del corpo a disposizione è costretto a uccidere delle prostitute per riportare in vita la sua ragazza. Una volta in vita il mostro avrà una voglia scatenata di … sesso! Nonostante sia una commedia horror, le espressioni facciali tra la protagonista e Bella sono simili (di certo la Stone è un’attrice di rilievo), la scena della creazione è simile e, il sesso come liberazione del proprio io, è parte comune in entrambi i film.

SCELTA DEL TITOLO:

emblematica, ai fini del messaggio dell’opera, la scelta del titolo. Chi sono queste povere creature? Forse gli uomini che ruotano intorno a Bella (il protettivo God, il promesso sposo Max, l’insaziabile Duncan, i disperati uomini frequentatori del bordello, il crudele marito Alfie), almeno questa è la spiegazione che viene fornita al lettore del libro; o forse le Povere Creature non sono altro che gli esseri umani, condannati alle loro scelte, ai loro errori, a una vita apparentemente insensata. Forse, invece, le Povere Creature sono le donne, abusate da una società maschilista, che le vuole rinchiuse in un determinato luogo. La risposta non ci è data saperla con certezza, ma lo spettatore potrà farsene una propria dopo aver visto il film.

sabato 30 dicembre 2023

LISTA DEI MIGLIORI FILM DEL 2023 (50 titoli!!!)

44) “Nessuno ti salverà” di Brian Duffield (2023): su Disney+ sbarcano gli alieni e il film nella prima parte convince pure, finché non si perde un po’. Ma il vero problema è quello d’ispirarsi non solo ad un paio di film fantascientifici ma a una vastità di pellicole del genere sci-fi! Peccato, perché il film è coraggiosissimo: è interamente muto! E di questi tempi, ci vuol tanto fegato …

43) “Diabolik – Ginko all’attacco!” dei Manetti bros. (2022): Marinelli era un Diabolik migliore, secondo me, ma questa volta è il film a convincere. Niente di clamoroso, ma i colpi di scena non mancano. Ed è già qualcosa.

42) “Tiziano Terzani – il viaggio della vita” di Mario Zanot (2023): documentario che ripercorre a tappe la vita del mio giornalista preferito, dalla nascita a Firenze fino alla morte tra i monti dell’Appennino pistoiese, passando per i reportage di guerra in oriente. Un documentario classico, più per neofiti che altro.  

41) “M3GAN” di Gerard Johnstone (2022): divertissement horror che ragiona sull’eccesso dell’AI. Gradevole. La bambola M3GAN diventerà un piccolo cult, probabilmente.  

40) “Scream VI” di M. Bettinelli-Olpin & T. Gillet (2023): film in linea con gli altri capitoli della saga. Mi sta un po’ più simpatico da quando Melissa Barrera è stata licenziata dal franchise per i suoi post a sostegno della Palestina (seguita da Jenna Ortega che si è licenziata probabilmente a sostegno della collega).

39) “Le otto montagne” di F. Van Groeningen & C. Vandermeersch (2022): ritorna la grande coppia Borghi – Marinelli (i due più grandi volti del nuovo cinema italiano) sul grande schermo e il film anche solo per questo può risultare interessante. Grande recitazione, buona atmosfera e paesaggi mozzafiato per un dramma tratto dal famosissimo romanzo omonimo. Invernale.

38) “The Whale” di Darren Aronofsky (2022): il celebre regista statunitense alle prese con il suo film più realistico e “semplice”, in un certo senso, quasi tutto ambientato in una stanza. C’è tanto, ma tanto dramma in quest’opera tratta da una pièce teatrale. Un ritrovato Brendan Fraser guida il tutto, trasformato dall’ingombrante make-up, e vincitore per questa interpretazione di un premio Oscar più che meritato.

37) “Operation fortune” di Guy Ritchie (2023): solito giocattolone del buon Guy, alle prese con lo spionaggio, in questo caso. Nulla che non si sia mai visto, ma il ritmo c’è, le battute divertono e, almeno a me, il suo cinema piace.

36) “Napoleon” di Ridley Scott (2023): epico, ma non epocale. Ne parlo in modo più dettagliato qui: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2705524279600990&set=pb.100004303334462.-2207520000&type=3

35) “Close” di Lukas Dhont (2022): dei bravissimi attori bambini interpretano questo film estremamente drammatico ambientato in Belgio. Una storia d’amicizia (o forse d’amore?) destinata ad interrompersi presto … ma per quale motivo?

34) “Kimi” di Steven Soderbergh (2022): thriller semplice, “classico”, ma reso interessante dalla descrizione della protagonista, una ragazza agorafobica alle prese con il Covid e, probabilmente, con un omicidio captato da un messaggio telefonico; ottima interpretazione da parte di una sorprendente Zoe Kravitz dai capelli blu.

33) “Tár” di Todd Field (2022): una strepitosa Cate Blanchett interpreta Lydia Tár, una fittizia e importantissima direttrice d’orchestra, che deve difendersi da infamanti accuse, vedendo la sua carriera crollare da un momento all’altro. Un po’ troppo lungo, ma un viaggio dallo stampo realistico nella psiche destabilizzata di una grande artista.  

32) “EO” di Jerzy Skolimowski (2022): il celebre regista polacco realizza una sorta di remake contemplativo e d’atmosfera del film di culto “Au hasard Balthazar”. Le vicissitudini di un povero asino osservate dal suo stesso punto di vista (non mancano le riprese in soggettiva). Esteticamente riuscito (bella la fotografia a tratti psichedelica), il messaggio animalista risulta essere forse un po’ troppo ridondante.   

31) “Il gatto con gli stivali 2 – l’ultimo desiderio” di Joel Crawford (2022): cambiano lo stile di animazione e il doppiatore (italiano), ma il risultato no. Un altro divertente film sul gatto più famoso del mondo. La storia, destinata soprattutto ai più piccoli, ha il coraggio di parlare dal primo all’ultimo minuto della morte, argomento affrontato con sorprendente serietà. Il cattivo, questa volta, è cattivo per davvero e non esiterà a sacrificare bruscamente anche tutti i suoi aiutanti pur di raggiungere il suo losco obiettivo. Perrito, il personaggio dell’anno!

30) “Il ritorno di Casanova” di Gabriele Salvatores (2023): anche il nostro Salvatores dirige il suo “8 ½”, un film metacinematografico, probabilmente autobiografico, che si avvale di un ottimo bianco e nero e di un grandissimo Toni Servillo. Promosso!

29) “Armageddon Time” di James Gray (2022): il sogno americano deve fare i conti con una realtà da incubo: razzismo, valore dei soldi, la figura di Reagan che incombe … nel 1980 non c’è più il tempo per sognare, anche se sei un bambino. Un plauso all’eterno Anthony Hopkins, qui impegnato nella parte del saggio nonno del protagonista. Un filmone, per quanto mi riguarda.

28) “Masquerade – ladri di amore” di Nicolas Bedos (2022): una commedia che sfocia nell’heist movie nella bellissima Costa Azzurra, che fa da cornice ad un film di inganni a scatole cinesi. Da segnalare il grande ritorno in un ruolo in primo piano per Isabelle Adjani, una delle mie attrici preferite. Non solo per questo, il film merita di far parte di questa classifica.  

27) “The killer” di David Fincher (2023): un killer solitario, interpretato da un freddo ma maestoso Fassbinder, alle prese con la sua implacabile vendetta dopo aver sbagliato un colpo importante col suo fucile. Tratto da una graphic novel francese, il film intrattiene, ma va via troppo velocemente, anche se è suddiviso in capitoli (da segnalare quello con una imperiosa Tilda Swinton). Freddo.

26) “L’ultima notte di amore” di Andrea di Stefano (2023): sorpresa dell’anno. Un noir metropolitano italiano davvero notevole, tutto ambientato in una Milano notturna dei giorni nostri. Tecnicamente molto valido, la pellicola si avvale anche di un Pierfrancesco Favino in grande forma. La prima parte, ricostruita in flashback, è davvero intrigante; la seconda parte non riesce a reggere il confronto, secondo me. Anche se il finale alla “It follows” è ganzo.  

25) “Bussano alla porta” di M. Night Shyamalan (2023): l’apocalisse secondo il regista de “Il sesto senso”. Un cineasta che negli ultimi anni è in notevolissima ripresa grazie ai due ottimi “Glass” e “Old”. Breve, ma efficace, questo film dalla impostazione teatrale.

24) “Morto per un dollaro” di W. Hill (2022): il Maestro Walter Hill ritorna con un western dall’impostazione classica, ma con una fotografia interessante e dei grandissimi attori come Cristoph Waltz e Willem Dafoe davvero in forma.  

23) “Rumore bianco” di Noah Baumbach (2022): adattare il capolavoro omonimo di Don DeLillo non era un compito facile, tutt’altro. Ma Baumbach, secondo me, ne individua lo spirito, l’anima, e fa un buon lavoro. Ottimo il lato tecnico ed estetico (la scena della nube è resa perfettamente). Adam Driver e Greta Gerwig (esatto, proprio la regista di “Barbie”) regalano due interpretazioni mostruose, anche se esteticamente non sono dei perfetti Jack & Babette (gli attori dovevano essere un po’ più vecchi). Insomma, il film differisce dal romanzo di Don, ma ne rispecchia lo spirito. Ingiustamente bistrattato.

22) “After Yang” di Kogonada (2021): film distribuito da sky da novembre dello scorso anno. Si tratta una pellicola molto dolce, dai toni sottilmente distopici e sci-fi. Racconta la lunga vita di un robot da “compagnia” per famiglie. Tenero, dolce e familiare. Film dai toni “orientali”. Da vedere.

21) “The Outfit” di Graham Moore (2022): Sorprendente gangster movie dall’impostazione teatrale, perciò ambientato interamente in un’unica location, la bottega di un sarto - o per esserci precisi di un tagliatore - della Chicago degli anni ‘50, qui interpretato da un magistrale Mark Rylance (“Il ponte delle spie”, “il GGG” …); la trama vede il nostro sarto ospitare nella sua bottega un via vai di gangster irlandesi, che utilizzano il negozio come covo segreto. Un giorno, però, accade un imprevisto, una delicata discussione e ci scappa il morto… Graham Moore, appena alla sua prima pellicola, firma un’opera piena di colpi di scena che, appena presentati i personaggi e la stressante situazione vissuta dal nostro, si susseguono uno dopo l’altro, degni del migliore Guy Ritchie fino ad un appagante finale dove il nostro Rylance dà il meglio di sé come solo i grandi attori sanno fare.

20) “The quiet girl” di Colm Bairéad (2022): pellicola irlandese molto delicata, dolce e, per l’appunto, silenziosa. Si parla dello speciale rapporto tra una piccola bambina incompresa e i suoi due zii incontrati per la prima volta. Delicato.

19) “The Holdovers – lezioni di vita” di Alexander Payne (2023): anche in questo caso un film molto dolce. Il rapporto tra un professore di un college e uno studente costretto a restare con lui durante le vacanze natalizie del 1970. Esteticamente molto curato, il film riuscirà a scaldarvi il cuore senza risultare zuccheroso. Natalizio.

18) “Tremila anni d’attesa” di George Miller (2022): il regista della saga di “Mad Max” qui alle prese con un fantasy puro con una immensa Tilda Swinton, che interpreta una scrittrice in viaggio ad Istanbul, e un grande Idris Elba, il classico genio (della lampada). I racconti del genio sono originali anche se di stampo classico e il rapporto tra i due protagonisti molto dolce e intenso. Una piacevole scoperta.

17) “Mona Lisa and the blood moon” di Ana Lily Amirpour (2021): finalmente è arrivato in Italia! Solo da metà gennaio questo film è approdato su sky, dopo una lunga ed estenuante attesa; perché la regista iraniana, secondo me, è una delle migliori in circolazione. Il film, un fantasy grottesco, manda messaggi positivi come l’amicizia e la libertà.

16) “Cane che abbaia non morde” di Bong Joon-Ho (2000): finalmente arriva in Italia l’esordio del regista di “Parasite”! Lo trovate su mymovies. Grande opera prima, anche se risente naturalmente del budget limitato. La location condominiale, tuttavia, riesce a compensare un bel po’.

15) “Trenque Lauquen” di Laura Citarella (2022): in futuro si parlerà con più riguardo di questa Nouvelle Vague argentina, iniziata nei primi anni duemila con Lisandro Alonso. Dopo “La flor”, ecco un altro film argentino da menzionare. Le caratteristiche che accomuna questi film sono: la lunga durata (questo dura oltre quattro ore), un soggetto semplice ma dai risvolti grotteschi, una recitazione e una messa in scena realistica (senza alcun sfarzo), dei dialoghi colloquiali. Questo film, che prende il nome da una piccola città vicino la capitale, è una indagine misteriosa a scatole cinesi, in bilico tra il già citato “La flor” e, perché no, “Twin Peaks”! Incantevole.   

14) “Rapito” di Marco Bellocchio (2023): film italiano maestoso, sfarzoso e commovente. Il Maestro Bellocchio ci parla del famigerato caso Edgardo Mortara, ovvero quello di un bambino ebreo che venne fatto rapire dal papa Pio IX nell’Italia divisa di metà ‘800. Davvero notevole e straziante!

13) “Everything, everywhere, all at once” dei Daniels (2022): film che ha fatto incetta di Oscar e riproposto al cimema, per questo motivo, anche a marzo. Non si inventa nulla di nuovo, le tematiche affrontate son sempre quelle (famiglia, rapporto madre-figlia, adolescenza, amore) … ma è impossibile negargli una certa originalità di messa in scena (la scena dei sassi è già cult!).

12) “Avatar – la via dell’acqua” di James Cameron (2022): sequel riuscito. La sceneggiatura è imperfetta, ma se tutti i film di intrattenimento fossero così, il cinema starebbe a cavallo! Visivamente l’ho preferito addirittura al primo capitolo. Le parti (quasi) documentaristiche sui mari di Pandora sono da antologia. Ne parlo nel dettaglio qui: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2482920528528034&set=pb.100004303334462.-2207520000&type=3

11) “Saltburn” di Emerald Fennell (2023): “Il talento di Mr. Ripley” incontra “Parasite” in questa gemma uscita proprio a fine anno vergognosamente su Prime, da noi, senza passare per il grande schermo ... Un thriller ambientato nella neo-nobiltà inglese, capace di scannarsi tra loro senza alcuna pietà. Con un grandissimo, oserei dire immenso Barry Keoghan (fino a dove deve spingersi questo ragazzo per vincere un Oscar?!). Spietato.

10) “Guardiani della Galassia vol. III” di James Gunn (2023): tocca ancora una volta a Gunn salvare la baracca, sia essa Marvel o DC. Il terzo capitolo (finale) dei Guardiani è la chiusa perfetta che tutti volevano vedere. Intrattenimento di livello altissimo, tra l’altro, capace di affrontare tematiche come la famiglia e la diversità con estrema leggerezza (il film è anche a sfondo animalista). Possiamo andare in pace.  

9) “Sick of myself” di Kristoffer Borgli (2022): cosa si è disposti a fare per divenire la persona sulla cresta dell’onda? Ci si rovinerebbe la vita? L’ascesa e la caduta di una ragazza autolesionista, interpretata da una bravissima Kristine Thorp, affrontata con il tipico freddo umorismo nero nordico (norvegese, per la precisione). Estremo.

8) “The menù” di Mark Mylod (2022): il film più estremo e disturbante presente su Disney+. Uno chef – interpretato da un Ralph Fiennes da antologia - decide di offrire una cena mortale ai suoi ricchi ospiti. In bilico tra “Masterchef” e “Parasite”, si è detto. Forse è così. Ma tutto nel film non stona, tutto è ben bilanciato come in un complesso piatto, e la violenza che esplode inaspettata diventa metacinema puro. Esperimento promosso a pieni voti, per quanto mi riguarda.

7) “El Conde” di Pablo Larraìn (2023): dopo aver realizzato i ritratti di Jacqueline Kennedy e Lady D, il regista cileno torna in patria e realizza un film su un … Pinochet-vampiro! Racconto originale del dittatore cileno, che forse continua a vivere ancora oggi … il film si avvale di un bianco e nero spettrale, cupo, vampiresco. Ho amato le scene notturne di volo e quelle splatter. Il film, inoltre, ha vinto il premio come miglior sceneggiatura a Venezia. Premio meritato anche per il colpo di scena verso la seconda metà della pellicola. Lo trovate su Netflix … che rabbia, questo film avrebbe meritato la sala!

6) “Decision to leave” di Park Chan-Wook (2022): il Maestro sudcoreano ritorna dopo una lunghissima attesa con un neo-noir da applausi. Nei suoi film troverete soltanto la perfezione e questa sua ultima fatica non fa eccezione. Da brividi.

5) “Gli spiriti dell’isola” di Martin McDonagh (2022): film su due amici litigiosi in un paese, l’Irlanda, diviso dalla guerra civile. Umorismo nero perfetto, attori in stato di grazia, paesaggi mozzafiato, ne parlo nel dettaglio qui: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2512686955551391&set=pb.100004303334462.-2207520000&type=3

4) “Asteroid city” di Wes Anderson (2023): è stato l’anno di Wes, che oltre a questa perla ci ha regalato anche quattro mediometraggi (che trovate su Netflix) tratti da racconti di Roald Dahl. Questa, invece, è l’ennesima piccola-grande gemma nella filmografia del Maestro delle simmetrie, che in questa sua ultima creazione ci mette dentro un po’ di tutto: il metacinema, un cast stellare (dal primo dei protagonisti fino all’ultima comparsa), esplosioni atomiche, la quarantena, la guerra fredda, delle anime perdute, buffi alieni smilzi, tre adorabili bambine sognatrici, il deserto, la (fanta)scienza, un motore impazzito, un simpatico “Beep Beep”, il teatro, delle scommesse rischiose, un gioco di memoria, il senso della vita, due giovani innamorati, la classica intima colonna sonora di Desplat e la classica fotografia dai toni color pastello, l’elaborazione del lutto, l’astronomia, una banda country, scene a colori e scene in bianco e nero… Tutto questo lo si trova solo e soltanto ad Asteroid City, una non-città in mezzo al nulla, nel deserto dell’Arizona, di soli 87 abitanti, che mi ha fatto sentire un po’ come a casa. Poi, la piccola citazione a “Mars Attacks!” : )

3)“Killers of the flower moon” di Martin Scorsese (2023): quando un ottantenne sforna un prodotto del genere, cosa si può fare? Poco e nulla. Restare in silenzio o applaudire. Decidete voi. Ne parlo nel dettaglio qui: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2686173681536050&set=pb.100004303334462.-2207520000&type=3  

2) “Oppenheimer” di Cristopher Nolan (2023): film più che mai attuale. Finalmente Nolan trova la sua storia, elimina tutte le sue manie e realizza un film praticamente intoccabile. Ne parlo nel dettaglio qui: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2648102315343187&set=pb.100004303334462.-2207520000&type=3

1) “Babylon” di Damien Chazelle (2022): lo sapete, per me il film più bello visto quest’anno al cinema. Un’epopea, un viaggio allucinato e allucinante all’interno dell’Hollywood Babilonia dei Ruggenti anni Venti. Ne parlo nel dettaglio qui, in una delle mie recensioni più sentite: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2484592711694149&set=pb.100004303334462.-2207520000&type=3

I (NON TANTO) GRANDI ESCLUSI:

“Barbie” di Greta Gerwig (2023): mentirei se dicessi che non mi abbia divertito (specialmente nella prima parte), mentre nella seconda si perde un bel po’. Il messaggio pseudo femminista stona terribilmente. Per chi non lo avesse capito il vero messaggio è quello di far incassare ancora più soldi alla Mattel! Capitalismo, signore e signori. Bravissimi gli attori, riuscite le scenografie, divertenti le canzoni. Il finale stona anch’esso. Giocattolone.

“Cocainorso” di Elizabeth Banks (2023): la Banks se ne esce (quasi a caso) con questo film basato sulla leggenda metropolitana dell’orso che fece incetta di un carico di cocaina caduto da un aereo, nel Tennessee del 1985. Purtroppo, il fragile soggetto non si prestava ad un lungometraggio (che infatti presenta tante scene riempitive) e, inoltre, sono tantissime le ingenuità che non possono essere ignorate. Peccato, perché il lato splatter (ma anche quello animalista) funzionava davvero!

“Assassinio a Venezia” di Kenneth Branagh (2023): dei tre film dedicati alla figura (per me sacra) di Hercule Poirot, questo è il migliore. In primis perché è una storia originale e, quindi, non deflagra l’operato della Christie; e, in secondo luogo, perché l’ambientazione gotica funziona alla grande. Peccato che poi mi tocca aprire gli occhi e, così facendo, mi ritrovo davanti un Poirot che corre, lotta, si dimena, è in preda alle allucinazioni … niente da fare, non ci siamo ancora, ma è già un passo avanti.

“Il sol dell’avvenire” di Nanni Moretti (2023): anche Nanni ci propina il suo “8 ½”, va tanto di moda oramai. Peccato che lo infarcisca di propaganda anticomunista-trotskista. Grazie lo stesso, ma passiamo oltre.

“Educazione fisica” di Stefano Cipani (2022): fallimentare su tutta la linea. Forse funziona meglio a teatro. E, forse, era meglio relegarlo solamente lì, sul palco.

“The estate” di Dean Craig (2022): dispiace molto inserirlo qui perché il regista è l’autore del soggetto e della sceneggiatura di quel gioiellino di “Funeral Party”. Qui, invece, sembra più la scrittura del suo fratello scemo … solita storia di eredità e di conflitti familiari con finale telefonato fin dai titoli di testa. Sprecatissime le leggendarie Toni Colette e Kathleen Turner.  

POSTILLA DI NOTEVOLE IMPORTANZA: per questa lunga classifica (che lascia il tempo che trova, essendo solo un gioco e, in primo luogo, un pretesto per consigliare un po’ di titoli) ho preso in considerazione soltanto i film del 2023 o quelli del 2022 (o addirittura precedenti) che sono usciti soltanto quest’anno o a ridosso di gennaio 2023, al cinema e/o sulle piattaforme streaming, ma che non avevo recuperato in tempo. Nonostante non avessi mai visto così tanti film di un anno solare o degli ultimi due mesi dell’anno precedente, purtroppo mancano ancora all’appello tantissimi titoli come: “Coup de chance”, “C’è ancora domani”, “Anatomia di una caduta”, “Ferrari”, “Wonka”, "Beau ha paura", "John Wick 4”, “Silent night”, “Dream scenario”, “The Old Oak” e “Fallen Leaves” che, ahimè, non sono riuscito a vedere.

OBSESSION & BACKROOMS - IL FENOMENO DEL MOMENTO

PARTE PRIMA: OBSESSION Bear è (quasi) segretamente innamorato di Nikki, sua amica d’infanzia. Bear è un ragazzo impacciato e introverso. Non...