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venerdì 9 gennaio 2026

CLASSIFICA DEI LIBRI LETTI NEL 2025

MENZIONI D’ONORE:

“Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde (1890): superfluo anche solo metterlo in classifica questo Classico senza tempo della letteratura gotica, indubbio capolavoro. Mi ha colpito non solo per le sequenze horror inquietanti come l’omicidio del pittore, o il finale, ma soprattutto per lo stile utilizzato dall’esteta irlandese e per la descrizione satirica e minuziosa dell’alta borghesia inglese.

“We Are All Human” di Giuseppe Improta (2025): un testo di oltre trecento pagine interamente dedicato al fenomeno del K-Pop, sviscerato a 360 gradi, dalle band ai produttori, passando per i survival show, partendo dagli albori fino ad arrivare ai giorni nostri. Il tutto impostato come fosse una tesi universitaria, ma aggiungendo anche piccoli pareri personali e numerose fotografie; un testo perfetto sia per i neofiti che per gli appassionati di lunga data, che avranno riassunta tutta la storia del loro movimento musicale preferito.

“Le foto che hanno segnato un’epoca. Storie di Sport.” di Roberto Vitale (2025): libro biografico dedicato allo sport, dove ad ogni sportivo citato viene realizzato un piccolo ritratto della sua vita, associando, la maggior parte delle volte, una fotografia storica della sua carriera. Non mancano i grandi nomi (nella bella copertina possiamo ammirare Muhammad Alì), ma sono presenti anche parecchie chicche per gli appassionati dei volti dimenticati dello sport.

33) “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti” di Han Kang (2025): questo libriccino dal costo indicibile non è altro che la trascrizione del discorso di ringraziamento della scrittrice sudcoreana, fresca vincitrice del Premio Nobel, al momento del ritiro dell’ambito premio. Nonostante ciò, ci sono comunque interessanti spunti di riflessione. P.S.: letto rapidamente in libreria dato il costo di oltre 5 euro per circa 40 pagine … 

32) “L’Italia delle Meraviglie” di Vittorio Sgarbi (2008): un viaggio da Nord a Sud per tutta la penisola, alla ricerca di opere d’arte meno note nei grandi centri o nei più piccoli borghi. Cultura immensa, quella di Sgarbi, capace di nominare centinaia di artisti, tra pittori e scultori vari; l’unico problema del libro è essere spesso più un elenco di nomi e, in più, la povertà delle immagini presenti all’interno costringono il lettore a cercarsi su internet, per conto proprio, le opere di cui si parla, il che può risultare alla lunga scomodo.

31) “Una Storia Scomoda …” di Antonio Caiazza (2025): una storia folle, quella della (semi) realizzazione del film “Il Generale dell’Armata Morta” con Marcello Mastroianni, che originariamente doveva essere girato nella chiusa Albania di Enver Hoxha, ma che poi, per una vicenda che rasenta lo spionaggio, ha chiuso le porte all’ultimo momento la troupe italiana. Una storia tenuta nel dimenticatoio dal governo italiano per oltre quarant’anni, ma che il giornalista Caiazza riporta coraggiosamente alla luce dopo una montagna di ricerche.  

30) “Lo stesso mare” di Amos Oz (1999): forse il più grande scrittore israeliano di sempre, colpisce più per lo stile a metà tra prosa e poema che per la storia in sé, con più personaggi, ma molto rarefatta, radicata nella cultura giudaica e perciò difficile da capire fino in fondo a chi è al di fuori di quel mondo.

29) “Il Club Dumas” di Arturo Perez-Reverte (1993): ho letto questo libro perché ho da sempre amato il film di Polanski, “La Nona Porta”, tratto da questo romanzo. Anche questo si è rivelato un buon libro, capace di intrattenere, che spesso gioca con l’autore ed è infarcito di riferimenti; da leggere comunque, poiché, come ogni libro, si discosta in certi punti dal suo adattamento.

28) “Il Mar delle Blatte e altre storie” di Tommaso Landolfi (1939): una raccolta di racconti scritta molto bene, ma con un italiano che sembra ormai solo un ricordo, per una delle nostre migliori penne di sempre. Colpisce soprattutto per il racconto che dà il titolo al libro, il più lungo, in bilico tra il surrealismo e il romanzo d’avventura, partendo come una semplice storia d’amore non corrisposto, per poi trasformarsi in una sadica storia di pirati che si conclude con una assurda sfida a sfondo sessuale tra un uomo e una blatta! Anche gli altri racconti valgono la pena d’essere letti, per il loro surrealismo e per aver portato con anticipo il fantasy, il fantastico, in Italia.

27) “La Tredicesima Categoria della Ragione” di Sigizmund Krzizanovskij (1993): piccolo libriccino composto da tre racconti degli anni ’20 e ‘30 di questo scrittore russo, d’epoca sovietica, caduto nel dimenticatoio. Il primo racconto si interroga su una ipotetica morte di Dio, ed è davvero visionario e inquietante; il secondo è un grottesco racconto su una sepoltura. Mentre l’ultimo scritto è un breve saggio satirico, scritto in maniera profondamente ironica, sull’evoluzione delle insegne di Mosca, dall’epoca zarista a quella sovietica. Da riscoprire assolutamente.

26) “Romanzo Nero” di Rubem Fonseca (1992): in realtà una piccola novella pubblicata qui da noi, anni fa, da una piccola casa editrice, la Biblioteca del Vascello, per la collana “I Vascelli”. Un omaggio ai romanzi noir, oltre che ai thriller psicologici francesi degli anni ’60 e ’70. Un gioco al massacro pieno zeppo di colpi di scena, credetemi sulla parola, tra uno scrittore di successo e la sua amante, quasi interamente ambientato in una stanza d’albergo. Una bella sorpresa.

25) “L’ultima Seduta Spiritica” di Agatha Christie (1981): una raccolta dedicata esclusivamente ai racconti della nostra contenenti elementi o espedienti sovrannaturali (scoprirete come la Christie fosse affascinata dalle sedute spiritiche, che compaiono più e più volte, o sulla psicoanalisi). Paradossalmente, funzionano meno i racconti con Poirot e Miss Marple come protagonisti perché sono quelli, di conseguenza, dove il mistero “inspiegabile” viene infine smascherato. Miglior racconto: “La Radio”, davvero diabolico.

24) “Ci vediamo in Agosto” di Gabriel Garcìa Marquez (2024): un brevissimo libro pubblicato postumo più per lucro che per qualità dello scritto in sé (come ammettono coraggiosamente i figli dell’autore nella prefazione) ma che contiene sprazzi di vero Marquez. La storia, perfetta per l’estate, ambientata di anno in anno sempre lo stesso giorno di agosto, vede come protagonista una donna di mezza età sposata alle prese coi suoi rapporti occasionali lontani da casa, relegati proprio ad una sola notte. Dallo spunto tipicamente Marqueziano, questo racconto incompleto è capace di emozionare e divertire, risultando essere anche protofemminista.

23) “Volpe 8” di George Saunders (2013): uno degli autori più geniali del postmodernismo, con un piccolissimo libro che è più una fiaba per adulti e piccini sulle avventure di una volpe. Ciò che rende questo libriccino unico è lo stile adottato, ovvero aver scritto in prima persona, attraverso il punto di vista della volpe, che però non è capace a parlare con un corretto inglese, non essendo la sua lingua, dunque commettendo errori ortografici o storpiando tantissime parole!

22) “La Porta Proibita” di Tiziano Terzani (1984): raccolta di articoli, reportage ed esperienze condotte dal nostro più grande giornalista nel suo lungo periodo in Cina, dove ha addirittura vissuto con tutta la famiglia, con tanto di nuovo nome in cinese (Deng Tiannuo). Tutte le contraddizioni della Cina post-maoista, quella di Deng Xiaoping, che si stava aprendo piano piano al capitalismo. Impressionante quanto abbia visto e viaggiato il giornalista toscano in quel vastissimo paese, e in questo libro viene affrontata perciò ogni problematica e tematica immaginabile, dalla nuova gioventù cinese fino ai tibetani, passando per la politica del Figlio Unico.

21) “Triste, Solitario y Final” di Osvaldo Soriano (1973): un omaggio unico a Raymond Chandler e all’investigatore Philip Marlowe, qui riesumato e co-protagonista con … lo stesso Soriano! Metaletteratura e citazioni cinematografiche (darà il via alla storia proprio un vecchio Stan Laurel) illuminano questo piccolo romanzo crepuscolare, un canto del cigno di un certo tipo di letteratura noir-poliziesca e sulla Vecchia Hollywood.

20) “James” di Percival Everett (2024): ambizioso progetto per un veterano della narrativa black, che riscrive “Le avventure di Hucklebarry Finn” di Mark Twain, ma unicamente dal punto di vista dello schiavo letterato Jim (James). Ho deciso di leggerlo perché è stato un libro ultra-premiato, addirittura col Premio Pulitzer per la Narrativa 2025.  Non avendo letto il libro di partenza, datato 1884, non so quanto è frutto di Everett o di Twain. Nonostante ciò, risulta un libro avvincente, pieno di scene action, ma con un finale frettoloso e troppo supereroistico che forse influisce sulla totale credibilità del progetto.

19) “La persecuzione delle sorelle Mansfield” di Xenobe Purvis (2025): romanzo d’esordio ben scritto ambientato nelle campagne inglesi del XVIII Secolo. Un paesino è sconvolto da una estate torrida e da strani avvenimenti grotteschi e inquietanti … ma soprattutto cinque sorelle sono accusate di trasformarsi in cani ululanti e rabbiosi. Un libro che gioca molto sul confine del vero/non vero, raccontando la storia più che altro dal punto di vista dei retrogradi abitanti del paese. Si tratta di una maledizione o di una suggestione collettiva? Sta a voi scoprirlo.

18) “Musica Rock da Vittula” di Mikail Niemi (2000): la storia (semi)autobiografica dell’autore in questione e del suo amico Niila, intrappolati in una noiosa cittadina svedese al confine con la vicinissima Finlandia; noiosa, finché non approda il rock, come fosse un uragano, con Beatles ed Elvis in testa. Così i due decidono presto di formare una band! Ma il libro non parla solo di musica, ma anche di famiglia, di tradizioni, delle problematiche amorose con l’altro sesso. Un libro divertentissimo, spassoso, avvincente e che, essendo narrato dal punto di vista dei bambini, sfocia persino nel fantastico.

17) “Shadow Ticket” di Thomas Pynchon (2025): per più motivi, è stato pure l’anno di Pynchon, lo scrittore più misterioso di sempre, del quale abbiamo solo una manciata di vecchie fotografie e poco altro. E lo è stato anche perché è tornato nelle librerie con un nuovo romanzo, ben dodici anni dopo il precedente. Pensate, in oltre sessant’anni di attività questo è appena il suo decimo lavoro! Questa sua ultima fatica, scritta a ottantotto anni, fa eco a “Vizio di forma” ed è un omaggio ai libri noir di Raymond Chandler. Il calderone del nostro è il solito: nazisti, mafiosi italiani, gangsters, personaggi folli, perfino un Golem (!), in una storia che vede il nostro investigatore di Milwaukee, Hicks, alla ricerca, addirittura a Budapest, della figlia di un ricco boss del formaggio a stelle e strisce. Un divertito e spensierato Pynchon solo all’apparenza, poiché alla fine del libro ci presenta una ucronia, ovvero col Presidente Roosvelt deposto e un dittatoriale generale MacArthur al potere. Mai banale, questo scrittore, anche nelle sue opere meno memorabili.

16) “Jazz” di Toni Morrison (1992): libro scritto benissimo, d’altro canto si tratta di una penna (black) Premio Nobel. La storia, sofferente e a tratti straziante, si dipana attraverso gli anni, dalla schiavitù fino ai Ruggenti Anni Venti.

15) “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni (2005): quest’anno ci ha lasciati quello che reputo uno dei più grandi scrittori italiani dagli anni Ottanta in poi e che ho avuto il privilegio di incontrare. Anche questo suo lavoro non fa eccezione. Anche se non può essere annoverato in una sua top 10, magari, è comunque spassoso, malinconico e con alcuni passi memorabili, capaci di far scompisciare dalle risate il lettore. Nonostante la spiccata ironia, non manca la critica feroce alla società borghese, alle cose futili, al consumismo. Grazie di tutto, Lupo!

14) “Poirot e i Quattro” di Agatha Christie (1927): libro (apparentemente) atipico dedicato al celebre investigatore belga, alle prese con intrighi spionistici interazionali e con complotti di vasta portata. Narrato in prima persona dall’aiutante Hastings, come fosse un nuovo Watson, le vicende narrate vedranno un inedito Poirot d’azione combattere contro Quattro influenti persone che tentano di rovesciare il mondo …

13) “Shy” di Max Porter (2023): metà anni Novanta, Inghilterra. Shy è un problematico ragazzo che frequenta una particolare scuola per ragazzi problematici, ahimé prossima alla chiusura; ho letto questo libro per due ragioni: primo, quest’anno è uscita la trasposizione (non l’unica, però, da questo scrittore, vedi anche “Il Dolore è una cosa con le piume”) dal titolo “Steve”, che capovolge il punto di vista della narrazione (con il preside Steve come protagonista e il ragazzo più sullo sfondo) e che troverete nella classica dei film del 2025. Secondo motivo, adoro lo stile sperimentale e geniale, avanguardistico, di Porter. Il booktuber Marco Cantoni lo definisce come un pittore che ha a disposizione una pagina bianca, come fosse una tela intonsa, e inizia a dipingerci sopra. Niente di più vero. Max Porter gioca con lo stile, a metà tra prosa e poesia, va a capo quando vuole, gioca con la dimensione e disposizione dei caratteri. I suoi libri non sarebbero poi così interessanti, privati del suo unico stile.

12) “Vizio di forma” di Thomas Pynchon (2009): spassoso libro dello scrittore post-moderno più misterioso di sempre, perfetto per l’estate. Ho letto questo romanzo neo-noir poiché sono da sempre un difensore del film omonimo, uno dei lavori più sottovalutati del regista Paul Thomas Anderson. Questo libro è capace di intrattenere e vive grazie al suo indimenticabile protagonista, Doc Sportello, un investigatore privato ex hippie, costantemente sotto acidi, coinvolto nei più impensabili complotti di LA.

11) “Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti (2009): senza ombra di dubbio il romanzo più divertente letto quest’anno; un Ammaniti senza freni, delirante e divertito, che ambienta il suo delirio grottesco nel parco (o meglio, giungla?) di Villa Ada, (ri)aperta da un eccentrico miliardario che vi organizza un safari all’interno. Cosa potrà mai andare storto? Il protagonista, uno scrittore depresso, dovrà fare i conti con una setta satanica pronta a compiere un folle gesto, una cantante pura e casta redenta, elefanti imbizzarriti e le strane creature che popolano quel posto, discendenti diretti degli atleti sovietici dell’Olimpiade del 1960 di Roma. Un folle calderone, come potete constatare, ma gestito e calibrato alla perfezione da uno scrittore capace di stupirmi ogni volta.

10) “Vaim” di Jon Fosse (2025): lo scrittore norvegese Premio Nobel 2023 finalmente ritorna, e lo fa con un breve libro, più che altro una novella, scritta con uno stile particolarissimo (infatti non troverete una gran punteggiatura: aboliti il punto, oltre alle virgolette dei dialoghi, si mantiene solo la virgola). In una storia che nelle prime venti geniali pagine è soltanto il racconto di un uomo che deve comprare ago e filo (da qui la copertina) perché deve ricucirsi un bottone del vestito. Poi ovviamente la storia si sviluppa e diventa quasi una storia di fantasmi (?), su un amore perduto, poi ritrovato, di una amicizia perduta anch’essa, per poi cambiare punto di vista. In poche pagine, c’è tutto. Mi ha conquistato.

9) “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace (1989): uno dei primi libri del compianto DFW, una raccolta di nove racconti che colpisce per la sua creatività, e che mostra già tutto il talento di quello che sarà il più grande scrittore della sua generazione. ‘Piccoli animali senza espressione’ colpisce per la descrizione dei media, così come ‘La mia apparizione’, ambientato durante il “Late Night Show” di David Letterman; ‘Lyndon’ è un ritratto esaustivo, duro e malinconico sulla figura del controverso Presidente L.B. Johnson; ma il racconto più particolare è senza dubbio quello omonimo che descrive il morboso rapporto tra un politico conservatore e un gruppo di ragazzi punk di LA!

8) “Streghe Fraterne” di Antoine Volodine (2019): libro sperimentale di uno scrittore francese senza dubbio tra i più geniali del XXI secolo. Questo libro si divide in tre parti ben diverse: nella prima, scritta sotto forma di interrogatorio, vengono narrate le brutali sorti di una compagnia teatrale itinerante, composta da quasi sole donne, che si muove in un mondo post-post-sovietico, in un futuro distopico e medievaleggiante; la seconda parte, drasticamente differente, elenca i sortilegi (come fossero dei dogmi) che venivano menzionati nella prima parte; l’ultima parte, la più ostica, consiste in un'unica frase lunga circa cento pagine. Una storia brutale, sofferente, cinica, dove le violenze descritte mi hanno ricordato la crudezza di “Trilogia della Città di K.”

7) “L’incanto del Lotto 49” di Thomas Pynchon (1966): il folle esordio del più misterioso scrittore di sempre, non è che un breve romanzo più simile a una allucinazione, con tutte le tematiche care al nostro già presenti all’interno, dai complotti ai personaggi grotteschi, passando per i dialoghi fuori di testa … in una trama che vede una giovane ereditiera coinvolta in un complotto su scala nazionale riguardante il sistema postale statunitense.

6) “Underworld” di Don DeLillo (1997): uno dei più grandi scrittori della seconda metà del Novecento, costruisce una storia ambiziosa, monumentale, che consta di quasi 900 pagine e che si muove in più linee temporali. Per la precisione, negli anni ’50, ’70 e infine ’90. Il tema centrale del libro è la Guerra Fredda e l’intenzione è quello di fare un ritratto degli USA di quel periodo storico. Emblematica è la tematica di perdizione del paese al termine del conflitto, come se non avere più un nemico, una nemesi, abbia come destabilizzato gli Stati Uniti stessi. Partendo da uno storico fuoricampo in una partita di baseball, la storia segue anche il percorso della pallina in questione, prima raccolta da un bambino nero, poi venduta dal padre e così via … questo maggufinn è il pretesto, per l’appunto, per viaggiare nel tempo e incontrare numerosi personaggi. Belli i momenti grotteschi del libro, quelli con l’artista Klara Sax, con la Poetica Dell’Immondizia, col (fittizio) film perduto del regista Eistenstejin. Molto riuscita anche la parte finale. In definitiva un romanzo complesso, dispersivo, ma anche affascinante e scritto di lusso come solo un genio del post-moderno di nome DeLillo è in grado di fare.

5) “Pastorale Americana” di Piliph Roth (1997): uno dei romanzi più noti del Maestro post-modernista americano, capace per questo di accaparrarsi il prestigioso Premio Pulitzer nel 1998. Questo libro è un lungo viaggio negli States del dopoguerra, immersi fino al collo nella guerra fredda e nelle tensioni interne, soprattutto legate alla guerra del Vietnam, il tutto filtrato attraverso gli occhi del ricorrente narratore alter-ego del nostro Roth, Nathan Zuckerman, che ci parla della vita di Seymour Levov, ribattezzato lo Svedese. La vita dello Svedese cambierà per sempre quando sua figlia Merry, legata ad attività sovversive di estrema sinistra, compirà un attentato mortale nella loro ridente cittadina di Newark, New Jersey, e in seguito costretta a fuggire e nascondersi per il resto dei suoi giorni. La ricerca disperata del padre, vittima dei sensi di colpa, sarà un pretesto per capire cosa ha spinto la ragazza a compiere quel gesto e ad analizzare a fondo un paese controverso e contraddittorio come gli Stati Uniti d’America. Un libro che è già un nuovo Classico della letteratura made in USA e una lettura imprescindibile.

4) “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi (2010) uno spassoso e lungo spaccato della storia italiana del Novecento, amato non solo dal sottoscritto ma anche dalla critica specializzata, che lo premiò con il Premio Strega nel 2010. Un viaggio lungo circa cinquecento pagine, che parte dalla Prima Guerra Mondiale fino ad arrivare alla Liberazione, soffermandosi naturalmente sul ventennio fascista e le bonifiche pontine. Non solo un romanzo che fonde sapientemente narrativa, storia italiana e personaggi storici realmente esistiti, ma anche un libro pieno zeppo di umorismo. Ho apprezzato il fatto che i dialoghi sono scritti soltanto in dialetto veneto-pontino, e ciò conferisce notevole umorismo. Il libro, narrando le vicende di ogni membro della numerosa famiglia Peruzzi, dalla loro povertà nella Pianura Padana fino all’emigrazione verso i poderi di Littoria, ricorda le saghe familiari che poteva raccontare visivamente un Ermanno Olmi, ma unendo l’umorismo nero di Ettore Scola. Per Pennacchi è stato il libro della sua vita, infatti nella prefazione ci dice che è venuto al mondo per scrivere questo libro. In definitiva, non posso che essere d’accordo!

3) “Il Soccombente” di Thomas Bernhard (1983): lo stile di Bernhard o lo ami o lo odi, pensai, mentre scrivevo queste poche righe. La storia di tre amici, pensai, che coinvolge il narratore, Werthmeier (il soccombente della storia, così lui), e Glenn Gould, l’unico personaggio reale, pensai, virtuoso del pianoforte del Novecento, celebre per le sue variazioni Goldberg, pensai. La storia di questa amicizia tormentata, pensai, non era altro che il pretesto per attaccare l’Austria di Bernhard, così lui. Mi trovavo di fronte ad un Capolavoro, pensai, non facile, ma scritto con una maestria eccelsa da parte dello scrittore, pensai, come fosse anch’egli un virtuoso pianista della letteratura, col suo particolare ritmo, pensai. Questa piccola recensione è stata scritta, pensai, con lo stile utilizzato dall’autore per tutto il testo, così lui.

2) “Cattedrale” di Raymond Carver (1983): con questi racconti Carver ricodificò il modo di scrivere storie brevi, inventando un vero e proprio stile asciutto, breve e crudo, ma anche vivido e incredibilmente realistico, basato sulla nostra vita di tutti i giorni. Ogni racconto, chi più chi meno, è un grande-piccolo Capolavoro. Ovviamente svetta quello col titolo omonimo, ma anche “Una cosa piccola ma buona” e “Vitamine” sono grandi, grandissimi esempi di narrativa breve. Nessuno, dopo di lui, ha saputo più scrivere in questo modo storie brevi. C’è un pre ed un post-Carver.

1) “Alla Linea” di Joseph Ponthus (2019): il mio
libro dell’anno. Intenso, doloroso, crudo, ma anche pieno di speranzosa rabbia. Ponthus, un giovane operaio francese scomparso tragicamente dopo un brutto male a soli 42 anni, apprende la lezione di Thierry Metz e del suo “Diario di un manovale” e dunque scrive un romanzo sottoforma di poema, suddiviso in numerosi capitoli, ben 66. Anche i ringraziamenti finali, per intenderci, sono scritti in versi! Ponthus, operaio letterato, ci descrive i soprusi della fabbrica, dei padroni, e l’alienazione di lavorare alla linea, ovvero alle catene di montaggio. Dapprima in una fabbrica di gamberetti (<<Dove almeno si poteva rubare un granchio, ogni tanto>>), per poi finire in un terribile mattatoio. Un romanzo proletario dove sembra riecheggiare la voce di denuncia di Ken Loach. Un romanzo, questo, che rimarrà nella storia e che verrà citato, per forza di cose, dai prossimi rivoluzionari, se mai ce ne saranno di nuovi.


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