MENZIONI D’ONORE:
“Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde (1890): superfluo
anche solo metterlo in classifica questo Classico senza tempo della letteratura
gotica, indubbio capolavoro. Mi ha colpito non solo per le sequenze horror
inquietanti come l’omicidio del pittore, o il finale, ma soprattutto per lo
stile utilizzato dall’esteta irlandese e per la descrizione satirica e
minuziosa dell’alta borghesia inglese.
“We Are All Human” di Giuseppe Improta (2025): un testo di
oltre trecento pagine interamente dedicato al fenomeno del K-Pop, sviscerato a
360 gradi, dalle band ai produttori, passando per i survival show, partendo dagli
albori fino ad arrivare ai giorni nostri. Il tutto impostato come fosse una
tesi universitaria, ma aggiungendo anche piccoli pareri personali e numerose
fotografie; un testo perfetto sia per i neofiti che per gli appassionati di
lunga data, che avranno riassunta tutta la storia del loro movimento musicale
preferito.
“Le foto che hanno segnato un’epoca. Storie di Sport.” di
Roberto Vitale (2025): libro biografico dedicato allo sport, dove ad ogni sportivo
citato viene realizzato un piccolo ritratto della sua vita, associando, la
maggior parte delle volte, una fotografia storica della sua carriera. Non
mancano i grandi nomi (nella bella copertina possiamo ammirare Muhammad Alì),
ma sono presenti anche parecchie chicche per gli appassionati dei volti dimenticati
dello sport.
33) “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti” di Han Kang (2025): questo libriccino dal costo indicibile non è altro che la trascrizione del discorso di ringraziamento della scrittrice sudcoreana, fresca vincitrice del Premio Nobel, al momento del ritiro dell’ambito premio. Nonostante ciò, ci sono comunque interessanti spunti di riflessione. P.S.: letto rapidamente in libreria dato il costo di oltre 5 euro per circa 40 pagine …
32) “L’Italia delle Meraviglie” di Vittorio Sgarbi (2008): un
viaggio da Nord a Sud per tutta la penisola, alla ricerca di opere d’arte meno
note nei grandi centri o nei più piccoli borghi. Cultura immensa, quella di
Sgarbi, capace di nominare centinaia di artisti, tra pittori e scultori vari;
l’unico problema del libro è essere spesso più un elenco di nomi e, in più, la
povertà delle immagini presenti all’interno costringono il lettore a cercarsi
su internet, per conto proprio, le opere di cui si parla, il che può risultare
alla lunga scomodo.
31) “Una Storia Scomoda …” di Antonio Caiazza (2025): una
storia folle, quella della (semi) realizzazione del film “Il Generale
dell’Armata Morta” con Marcello Mastroianni, che originariamente doveva essere
girato nella chiusa Albania di Enver Hoxha, ma che poi, per una vicenda che
rasenta lo spionaggio, ha chiuso le porte all’ultimo momento la troupe
italiana. Una storia tenuta nel dimenticatoio dal governo italiano per oltre
quarant’anni, ma che il giornalista Caiazza riporta coraggiosamente alla luce
dopo una montagna di ricerche.
30) “Lo stesso mare” di Amos Oz (1999): forse il più grande
scrittore israeliano di sempre, colpisce più per lo stile a metà tra prosa e
poema che per la storia in sé, con più personaggi, ma molto rarefatta, radicata
nella cultura giudaica e perciò difficile da capire fino in fondo a chi è al di
fuori di quel mondo.
29) “Il Club Dumas” di Arturo Perez-Reverte (1993): ho letto
questo libro perché ho da sempre amato il film di Polanski, “La Nona Porta”,
tratto da questo romanzo. Anche questo si è rivelato un buon libro, capace di
intrattenere, che spesso gioca con l’autore ed è infarcito di riferimenti; da
leggere comunque, poiché, come ogni libro, si discosta in certi punti dal suo
adattamento.
28) “Il Mar delle Blatte e altre storie” di Tommaso Landolfi
(1939): una raccolta di racconti scritta molto bene, ma con un italiano che
sembra ormai solo un ricordo, per una delle nostre migliori penne di sempre.
Colpisce soprattutto per il racconto che dà il titolo al libro, il più lungo, in
bilico tra il surrealismo e il romanzo d’avventura, partendo come una semplice
storia d’amore non corrisposto, per poi trasformarsi in una sadica storia di
pirati che si conclude con una assurda sfida a sfondo sessuale tra un uomo e
una blatta! Anche gli altri racconti valgono la pena d’essere letti, per il
loro surrealismo e per aver portato con anticipo il fantasy, il fantastico, in
Italia.
27) “La Tredicesima Categoria della Ragione” di Sigizmund Krzizanovskij
(1993): piccolo libriccino composto da tre racconti degli anni ’20 e ‘30 di
questo scrittore russo, d’epoca sovietica, caduto nel dimenticatoio. Il primo
racconto si interroga su una ipotetica morte di Dio, ed è davvero visionario e
inquietante; il secondo è un grottesco racconto su una sepoltura. Mentre l’ultimo
scritto è un breve saggio satirico, scritto in maniera profondamente ironica,
sull’evoluzione delle insegne di Mosca, dall’epoca zarista a quella sovietica. Da
riscoprire assolutamente.
26) “Romanzo Nero” di Rubem Fonseca (1992): in realtà una
piccola novella pubblicata qui da noi, anni fa, da una piccola casa editrice, la
Biblioteca del Vascello, per la collana “I Vascelli”. Un omaggio ai romanzi
noir, oltre che ai thriller psicologici francesi degli anni ’60 e ’70. Un gioco
al massacro pieno zeppo di colpi di scena, credetemi sulla parola, tra uno
scrittore di successo e la sua amante, quasi interamente ambientato in una
stanza d’albergo. Una bella sorpresa.
25) “L’ultima Seduta Spiritica” di Agatha Christie (1981):
una raccolta dedicata esclusivamente ai racconti della nostra contenenti
elementi o espedienti sovrannaturali (scoprirete come la Christie fosse
affascinata dalle sedute spiritiche, che compaiono più e più volte, o sulla
psicoanalisi). Paradossalmente, funzionano meno i racconti con Poirot e Miss
Marple come protagonisti perché sono quelli, di conseguenza, dove il mistero
“inspiegabile” viene infine smascherato. Miglior racconto: “La Radio”, davvero diabolico.
24) “Ci vediamo in Agosto” di Gabriel Garcìa Marquez (2024):
un brevissimo libro pubblicato postumo più per lucro che per qualità dello
scritto in sé (come ammettono coraggiosamente i figli dell’autore nella
prefazione) ma che contiene sprazzi di vero Marquez. La storia, perfetta per
l’estate, ambientata di anno in anno sempre lo stesso giorno di agosto, vede
come protagonista una donna di mezza età sposata alle prese coi suoi rapporti
occasionali lontani da casa, relegati proprio ad una sola notte. Dallo spunto
tipicamente Marqueziano, questo racconto incompleto è capace di emozionare e
divertire, risultando essere anche protofemminista.
23) “Volpe 8” di George Saunders (2013): uno degli autori più
geniali del postmodernismo, con un piccolissimo libro che è più una fiaba per
adulti e piccini sulle avventure di una volpe. Ciò che rende questo libriccino
unico è lo stile adottato, ovvero aver scritto in prima persona, attraverso il
punto di vista della volpe, che però non è capace a parlare con un corretto
inglese, non essendo la sua lingua, dunque commettendo errori ortografici o
storpiando tantissime parole!
22) “La Porta Proibita” di Tiziano Terzani (1984): raccolta
di articoli, reportage ed esperienze condotte dal nostro più grande giornalista
nel suo lungo periodo in Cina, dove ha addirittura vissuto con tutta la
famiglia, con tanto di nuovo nome in cinese (Deng Tiannuo). Tutte le
contraddizioni della Cina post-maoista, quella di Deng Xiaoping, che si stava
aprendo piano piano al capitalismo. Impressionante quanto abbia visto e
viaggiato il giornalista toscano in quel vastissimo paese, e in questo libro
viene affrontata perciò ogni problematica e tematica immaginabile, dalla nuova gioventù
cinese fino ai tibetani, passando per la politica del Figlio Unico.
21) “Triste, Solitario y Final” di Osvaldo Soriano (1973): un
omaggio unico a Raymond Chandler e all’investigatore Philip Marlowe, qui
riesumato e co-protagonista con … lo stesso Soriano! Metaletteratura e citazioni
cinematografiche (darà il via alla storia proprio un vecchio Stan Laurel)
illuminano questo piccolo romanzo crepuscolare, un canto del cigno di un certo
tipo di letteratura noir-poliziesca e sulla Vecchia Hollywood.
20) “James” di Percival Everett (2024): ambizioso progetto
per un veterano della narrativa black, che riscrive “Le avventure di
Hucklebarry Finn” di Mark Twain, ma unicamente dal punto di vista dello schiavo
letterato Jim (James). Ho deciso di leggerlo perché è stato un libro ultra-premiato,
addirittura col Premio Pulitzer per la Narrativa 2025. Non avendo letto il libro di partenza, datato
1884, non so quanto è frutto di Everett o di Twain. Nonostante ciò, risulta un
libro avvincente, pieno di scene action, ma con un finale frettoloso e troppo
supereroistico che forse influisce sulla totale credibilità del progetto.
19) “La persecuzione delle sorelle Mansfield” di Xenobe
Purvis (2025): romanzo d’esordio ben scritto ambientato nelle campagne inglesi
del XVIII Secolo. Un paesino è sconvolto da una estate torrida e da strani
avvenimenti grotteschi e inquietanti … ma soprattutto cinque sorelle sono
accusate di trasformarsi in cani ululanti e rabbiosi. Un libro che gioca molto sul
confine del vero/non vero, raccontando la storia più che altro dal punto di
vista dei retrogradi abitanti del paese. Si tratta di una maledizione o di una suggestione
collettiva? Sta a voi scoprirlo.
18) “Musica Rock da Vittula” di Mikail Niemi (2000): la
storia (semi)autobiografica dell’autore in questione e del suo amico Niila,
intrappolati in una noiosa cittadina svedese al confine con la vicinissima Finlandia;
noiosa, finché non approda il rock, come fosse un uragano, con Beatles ed Elvis
in testa. Così i due decidono presto di formare una band! Ma il libro non parla
solo di musica, ma anche di famiglia, di tradizioni, delle problematiche
amorose con l’altro sesso. Un libro divertentissimo, spassoso, avvincente e
che, essendo narrato dal punto di vista dei bambini, sfocia persino nel
fantastico.
17) “Shadow Ticket” di Thomas Pynchon (2025): per più motivi,
è stato pure l’anno di Pynchon, lo scrittore più misterioso di sempre, del
quale abbiamo solo una manciata di vecchie fotografie e poco altro. E lo è
stato anche perché è tornato nelle librerie con un nuovo romanzo, ben dodici
anni dopo il precedente. Pensate, in oltre sessant’anni di attività questo è
appena il suo decimo lavoro! Questa sua ultima fatica, scritta a ottantotto
anni, fa eco a “Vizio di forma” ed è un omaggio ai libri noir di Raymond
Chandler. Il calderone del nostro è il solito: nazisti, mafiosi italiani,
gangsters, personaggi folli, perfino un Golem (!), in una storia che vede il
nostro investigatore di Milwaukee, Hicks, alla ricerca, addirittura a Budapest,
della figlia di un ricco boss del formaggio a stelle e strisce. Un divertito e
spensierato Pynchon solo all’apparenza, poiché alla fine del libro ci presenta
una ucronia, ovvero col Presidente Roosvelt deposto e un dittatoriale generale
MacArthur al potere. Mai banale, questo scrittore, anche nelle sue opere meno
memorabili.
16) “Jazz” di Toni Morrison (1992): libro scritto benissimo,
d’altro canto si tratta di una penna (black) Premio Nobel. La storia,
sofferente e a tratti straziante, si dipana attraverso gli anni, dalla
schiavitù fino ai Ruggenti Anni Venti.
15) “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni (2005):
quest’anno ci ha lasciati quello che reputo uno dei più grandi scrittori
italiani dagli anni Ottanta in poi e che ho avuto il privilegio di incontrare.
Anche questo suo lavoro non fa eccezione. Anche se non può essere annoverato in
una sua top 10, magari, è comunque spassoso, malinconico e con alcuni passi
memorabili, capaci di far scompisciare dalle risate il lettore. Nonostante la
spiccata ironia, non manca la critica feroce alla società borghese, alle cose futili,
al consumismo. Grazie di tutto, Lupo!
14) “Poirot e i Quattro” di Agatha Christie (1927): libro (apparentemente)
atipico dedicato al celebre investigatore belga, alle prese con intrighi
spionistici interazionali e con complotti di vasta portata. Narrato in prima
persona dall’aiutante Hastings, come fosse un nuovo Watson, le vicende narrate
vedranno un inedito Poirot d’azione combattere contro Quattro influenti persone
che tentano di rovesciare il mondo …
13) “Shy” di Max Porter (2023): metà anni Novanta,
Inghilterra. Shy è un problematico ragazzo che frequenta una particolare scuola
per ragazzi problematici, ahimé prossima alla chiusura; ho letto questo libro
per due ragioni: primo, quest’anno è uscita la trasposizione (non l’unica,
però, da questo scrittore, vedi anche “Il Dolore è una cosa con le piume”) dal
titolo “Steve”, che capovolge il punto di vista della narrazione (con il
preside Steve come protagonista e il ragazzo più sullo sfondo) e che troverete
nella classica dei film del 2025. Secondo motivo, adoro lo stile sperimentale e
geniale, avanguardistico, di Porter. Il booktuber Marco Cantoni lo definisce
come un pittore che ha a disposizione una pagina bianca, come fosse una tela
intonsa, e inizia a dipingerci sopra. Niente di più vero. Max Porter gioca con
lo stile, a metà tra prosa e poesia, va a capo quando vuole, gioca con la
dimensione e disposizione dei caratteri. I suoi libri non sarebbero poi così
interessanti, privati del suo unico stile.
12) “Vizio di forma” di Thomas Pynchon (2009): spassoso libro
dello scrittore post-moderno più misterioso di sempre, perfetto per l’estate.
Ho letto questo romanzo neo-noir poiché sono da sempre un difensore del film
omonimo, uno dei lavori più sottovalutati del regista Paul Thomas Anderson. Questo
libro è capace di intrattenere e vive grazie al suo indimenticabile
protagonista, Doc Sportello, un investigatore privato ex hippie, costantemente
sotto acidi, coinvolto nei più impensabili complotti di LA.
11) “Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti (2009): senza
ombra di dubbio il romanzo più divertente letto quest’anno; un Ammaniti senza
freni, delirante e divertito, che ambienta il suo delirio grottesco nel parco
(o meglio, giungla?) di Villa Ada, (ri)aperta da un eccentrico miliardario che vi
organizza un safari all’interno. Cosa potrà mai andare storto? Il protagonista,
uno scrittore depresso, dovrà fare i conti con una setta satanica pronta a
compiere un folle gesto, una cantante pura e casta redenta, elefanti
imbizzarriti e le strane creature che popolano quel posto, discendenti diretti degli
atleti sovietici dell’Olimpiade del 1960 di Roma. Un folle calderone, come
potete constatare, ma gestito e calibrato alla perfezione da uno scrittore
capace di stupirmi ogni volta.
10) “Vaim” di Jon Fosse (2025): lo scrittore norvegese Premio
Nobel 2023 finalmente ritorna, e lo fa con un breve libro, più che altro una
novella, scritta con uno stile particolarissimo (infatti non troverete una gran
punteggiatura: aboliti il punto, oltre alle virgolette dei dialoghi, si
mantiene solo la virgola). In una storia che nelle prime venti geniali pagine è
soltanto il racconto di un uomo che deve comprare ago e filo (da qui la
copertina) perché deve ricucirsi un bottone del vestito. Poi ovviamente la
storia si sviluppa e diventa quasi una storia di fantasmi (?), su un amore
perduto, poi ritrovato, di una amicizia perduta anch’essa, per poi cambiare
punto di vista. In poche pagine, c’è tutto. Mi ha conquistato.
9) “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace
(1989): uno dei primi libri del compianto DFW, una raccolta di nove racconti
che colpisce per la sua creatività, e che mostra già tutto il talento di quello
che sarà il più grande scrittore della sua generazione. ‘Piccoli animali senza
espressione’ colpisce per la descrizione dei media, così come ‘La mia
apparizione’, ambientato durante il “Late Night Show” di David Letterman;
‘Lyndon’ è un ritratto esaustivo, duro e malinconico sulla figura del controverso
Presidente L.B. Johnson; ma il racconto più particolare è senza dubbio quello omonimo
che descrive il morboso rapporto tra un politico conservatore e un gruppo di ragazzi
punk di LA!
8) “Streghe Fraterne” di Antoine Volodine (2019): libro
sperimentale di uno scrittore francese senza dubbio tra i più geniali del XXI
secolo. Questo libro si divide in tre parti ben diverse: nella prima, scritta
sotto forma di interrogatorio, vengono narrate le brutali sorti di una
compagnia teatrale itinerante, composta da quasi sole donne, che si muove in un
mondo post-post-sovietico, in un futuro distopico e medievaleggiante; la
seconda parte, drasticamente differente, elenca i sortilegi (come fossero dei
dogmi) che venivano menzionati nella prima parte; l’ultima parte, la più
ostica, consiste in un'unica frase lunga circa cento pagine. Una storia
brutale, sofferente, cinica, dove le violenze descritte mi hanno ricordato la
crudezza di “Trilogia della Città di K.”
7) “L’incanto del Lotto 49” di Thomas Pynchon (1966): il
folle esordio del più misterioso scrittore di sempre, non è che un breve romanzo
più simile a una allucinazione, con tutte le tematiche care al nostro già
presenti all’interno, dai complotti ai personaggi grotteschi, passando per i
dialoghi fuori di testa … in una trama che vede una giovane ereditiera
coinvolta in un complotto su scala nazionale riguardante il sistema postale
statunitense.
6) “Underworld” di Don DeLillo (1997): uno dei più grandi
scrittori della seconda metà del Novecento, costruisce una storia ambiziosa,
monumentale, che consta di quasi 900 pagine e che si muove in più linee
temporali. Per la precisione, negli anni ’50, ’70 e infine ’90. Il tema
centrale del libro è la Guerra Fredda e l’intenzione è quello di fare un ritratto
degli USA di quel periodo storico. Emblematica è la tematica di perdizione del
paese al termine del conflitto, come se non avere più un nemico, una nemesi,
abbia come destabilizzato gli Stati Uniti stessi. Partendo da uno storico
fuoricampo in una partita di baseball, la storia segue anche il percorso della
pallina in questione, prima raccolta da un bambino nero, poi venduta dal padre e
così via … questo maggufinn è il pretesto, per l’appunto, per viaggiare nel
tempo e incontrare numerosi personaggi. Belli i momenti grotteschi del libro, quelli
con l’artista Klara Sax, con la Poetica Dell’Immondizia, col (fittizio) film
perduto del regista Eistenstejin. Molto riuscita anche la parte finale. In
definitiva un romanzo complesso, dispersivo, ma anche affascinante e scritto di
lusso come solo un genio del post-moderno di nome DeLillo è in grado di fare.
5) “Pastorale Americana” di Piliph Roth (1997): uno dei
romanzi più noti del Maestro post-modernista americano, capace per questo di
accaparrarsi il prestigioso Premio Pulitzer nel 1998. Questo libro è un lungo
viaggio negli States del dopoguerra, immersi fino al collo nella guerra fredda
e nelle tensioni interne, soprattutto legate alla guerra del Vietnam, il tutto
filtrato attraverso gli occhi del ricorrente narratore alter-ego del nostro
Roth, Nathan Zuckerman, che ci parla della vita di Seymour Levov, ribattezzato
lo Svedese. La vita dello Svedese cambierà per sempre quando sua figlia Merry,
legata ad attività sovversive di estrema sinistra, compirà un attentato mortale
nella loro ridente cittadina di Newark, New Jersey, e in seguito costretta a
fuggire e nascondersi per il resto dei suoi giorni. La ricerca disperata del
padre, vittima dei sensi di colpa, sarà un pretesto per capire cosa ha spinto
la ragazza a compiere quel gesto e ad analizzare a fondo un paese controverso e
contraddittorio come gli Stati Uniti d’America. Un libro che è già un nuovo
Classico della letteratura made in USA e una lettura imprescindibile.
4) “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi (2010) uno
spassoso e lungo spaccato della storia italiana del Novecento, amato non solo
dal sottoscritto ma anche dalla critica specializzata, che lo premiò con il
Premio Strega nel 2010. Un viaggio lungo circa cinquecento pagine, che parte
dalla Prima Guerra Mondiale fino ad arrivare alla Liberazione, soffermandosi
naturalmente sul ventennio fascista e le bonifiche pontine. Non solo un romanzo
che fonde sapientemente narrativa, storia italiana e personaggi storici realmente
esistiti, ma anche un libro pieno zeppo di umorismo. Ho apprezzato il fatto che
i dialoghi sono scritti soltanto in dialetto veneto-pontino, e ciò conferisce
notevole umorismo. Il libro, narrando le vicende di ogni membro della numerosa
famiglia Peruzzi, dalla loro povertà nella Pianura Padana fino all’emigrazione verso
i poderi di Littoria, ricorda le saghe familiari che poteva raccontare visivamente
un Ermanno Olmi, ma unendo l’umorismo nero di Ettore Scola. Per Pennacchi è
stato il libro della sua vita, infatti nella prefazione ci dice che è venuto al
mondo per scrivere questo libro. In definitiva, non posso che essere d’accordo!
3) “Il Soccombente” di Thomas Bernhard (1983): lo stile di
Bernhard o lo ami o lo odi, pensai, mentre scrivevo queste poche righe. La
storia di tre amici, pensai, che coinvolge il narratore, Werthmeier (il
soccombente della storia, così lui), e Glenn Gould, l’unico personaggio reale,
pensai, virtuoso del pianoforte del Novecento, celebre per le sue variazioni
Goldberg, pensai. La storia di questa amicizia tormentata, pensai, non era
altro che il pretesto per attaccare l’Austria di Bernhard, così lui. Mi trovavo
di fronte ad un Capolavoro, pensai, non facile, ma scritto con una maestria
eccelsa da parte dello scrittore, pensai, come fosse anch’egli un virtuoso
pianista della letteratura, col suo particolare ritmo, pensai. Questa piccola
recensione è stata scritta, pensai, con lo stile utilizzato dall’autore per
tutto il testo, così lui.
2) “Cattedrale” di Raymond Carver (1983): con questi racconti
Carver ricodificò il modo di scrivere storie brevi, inventando un vero e
proprio stile asciutto, breve e crudo, ma anche vivido e incredibilmente
realistico, basato sulla nostra vita di tutti i giorni. Ogni racconto, chi più
chi meno, è un grande-piccolo Capolavoro. Ovviamente svetta quello col titolo
omonimo, ma anche “Una cosa piccola ma buona” e “Vitamine” sono grandi, grandissimi
esempi di narrativa breve. Nessuno, dopo di lui, ha saputo più scrivere in
questo modo storie brevi. C’è un pre ed un post-Carver.
1) “Alla Linea” di Joseph Ponthus (2019): il mio
libro dell’anno.
Intenso, doloroso, crudo, ma anche pieno di speranzosa rabbia. Ponthus, un
giovane operaio francese scomparso tragicamente dopo un brutto male a soli 42
anni, apprende la lezione di Thierry Metz e del suo “Diario di un manovale” e
dunque scrive un romanzo sottoforma di poema, suddiviso in numerosi capitoli,
ben 66. Anche i ringraziamenti finali, per intenderci, sono scritti in versi!
Ponthus, operaio letterato, ci descrive i soprusi della fabbrica, dei padroni,
e l’alienazione di lavorare alla linea, ovvero alle catene di montaggio. Dapprima
in una fabbrica di gamberetti (<<Dove almeno si poteva rubare un
granchio, ogni tanto>>), per poi finire in un terribile mattatoio. Un
romanzo proletario dove sembra riecheggiare la voce di denuncia di Ken Loach.
Un romanzo, questo, che rimarrà nella storia e che verrà citato, per forza di
cose, dai prossimi rivoluzionari, se mai ce ne saranno di nuovi.
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