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mercoledì 25 febbraio 2026

CLASSIFICA DEI FILM USCITI NEL 2025 DAL PEGGIORE ... AL MIGLIORE!

102)“Succede in una notte” di Emiliano Canova: talmente brutto che per me e i miei amici è diventato uno S-Cult! Un film indipendente talmente pretenzioso da trattare un delicato argomento come il cambiamento climatico, filtrato dal punto di vista di una insopportabile influencer da quattro soldi, banalizzando il tutto con un finale ai limiti dell’assurdo.

101)“Un film Minecraft” di Jared Hess: vince il premio come il film più stupido dell’anno, nel senso negativo del termine. Stupido all’inverosimile. Spiace vedere Jack Black invischiato in una robaccia del genere. Su Sky.

100)“Io sono la fine del mondo” di Gennaro Nunziante: il fenomeno Angelo Duro, infarcito della sua discutibile comicità tiktokiana. Regia assente, tempi comici azzerati, montaggio delirante e zero evoluzione nei personaggi. Non so se è la fine del mondo, di certo è la fine del cinema. Su Sky.

99)“Una pallottola spuntata” di Akiva Schaffer: semplicemente un insulto, “l’insulto finale”, utilizzando un gioco di parole, nei confronti della trilogia originale, capostipite della comicità grottesca. Se lo troviamo sopra i precedenti è solo per la durata esigua di questo tormento visivo. Su Sky.

98)“(Im)Perfetta” di Nicolò Bressan Degli Antoni: un corto targato Rai sugli influencer e sul tema dell’obesità, ma trattato male e in maniera trash. Un “The Substance”, ma italiano e trash all’inverosimile. Da vedere per farsi quattro risate. Su Raiplay.

97)“Gioco Pericoloso” di Lucio Pellegrini: veramente brutto, doveva essere un thriller? Risulta una scopiazzatura di “Animali Notturni” ma trash. Con Elodie (pessima attrice improvvisata). Su Sky.

96)“Holland” di Mimi Cave: ci si aspettava di più dalla regista di “Fresh”; ecco, invece, un thrillerino che ricalca l’onda de “La donna perfetta”, sempre con Nicole Kidman, ai tempi ancora non così plastificata. Da dimenticare.

95)“Noi non siamo napoletani” di Gianluca Vitiello: alcuni abitanti stranieri di Napoli si raccontano in delle lunghe interviste, dal loro arrivo fino all’integrazione nella città partenopea. Anonimo. Visto su MyMoviesOne.

94)“La donna della cabina numero 10” di Simon Stone: altro thriller insipido, con una discreta Keira Knightley coinvolta nel classico complotto mascherato per incidente. Ambientazione dello yatch di lusso sprecata. Su Netflix.

93)“Le prime volte” di Perla Sardella & Giulia Cosentino: corto visto su MyMoviesOne che parla dell’amicizia di due donne e del loro amore impossibile, poiché il tutto è ambientato parecchi anni fa. Da una storia vera, con immagini di repertorio e voci fuori campo.

92)“Ti Respiro” di Lorenzo Giovenga: altro corto targato Rai. Una storia inquietante (almeno per il grande pubblico), anche se dallo spunto trash, che sfocia in un finale surreale. Discreto l’effetto visivo della mantide gigante. Su Raiplay.

91)“Elisa” di Leonardo Di Costanzo: presentato in concorso perfino a Venezia, questo è il film più soporifero del 2025. Una donna, Elisa, si trova in un carcere di lusso svizzero, circondato da un bellissimo bosco, dopo aver ucciso prima la sorella e poi la madre. La ragazza viene psicanalizzata da uno studioso. Una discreta Barbara Ronchi non può reggere da sola il peso di un intero film che sembra non finire mai. Si riprende un attimo con la scena della madre, ti illude, ma poi ripiomba nella noia. Alla fine, scontata metà della pena, avrà anche il coraggio di chiedere la libertà vigilata, quando io in un posto del genere ci andrei a vivere! Su Sky.

90)“Last Tropics” di Thanasis Trouboukis: cortometraggio ambientato in una Grecia distopica e dalle acque inquinate. Inquadrature d’effetto, ma storia troppo esile. Poteva essere qualcosa in più. Visto su MyMoviesOne.

89)“+10K” di Gala Hernández López: un documentario su un ragazzo spagnolo, Pol, che intende diventare un guru delle criptovalute. Interessante il parallelismo con la regista, dal tema incentrato sull’ambizione. Corto visto su MyMoviesOne.

88)“Housewife” di Greta Guthrie & Jake Lazarow: un corto horror veramente breve che parla di famiglia e con un mostro veramente inquietante. Preghiamo tutti quanti insieme affinché possa diventare un lungometraggio, un giorno. Su Youtube.

87)“Fragments for Venus” di Alice Diop: corto documentario sulla cultura black statunitense diviso in due nette parti. Spicca la prima ambientata in un museo. Su Youtube.

86)“Flares” di Jachym Bouzek: brevissimo corto d’animazione, visivamente impressionante, incentrato sul tema della reincarnazione visto su MyMoviesOne.

85)“6:06” di Tekla Taidelli: questa giovane regista italiana dirige un road movie che sfocia nel fantasy e nei paradossi temporali, ma incentrato sul senso di colpa. Bella la storia d’amicizia e d’amore dei due protagonisti. Tanto potenziale, ma non sfruttato appieno. Visto su MyMoviesOne in anteprima mentre passava a Venezia.

84)“Downton Abbey - Il Gran Finale” di Simon Curtis: finalmente giunge al termine anche questa trilogia derivata dalla celebre serie tv. Il film più debole dei tre, capace di annoiare fin dal primo minuto. Costumi e recitazioni d’alto livello. Su Sky.

83)“Jay Kelly” di Noah Baumbach: dall’erede spirituale di Woody Allen ci si aspetta sempre di più, mica un filmetto metacinematografico targato Netflix sulla solita star piena di sé (George Clooney interpreta praticamente sé stesso) alle prese con i problemi familiari. La parte in Italia, poi, è il Festival dello Stereotipo. Forse LA delusione dell’anno. Molto bravo, invece, Adam Sandler. Su Netflix.

82)“Paternal Leave” di Alissa Jung: il solito film sul padre (un bravo Luca Marinelli) alle prese con una figlia che non aveva mai visto prima e che irrompe nella sua vita come un’onda anomala (lui insegna surf, tra l’altro). Che dire, siamo alle solite ... Su Sky.

81)“Gioia Mia” di Margherita Spampinato: un altro film di formazione ambientato in Sicilia e incentrato sul rapporto tra un bambino (del Nord) e sua nonna (siciliana, per l’appunto). Belli i contrasti e gli screzi tra i due, vista la diversità, ma poi il film diventa scontato. Comunque, gradevole. Visto in anteprima su MyMoviesOne.

80)“The Caretaker” di Luke Tedder: un horror indipendente inglese che spaventa poco perché parla dei soliti fantasmi che infestano una immensa tenuta, però è molto cattivo e sfocia molto bene nell’horror psicologico per il rapporto disturbante tra il protagonista muto (rivelazione dell’anno Ben Probert) e sua madre morta, in delle scene degne di Lynch. Visto su MyMoviesOne.

79)“Secret of a Mountain Serpent” di Nidhi Saxena: dall’India arriva un film metafisico capace di affascinare sicuramente per le immagini suggestive. Visto su MyMoviesOne.

78)“The Lost Dream Team” di Jure Pavlovic: un documentario sulla squadra di pallacanestro Jugoslava nel 1992, impegnata nel campionato europeo di Roma mentre, al medesimo tempo, in patria i rapporti tra i vari paesi andavano deteriorandosi, con Slovenia e Croazia autoproclamatosi indipendenti, andando ad aprire le porte alla sanguinosa guerra civile che tutti noi conosciamo. La cosa assurda fu il clima in cui il team giocò, e poi vinse, quegli europei poiché uno dei giocatori, sloveno, fu bloccato dal suo paese a torneo in corso. E soltanto in pochi, durante l’inno finale, cantarono a squarciagola. Su Sky.

77)“Film di Stato” di Roland Sejko: un documentario con sole immagini di repertorio (molto rare) sull’Albania di Enver Hoxha. Del tutto assenti commenti esterni o interviste, non so se è un bene o un male. Per appassionati. Visto su MyMoviesOne.

76)“Le assaggiatrici” di Silvio Soldini: uno dei registi storici italiani (“Pane e Tulipani”) dirige in Germania un film biografico con ambientazione di guerra, incentrato sulle assaggiatrici di Hitler, che rischiavano la vita assaggiando i piatti potenzialmente avvelenati destinati al Fuhrer durante il suo periodo passato nella Tana del Lupo. Presto, però, il soggetto così interessante smette di entusiasmare e addirittura si arriva ad un finale melodrammatico davvero non necessario. Peccato, rimane più un’occasione sprecata. Su Sky.

75)“The Parenting” di Craig Johnson: una commedia horror abbastanza divertente per passarci una serata, basata sulle possessioni demoniache. Un buon Brian Cox, posseduto, diventa esilarante. Poco altro da segnalare. Su Sky.

74)“Heart Eyes” di Josh Ruben: una horror-comedy slasher unita al genere sentimentale. Un misterioso e feroce killer uccide ogni anno esclusivamente nel giorno di San Valentino, e questa volta è a caccia della nostra protagonista, ovviamente … gradevole, non c’è che dire, peccato che l’idea non sia per niente originale dato che già nel 1981 era stato fatto un film molto simile a questo, “My Bloody Valetine”. Su Sky.

73)“A Big Bold Beautiful Journey” di Kogonada: la sensibilità del regista nativo di Seul al servizio di una storiella d’amore tra due bravi Colin Farrel e Margot Robbie, mai così belli. Un road movie fantasy ahimé privo di colpi scena. Intrattiene, ma a conti fatti resta anonimo, soprattutto se pensiamo ai precedenti del cineasta. Su Sky.

72)“Il Club dei Delitti del Giovedì” di Chris Columbus: una commedia-giallo d’intrattenimento che non è riuscita del tutto (mmh, forse per colpa di Netflix?), che cavalca l’onda di “Only Murders In The Builing”, ma che sul finale riesce un pochino ad emozionare. I fan del libro (che ho scoperto essere un vero e proprio Cult) non sono rimasti soddisfatti. Cast d’eccezione e solita abile mano del buon Columbus. Su Netflix.  

71)“Colpi d’amore” di Jonathan Eusebio: film odiatissimo … peccato, secondo me, perché è vero che si tratta di un filmetto d’intrattenimento, ma è una commedia d’azione, comunque, violenta al punto giusto e ben coreografata. Un buon Ke Huy Quan, esperto d’arti marziali anche nella vita reale, è qui alle prese con una doppia vita e con diversi conti in sospeso dal suo passato. Esilarante il personaggio del killer “Il Corvo”, un duro dall’animo da poeta. Fin troppo breve la durata del film, che a stento arriva ad ottanta minuti! Su Sky.

70)“Drop – Accetta o Rifiuta” di Cristopher Landon: non capisco l’astio per questo regista horror d’intrattenimento, che a me diverte sempre e che trovo dalla mano comunque capace e abile nelle trovate visive. Anche in questo caso abbiamo una storiella thriller che intrattiene (una donna, durante un appuntamento, rimane incastrata in un ricatto mortale tramite smartphone), ma che sul finale diventa esagerato (una americanata, insomma). Non uno dei migliori lavori del regista, è vero, ma fa il suo anche in questo caso. Sufficiente. Su Sky.

69)“Eleanor The Great” di Scarlett Johansson: la famosissima attrice decide a sorpresa di debuttare dietro la macchina da presa e lo fa con un film drammatico incentrato sull’amicizia tra donna anziana (la novantaquattrenne June Squibb, che da sola regge il film) e una ragazza più giovane. Nulla di nuovo, Sean Baker lo aveva fatto cento volte meglio in “Starlet” anni fa; la regia della nostra è priva di guizzi, si limita al compitino; poi, ambientandolo nella comunità ebraica, esce pure nel periodo storico più sbagliato possibile e non me lo fa di certo amare.

68)“Fuori” di Mario Martone: ultimamente è tornata di moda la figura della scrittrice femminista e partigiana Goliarda Sapienza. Il film si avvale dell’ottima regia del Maestro Martone e di una buona fotografia, oltre che di memorabili interpretazioni – Valeria Golino e Matilda De Angelis in primis, poi una quasi credibile Elodie. Purtroppo, però, il film resta troppo vago e lo sviluppo della storia semplicemente abbozzato. Alla fine, resta solo la curiosità di sapere chi fosse davvero questa grande donna, perché dal film si evince poco o nulla. Peccato, una grandissima occasione sprecata. Su Sky.

67)“Hot Milk” di Rebecca Lankiewicz: interpretazioni di livello (su tutte quella di Fiona Shaw, intrappolata sulla sedia a rotelle) per un film drammatico incentrato sulla relazione madre-figlia e ambientato in estate, ad Almeria. Storia d’amore lesbo Mackey-Kriepes così così. Bello il finale. 

66)“Anemone” di Ronan Day-Lewis: ah, eccoci ad una delle pellicole più attese del 2025, che ha visto il ritorno davanti la macchina da presa del migliore attore del nostro tempo, Daniel Day-Lewis, per di più diretto dal figlio (chi altri poteva convincerlo a tornare sul palcoscenico?). Ronan, però, con un passato da regista di videoclip, non sa ancora come creare una storia compiuta al 100% e la durata eccessiva non aiuta. Alcune scene sono d’altro canto azzeccate, come quelle oniriche, per l’appunto simili a dei videoclip.  

65)“Wolf Man” di Leigh Wannell: un film horror cattivo, che va spedito per la sua strada senza perder tempo in dilungamenti e tenerezze varie. La trasformazione del lupo mannaro l’ho apprezzata. Non ha grandissimi colpi di scena, ma mi sento di promuoverlo alla grande, a differenza di molti altri. Su Sky.

64)“Honey Don’t!” di Ethan Coen: il secondo progetto solista di Ethan è leggermente migliore del precedente. Però, tutto sommato, ancora non ci siamo. Questa trilogia che omaggia il noir, i B-Movie ma con uno sguardo al futuro (la tematica LGBT) è al momento raffazzonata e per lo più abbozzata. Joel, Ethan, mancate!

63)“Steve” di Tim Mielants: qualche settimana fa vi avevo parlato del libro, “Shy”, molto interessante, finito nella classifica migliori letti nel ‘25. L’adattamento vede al centro la figura del nevrotico preside, un ottimo Cillian Murphy, alle prese con i problemi della sua scuola per ragazzi problematici. Un buon film drammatico, che ha all’interno anche un notevole piano-sequenza. Su Netflix.

62)“Sinners – I Peccatori” di Ryan Coogler: ed eccolo subito, ahimé, il film più chiacchierato degli ultimi mesi, che ha fatto incetta di candidature per i prossimi Premi Oscar, collezionandole ben sedici (dico, sedici!!!), realizzando uno storico record. Osannato è, però, il film horror non spaventoso del regista di “Black Panther”, dunque un tale non proprio avvezzo ad un cinema raffinato, diciamo così. E lo si nota anche in questo caso, poiché non è in grado di creare una sola inquadratura memorabile. Il montaggio sgangherato, con pessimi flashback ricorrenti, rovina il tutto. Una fotografia patinata dà un pessimo sapore al film; film, tra l’altro, che ricorda fin troppo “Dal tramonto all’alba”, ma con una prima ora noiosissima, a differenza di quel Cult. Il finale è egualmente tremendo, che pare uscito, appunto, da un film di supereroi (non manca la scena post credit, per farvi capire!). A salvarsi è soltanto la colonna sonora e la musica intesa come identità di un popolo. Ma a confronto il tanto bistrattato “Green Book” sembra, non so, Quarto Potere! Su Sky.

61)“The Alto Knights” di Barry Levinson: un gangster movie vecchio stampo, classico, diretto da uno dei Maestri del cinema di genere statunitense. Un bravissimo Robert De Niro impegnato in un doppio ruolo, interpreta i due gangster rivali Vito Genovese e Frank Costello, in una semi-epopea ambientata soprattutto negli anni’50. Su Sky.

60)“Companion” di Drew Hancock: purtroppo fin dalla locandina si capisce già dove voglia andare a parare questo discreto ma divertente distopico à la “Black Mirror” sull’Intelligenza Artificiale in salsa femminista. I presupposti per il disastro c’erano tutti, ma la troupe e il cast sono stati bravi ad alleggerire il tutto e a creare del buon intrattenimento. Su Sky.

59)“Death of a Unicorn” di Alex Scharfman: un horror-fantasy che la butta anche sulla commedia, ma con tocchi splatter davvero notevoli per una pellicola del genere. Comunque, resta buona e non scontata, sempre per un prodotto del genere, la critica all’alta borghesia statunitense.

58)“Caught Stealing – Una Scomoda Circostanza” di Darren Aronofsky: il film più atipico e leggero della già ottima carriera del regista di origini ebree-polacche. Una action comedy che deve tutto, o quasi, ai film dei fratelli Coen. Resterà per sempre un progetto divertente, particolare, nella filmografia di questo abilissimo cineasta.

57)“Vicious – I tre doni del male” di Bryan Bertino: un horror che a molti ha lasciato indifferenti, mentre io l’ho trovato interessante (una ragazza riceve in dono una scatola maledetta che le chiede di inserire tre cose particolari della sua vita …), ben diretta e recitata e con un finale inquietante. Su Paramount+. Ma ne parlo meglio qui:

56)“Good Boy” di Ben Leonberg: uno dei film più interessanti dell’anno, almeno dal punto di vista del soggetto e anche visivamente parlando, poiché si tratta di un horror sperimentale tutto filtrato dal punto di vista … di un cane! Dunque, le inquadrature sono soltanto POV del cane del protagonista. E questo lo fa diventare un film sensoriale, fatto di suoni, ombre e percezioni canine. Veramente, veramente interessante.

55)“Trascending Dimensions” di Toshiaki Toyoda: un film strambissimo, grottesco e spirituale al medesimo tempo, che trascende spazio e tempo per creare una fantascienza infarcita di umorismo nero e schegge jazz. Il film più folle dell’anno, visto su MyMoviesOne.

54)“28 anni dopo” di Danny Boyle: mentre scrivo queste righe nei cinema è già uscito il sequel di questa fortunata saga horror post-apocalittica, iniziata nel lontano 2002. Questo terzo capitolo è bellissimo, girato in maniera particolare e con degli infetti sempre più inquietanti. Grandissimo Ralph Phiennes, in un ruolo molto particolare ma già indimenticabile.

53)“Alma and the Wolf” di Michael Patrcik Jann: forse l’horror più sottovalutato dell’anno. Un incubo ad occhi aperti che coinvolge come una spirale Ren, il protagonista, un poliziotto e padre fallito che ha strane visioni di un lupo umanoide cattivissimo. Ma non posso dire altro perché ci sono un paio di colpi di scena ben assestati. Curioso il fatto che l’Alma del titolo non sia affatto protagonista del film! Su Paramount+.

52)“Dracula – l’amore perduto” di Luc Besson: l’ennesima rilettura di Dracula, qui realizzata da un maestro del cinema francese. Il film viaggia tra picchi e cadute, in una versione che si avvicina più a quella di Coppola che altro. Ottimo Caleb Landry Jones (attore tra i più sottovalutati) nei panni del Conte. Particolare il montaggio. Altalenante. Su Sky.

51)“Weapons” di Zach Cragger: un horror capace di diventare un piccolo cult. Però, non mi ha convinto al 100%, dovrei rivederlo. La spunto iniziale, inquietante e geniale, vede una classe delle elementari – meno che un bambino – scomparire improvvisamente nel cuore della notte. Ho apprezzato l’incredibile regia di Cragger, la coralità del film (si dà spazio a tutti i personaggi: incredibile Josh Brolin, come sempre) ma non ho amato del tutto il colpo di scena, che lascia poco spazio ai dubbi e ai simbolismi iniziali. BELLISSIMO il finale, pieno zeppo di cattivissimo umorismo nero!

50)“Warfare” di Alex Garland & Ray Mendoza: dopo il superbo “Civil War”, il buon Garland torna a parlare di guerra, ma questa volta in un biopic di un gruppo di marine intrappolati in una casa irachena sotto attacco. Bravissimi i due a far percepire tutte le sensazioni dei soldati, dalla noia fino al dolore fisico.

49)“Mr. Morfina,” di Dan Berk & Robert Olsen: forse il film più divertente dell’anno, questo “Novocaine”, in originale. Una folle action comedy che vede un normale bancario affetto da CIPA, una malattia che lo rende totalmente insensibile al dolore fisico, dover salvare la sua nuova fiamma, presa come ostaggio dopo una rapina sul luogo di lavoro. Divertentissimo vederlo sfruttare il suo “superpotere” per combattere in maniera ingegnosa dei veri e propri criminali decisamente più esperti di lui! Prova eccellente di Jack Quaid. Imperdibile. Su Sky.

48)“The Smashing Machine” di Benny Safdie: i fratelli si sono già separati e Benny realizza un film biografico su Mark Kerr, leggenda della MMA ma in lotta pure con la dipendenza da farmaci. Il film vive della stupenda regia voyeristica del nostro, di due ottime interpretazioni (The Rock ed Emily Blunt), ma non si allontana dal normalissimo biopic, rendendo il film meritevole di essere guardato una volta ma poi dimenticato tra le cataste di film biografici che si limitano a svolgere il compitino.

47)“Train Dreams” di Clint Bentley: la storia di Robert Grainier, un uomo qualunque, un falegname, la cui vita è raccontata minuziosamente nel corso di circa ottant’anni come fosse un vero e proprio film biografico su qualche persona che ha lasciato il segno. Mi ha ricordato un po’ la tesi di “Stoner”, uno dei libri più famosi di sempre, che narra la vita di un perfetto Signor Nessuno come se in realtà contasse qualcosa. Perfetto dal punto di vista tecnico, la pellicola si avvale di un ottimo Joel Edgerton. Su Netflix.

46)“Blue Moon” di Richard Linklater: se il film precedente si dipanava nel corso di ottant’anni, questo qui lo fa, invece, nel corso di una singola serata, il 31 gennaio 1943, la sera della prima del leggendario musical “Oklahoma!”. Il film è un biopic su Lorenz Hart, paroliere di successo nei musical. Il film si avvale di un cast d’eccezione – abbiamo, infatti, un eccellente Ethan Hawke, candidato giustamente come miglior attore ai prossimi Oscar, oltre ad Andrew Scott, Bobby Cannavale e Margaret Qualley. Un film elegante, che profuma di anni ’40, e che è quasi tutto ambientato in un bar. Amo i film ambientati tutti in una notte, ed è il motivo per il quale lo si trova così in alto.

45)“The Chronology Of Water” di Kristen Stewart: la bravissima attrice esordisce dietro la macchina da presa con un biopic sulla vita della promessa del nuoto, e poi “solo” scrittrice Lidia Yuknavitch, interpretata intensamente da Imogen Poots. Dalla passione per il nuoto, passando per gli abusi subiti fino alla dipendenza dalle droghe. Il classico drammone a stelle e strisce, ma aiutato da un montaggio interessante.  

44)“Concetta” di Aim-ei Polpitak: le belle storie possono durare anche solo 45 minuti, e questo ne è l’esempio. Un corto thailandese disponibile gratuitamente su youtube che parla di un triangolo tra una scrittrice, il suo vicino e una prostituta. Il film è ben girato, poetico e visivamente meraviglioso.

43)“Tutto quello che resta di te” di Cherien Dabis: un’epopea lunga quarant’anni incentrata interamente su una famiglia palestinese, iniziando dal 1948, con la nascita dello stato d’occupazione di Israele che gli ruba i possedimenti, passando per l’esilio in Cisgiordania e finendo nel 1988, durante la prima intifada. Emozionante, ben raccontato, realistico. Un film storico prezioso e commovente come pochi altri. Su MyMoviesOne.

42)“Keeper” di Oz Perkins: ci sta abituando bene il buon Osgoord, con il terzo film in appena due anni. Qui abbiamo forse il suo horror più semplice e classico, senza apparenti guizzi, ma trattato sempre intelligentemente e con un diabolico finale beffardo. Ma ne parlo nel dettaglio qui: ‎‘Keeper’ review by riccardogalasso • Letterboxd

41)“The Legend Of Ochi” di Isaiah Saxon: un bel fantasy come non se ne fanno più al giorno d’oggi. E solo per questo ha la mia simpatia. Un film strambo, ambientato in un villaggio dei Carpazi in guerra con queste strane creature, gli Ochi, che visivamente ricordano un po’ i Gremlins. Bellissima la fotografia color pastello e le location naturalistiche. Anche il cast si comporta benissimo – partendo dalla giovanissima Helena Zengel, passando per Willem Dafoe e Finn Wolfhard e chiudendo con Emily Watson. Su MyMoviesOne.

40)“A House of Dinamyte” di Kathrine Bigelow: la regia della nostra o la si ama o la si odia. In questo ansiogeno film pre-apocalittico, ambientato pochi minuti prima dello scoppio di un ordigno nucleare sul suolo americano, si narrano tre differenti punti di vista. La nostra avrà portato a casa il risultato? Lo potete scoprire su Netflix, guardando il film, oppure leggendo la mia recensione più dettagliata qui:

39)“Sirat” di Oliver Laxe: uno dei film più particolari dell’anno. Un padre e una figlia sono alla ricerca, nel vasto deserto marocchino, di un membro della loro famiglia, scomparso durante un rave. Il film inizia come un road movie lento, mistico, quasi metafisico, per poi trasformarsi piano piano in un survival movie dopo un colpo di scena assurdo e fuori di testa. Da vedere assolutamente, ma non per stomaci deboli!

38)“The Ice Tower” di Lucile Hadžihalilović: un film metacinematografico lento, affascinante, ambiguo … ambientato durante le riprese de “La Regina d’Inverno”, una attrice e una ragazza vagabonda stringono un particolare rapporto. Eccellente le due attrici protagoniste, Marion Cottilard nei panni dell’attrice, e Clara Pacini in quelli della ragazza. Misterioso.

37)“Lo Sconosciuto del Grande Arco” di Stéphane Demoustier: film francese biografico incentrato su parte della vita dell’architetto danese, allora sconosciuto, Johan Otto von Spreckelsen, che progettò l’arco moderno della Défense, a Parigi, sotto il governo di Mitterand. Un film biografico che va dritto al punto, senza fronzoli, con un formato azzeccato e una ricostruzione degli anni ’80 perfetta. Geometricamente perfetto sotto tutti i punti di vista. Visto in anteprima su MyMoviesOne.

36)“La ragazza del coro” di Urska Djukic: un film di formazione molto delicato, che tratta temi importanti come la crescita di una ragazza e la fede, il tutto ambientato in un monastero sloveno dove si svolgono le estenuanti prove di un coro femminile. Un film perfetto per l’estate, dove c’è molta luce e le interpretazioni di queste giovani sono ammirevoli. Su MyMoviesOne.

35)“Un film fatto per Bene” di Franco Maresco: un documentario particolare, metacinematografico, incentrato sulla (non) riuscita del regista palermitano del suo film su Carmelo Bene. Maresco si vede e non si vede, ma tutto il film è incentrato su di lui, e la sua presenza spirituale viene percepita tantissimo. Su Sky.

34)“La Grazia” di Paolo Sorrentino: gli ultimi mesi di un Presidente della Repubblica – il solito immenso Toni Servillo – alle prese con dubbi, incertezze, richieste di grazia e una legge potenzialmente storica, e il suo passato. Al netto delle ormai puntuali sorrentinate, questo rimane uno dei lavori più quadrati del regista. Ma ne parlo molto meglio qui: ‎‘La Grazia’ review by riccardogalasso • Letterboxd

33)Becoming Human di Polen Ly: questo film è una sorta di post-‘goodbye dragon inn’, il capolavoro di Tsai Ming-Liang. 
Un atto d’amore verso il cinema, in primo luogo, poiché al centro del film vi è un cinema fatiscente e prossimo alla demolizione.
Un giovane giornalista entra per scattare delle ultime foto e si imbatte nello spirito guida del posto, un fantasma di cinquant’anni nel corpo di una ragazza (ovvero ferma con l’aspetto di quando era morta, per colpa di una mina - una piaga della Cambogia post-guerra fredda). Tra i due nasce un rapporto speciale, poetico, a tratti malinconico. Amicizia vera, forse amore. Il problema è che la donna dovrà presto reincarnarsi, perché il luogo da custodire, come detto, non esisterà più. 
Cosa deciderà di fare lo spirito? Abbandonare tutti i ricordi e reincarnarsi in un nuovo giovane corpo, oppure vivere in un eterno limbo con il ragazzo?
Sta a voi scoprirlo.
Ho amato molto l’idea di burocratizzazione della reincarnazione buddista. 
Ottimo il reparto tecnico, bravi a creare la giusta alchimia i due giovani attori. Il classico esempio che non serve poi molto per fare un grande film: due attori, in cinema fatiscente, la natura cambogiana. 
Bellissima sorpresa. Visto su MyMoviesOne.

32)“The Monkey” di Oz Perkins: il suo primo film in questo 2025 è anche il suo più leggero (da dimenticare le atmosfere di “Longlegs”). Tratto da un raccontino di Stephen King, questo “La Scimmia” è un giochino splatter ingegnoso che ricorda la comicità tragica di “Final Destination”. Il film parla per l’appunto di destino, morte ma anche di famiglia, temi carissimi al giovane regista. Si ride a denti strettissimi.

31)“La città proibita” di Gabriele Mainetti: un piccolo miracolo italiano, girato da un nostro talento che qui ricorda i registi di Hong Kong! Emozionante, frenetico, coreografato in maniera intelligente, questo film infonde tanta speranza al nostro cinema. Ne parlo meglio qui accanto:

30)“Black Bag” di Steven Soderbergh: un film elegante, soffuso, sexy, ambientato nel mondo delle spie inglesi, che cercano di vivere come noi, ma che a conti fatti sono capaci di colpirsi a vicenda senza problemi, pur di salvare la pelle. Il regista più camaleontico del mondo torna con un film di rara bellezza ed eleganza, con due fantastici Michael Fassbender e Cate Blanchet. Su Sky.

29)“Wake Up Dead Man – A Knives Out Mistery” di Rian Johnson: siamo giunti al terzo capitolo di questa fantastica trilogia di gialli investigativi che sono in primis un omaggio ad Agatha Christie, uniti al cinema contemporaneo d’azione. Ritrovare l’investigatore Benoit Blanc (il mitico Daniel Craig) è diventato un po’ come ritrovare uno zio che ami ma che non vedi poi spesso. Questa volta, il nostro dovrà risolvere un ingarbugliato puzzle (ispirato al libro “Le tre bare”) all’interno di una chiesa. Cast d’eccezione formidabile, dove spiccano Josh O’Connor, Josh Brolin, Glenn Close, Mila Kunis, Jeremy Renner, Cailee Spaeney, Andrew Scott, Kerry Washington e Jeffrey White. Stavolta la produzione Netflix si sente, forse, nella perfezione forzata delle immagini e della fotografia innaturale, fin troppo ad effetto. Forse l’omicida era intuibile e la durata eccessiva, ma riesce ad intrattenere e divertire alla stragrande come al solito. Su Netflix.

28)“Superman” di James Gunn: rilettura interessante del personaggio DC, che sembra quasi uscito da un capitolo intermedio di una saga già avviata (idea geniale, basta far vedere ogni volta l’origine dei personaggi che già si conoscono!), con un Superman fragile e che prende parecchie botte fin dalla scena uno. Effetti visivi clamorosi, non mancano i mostri alieni tipici del cinema di Gunn, ma la vera forza del progetto è il discorso (mascherato bene) su Israele e Palestina. Mitico Nicholas Hoult nei panni di Lex Luthor. Su Disney+.

27)“Avatar: Fuoco e Cenere” di James Cameron: tornare a Pandora è oramai diventato un po’ come tornare a casa. Il terzo film di questa saga infinita riprende le tematiche e le ambientazioni del secondo film, ma migliorando le situazioni di pericolo e le scene action e caratterizzando molto meglio i nuovi personaggi, introdotti nel capitolo precedente. Sì, il fuoco e la cenere non sono molto approfonditi, dunque il film diventa veramente vincente sul finale, con una battaglia marina da antologia.

26)“Laguna” di Sarunas Bartas: il regista lituano, Maestro dello Slow-Cinema, realizza un film diverso da quelli del suo esordio; un padre (interpretato dal regista stesso) e la figlia compiono un viaggio metafisico nella laguna messicana dove la figlia più grande ha perso la vita. Commovente, spirituale, immersivo. Bartas al suo meglio. Visto su MyMoviesOne.

25)“Il sentiero azzurro” di Gabriel Mascaro: Orso d’argento a Berlino (Gran premio della giuria) per questo road movie brasiliano dai toni distopici e dal tocco fantasy e psichedelico, dove gli anziani vengono trasferiti in una misteriosa colonia. Tereza, interpretata da una ottima ma non troppo simpatica Denise Weinberg, si ribella e riesce a partire per il Rio delle Amazzoni a bordo di una barca. Immagini meravigliose e colonna sonora tribale, per un film conciso e quasi perfetto. Su MyMoviesOne.

24)“Die, My Love” di Lynne Ramsay: la crisi di coppia vista dagli occhi di lei, una immensa e selvaggia Jennifer Lawrence, che piano piano sfocia nella pazzia, mentre lui, Robert Pattinson, è spesso assente. Un film country, pieno di simbolismi e di scene psicologicamente violente. La regia della nostra vola sempre su vette molto alte. La fotografia verdognola sugella il tutto. Su Mubi.

23)“La villa portoghese” di Avelina Prat: in pochi sanno che il cinema spagnolo è in un periodo di massimo splendore, e questo piccolo film ne è la prova. Un professore scopre che sua moglie è scappata di punto in bianco; dunque, decide di mollare tutto anche lui e, per uno strano scherzo del destino, si riscopre giardiniere in una villa portoghese di una signora coetanea. Passano gli anni, poi la moglie di lui sembra essere tornata. Cosa deciderà di fare il nostro? Un film preciso, elegante, fatto di silenzi e di dialoghi interessanti, ma soprattutto ci sono grandi interpretazioni (Manolo Solo, Maria de Medeiros). Il cinema spagnolo è forse il più florido d’Europa! Visto in anteprima su MyMoviesOne.

22)“Mirrors n.3” di Christian Petzold: il regista tedesco torna con un nuovo film che fa della lentezza il suo punto di forza e che, come al solito, preferisce far parlare le immagini piuttosto che i personaggi. L’attrice feticcio del regista, Paula Beer, interpreta una ragazza che ha perso il ragazzo in un incidente stradale e viene soccorsa da una donna che la ospita a casa sua fino a farla diventare un nuovo membro della famiglia. Ma a quale scopo e quali conseguenze avrà questo gesto? A voi scoprirlo, in un film che, come gli altri di questo artista, o lo si ama o lo si odia, per via di tutte quelle caratteristiche che fanno unico il suo stile.

21)“L’incidente del piano” di Quentin Dupieux: il Salvador Dalì del cinema torna con un film un po’ più contenuto dei suoi precedenti, ma ugualmente schizzato. Una incredibile Adèle Exarchopoulos è una influencer di successo che fa delle prove di resistenza fisica la sua fortuna. Ma come reagire a un incidente sul set che vede una sua collaboratrice morta schiacciata sotto il peso di un pianoforte destinato all’influencer? Sul finale il mitico Mr. Oizo ci va giù pesante con lo splatter e le assurdità, bilanciando una prima parte molto più introspettiva. Geniale e fuori di testa come sempre. Su Mubi.

20)“Dreams” di Michael Franco: un film estremamente politico per il regista messicano. Una eccellente Jessica Chastain è una ricca imprenditrice che stringe una relazione segreta con un ballerino messicano clandestino. Questa storia è l’espediente per raccontarci in realtà l’eterno conflitto tra gli Stati Uniti e l’immigrazione, una tematica sempre più presente in questi ultimi anni. Ottimo il finale, un piccolo gioco al massacro, che rivela il vero volto dei due protagonisti.

19)“The Mastermind” di Kelly Reichardt: un anti-noir in generale, un anti-heast movie nella parte centrale, un anti-road movie sul finale. La Reichardt si dimostra come la miglior regista donna al mondo, molto probabilmente, capace di destrutturare ogni genere possibile e immaginabile da oltre vent’anni a questa parte, iniziando con il noir e passando per il western. Un Josh O’Connor che lavora per sottrazione è qui un padre di famiglia che decide di mettere in atto una rapina in un museo cittadino, ma ovviamente le cose non vanno come previsto. Beffardo il finale.

18)“Father, Mother, Sister Brother” di Jim Jarmusch: premiato a sorpresa a Venezia con il Leone d’Oro (scelta strana se vediamo gli altri candidati, ma giusta se pensiamo alla carriera). Un film che rappresenta la poetica del regista al 100%. Un film diviso in tre episodi, ognuno per ogni membro della famiglia. Si parte con un mitico Tom Waits nei panni di un padre furfantello che riceve la visita dei suoi due figli, tra i quali spicca Adam Driver; il secondo episodio, “Mother”, vede l’annuale riunione di famiglia tra una madre, una infinita Charlotte Rampling, e le sue due (diverse) figlie, interpretate da Cate Blanchett e Vicky Kriepes. L’ultimo episodio, il migliore, vede due fratelli raggiungere, a Parigi, la casa ormai abbandonata dei due genitori scomparsi in un incidente aereo, e rimuginare nei ricordi. Il file rouge che accomuna questi tre episodi è soltanto un orologio che compare ciclicamente. Delicato e poetico come solo il cinema di Jarmusch può essere.

17)“Kontinental ‘25” di Radu Jude: il regista rumeno è uno dei migliori in circolazione, ma anche un provocatore … e anche questa volta la “tocca piano”, andando ad omaggiare “Europa 51” di Rossellini, con una storia che vede una ufficiale giudiziaria rumena alle prese coi sensi di colpa dopo che un barbone si è suicidato proprio nello scantinato di una casa da demolire. Ma il tutto filtrato con l’umorismo di Jude, ovvero politicamente scorretto e visionario allo stesso tempo.

16)“Magellan” di Lav Diaz: lui è un regista filippino maestro dello slow-cinema, che realizza tantissimi film dalla durata minima, nelle migliori delle ipotesi, di oltre quattro ore. Questo film, invece, si ferma solo a due ore e quaranta, ed è già strano; poi, è il suo primo film storico-biografico, andando a raffigurare la figura di Ferdinando Magellano, l’esploratore e navigatore portoghese. Si discosta, dunque, dal suo classico cinema sociale, capace di indagare le contraddizioni della società filippina. Il famoso attore spagnolo Gael Garcia Bernal è un Magellano autoritario, pronto ad evangelizzare e punire chi si oppone alla corona portoghese, ma anche fragile poiché sua moglie, lontana, è prossima al parto. Inquadrature fisse, ricostruzione storica verosimile, simile a un teletrasporto, molta crudezza. Epico.

15)“Frankenstein” di Guillermo Del Toro: il discusso film di Del Toro è in realtà un ottimo film, anche se preferisce attuare parecchie modifiche dall’opera originale di Mary Shelley, come quella di umanizzare il mostro (scelta tipicamente deltoriana). Secondo me, comunque, rispetta il messaggio e ne mantiene lo spirito. Perfetto dal punto di vista tecnico e di scenografie (gotiche), la trasposizione si avvale di un (truccatissimo) Jacob Elordi per il ruolo della creatura, davvero mostruoso, nel senso positivo del termine. Su Netflix, purtroppo.  

14)“Mickey 17” di Bong Joon-Ho: tutti erano saliti sul carro quando Bong era il Re del mondo con “Parasite”, ma ora tutti sembrano essere scesi giù. Di certo non il sottoscritto, che ha amato moltissimo questo film di fantascienza. Un mitico Robert Pattinson è la cavia di un folle progetto che lo vede “ristampato” ogni volta che perde la vita in una pericolosa missione spaziale, nel viaggio che porta una navicella umana a colonizzare uno sperduto e desolante pianeta alieno. Questo spunto è il pretesto per mettere in ridicolo il genere umano tutto e, secondo me, è anche una trasposizione verosimile di ciò che accadrebbe se dovessimo colonizzare un pianeta alieno, se mai lo trovassimo. Antimperialista e animalista come ci si aspetta da questo mitico regista; divertentissimo, ma anche profondamente drammatico come solo questo grandioso cineasta sudcoreano è in grado di fare.

13)“Reflet Dans Un Diamant Mort” di Hélène Cattet & Bruno Forzati: il ritorno dell’anno! Dopo ben otto anni di estenuante attesa, il duo moglie-marito belga è tornato con un’altra opera visionaria che farebbe impallidire anche un Tarantino per le citazioni cinefili presenti al suo interno. I due sono dei mostri sacri nel tessere delle storie sperimentali e di genere, utilizzando un montaggio particolarissimo che rende unici questi lavori, facendoli assomigliare più a opere d’arte che a semplici film. In questo caso si omaggia Diabolik, i film di spionaggio di 007 e la cultura italo-francese degli anni ’60 e ’70. Questi due signori sono preziosi come … i diamanti!

12)“Alpha” di Julia Ducournau: questa giovanissima regista francese (classe ’83!) era stata capace di stupire il mondo con film acclamati come “Raw”, sul cannibalismo, e il delirio “Titane”, premiato con la Palma d’Oro. Torna a Cannes anche con questo film, ma ottiene poco o niente. Peccato, perché io lo trovo geniale. La storia di una bambina, Alpha, che vive in degli anni ’80 alternativi, dove la malattia dell’AIDS diventa un’assurda patologia che trasforma i contagiati in marmo. Clamorosa la scena in discoteca con lo zio, ancor di più con Nick Cave in sottofondo. Un film doloroso, traumatico, straziante come solo questa preziosa regista è capace di fare.

11)“Un Semplice Incidente” di Jafar Panahi: la Palma d’Oro di quest’anno è andata proprio a questo capolavoro, l’ennesimo nella sterminata filmografia dell’esperto regista iraniano, uno dei più premiati di ogni tempo. Ma anche uno dei più ostacolati dal regime iraniano, che lo ha addirittura arrestato per due anni e perennemente ostacolato. E, vedendo i suoi film, si capisce il perché. In questo caso, un uomo crede di aver trovato il suo vecchio famigerato torturatore dei tempi del carcere e decide di rapirlo, di punto in bianco, e nasconderlo nel suo furgoncino; poi, dopo aver trovato altri concittadini che hanno conosciuto il torturatore, tutti loro si uniscono per avere una vendetta perfetta, dopo aver stabilito la vera identità del rapito: si tratta del vero criminale o soltanto di una persona che gli assomiglia? Clamoroso tutto il film, sia chiaro, ma in particolare gli ultimi minuti che ricordano un po’ il “Bugonia” di cui vi parlerò tra qualche riga.

10)“The Ugly Stepisister” di Emilie Blichfeldt: geniale riadattamento della fiaba di “Cenerentola”, ma filtrata unicamente dal punto di vista della sorellastra “brutta”. Un film che unisce il mondo fiabesco all’horror, ma filtrato in un’ottima femminista intelligente, perché mostra gli umani per ciò che sono, che si tratti di maschi o femmine. Alcune scene – quelle della trasformazione estetica della sorellastra da brutta a bella - sono tra le più disturbanti dell’anno, ve lo assicuro! Quasi riescono a far impallidire un Maestro del body horror Cronenberg. Regista norvegese giovanissima (1991!!!) da tenere d’occhio.

9)“La trama fenicia” di Wes Anderson: <<Wes Anderson fa film tutti uguali>>, decanta il cinefilo medio. Perché non dire la stessa cosa di Pasolini, Kubrick, Kaurismaki? Perché ora che Anderson non va più di moda è giusto criticarlo, smascherando coloro che lo avevano acclamato solo per salire sul carro dei vincitori! Comunque, tornando a noi, il film è eccellente e brilla sotto ogni aspetto tecnico e intrattiene e diverte tantissimo, come al solito.

8) “Marty Supreme” di Josh Sadfie: l’altro Safdie, probabilmente quello più bravo, dirige un film divertentissimo senza un attimo di respiro, che è adrenalina pura, con un grandissimo Thimotee Chalamet nei panni di un giocatore di tennistavolo realmente esistito. Ne ho parlato decisamente meglio qui sul blog: adieu au cinéma: MARTY SUPREME - ELEGIA DEL SOGNO AMERICANO?

7)“La voce di Hind Rajab” di Kawtar Ibn Haniyya: ho avuto la fortuna di vederlo al cinema, perché sul grande schermo l’angoscia e la tensione è ancora più profonda. Tante emozioni dolorose suscita questo film, tratto da una storia vera, avvenuta a Gaza, Palestina, e che ha visto una bambina intrappolata in una macchina, circondata dall’esercito sionista, chiedere aiuto alla Mezzaluna Rossa tramite soltanto un cellulare. Importantissima testimonianza di ciò che è stato, e di ciò che sta avvenendo tutt’ora. Ne parlo un po’ meglio qui:

6)“L’Agente Segreto” di Kleber Mendonca Filho: il cinema brasiliano è ai suoi massimi e questo film visionario, grottesco, surrealista, ambientato durante la Dittatura Militare ne è la prova. Ho provato a sviscerarlo in ogni suo aspetto in una recensione che potete leggere qui sul blog: adieu au cinéma: L'AGENTE SEGRETO - IL FILM BRASILIANO PROTAGONISTA AI PROSSIMI PREMI OSCAR

5)“Eddington” di Ari Aster: uno dei film più politici dell’anno, diretto da un piccolo mostro del cinema contemporaneo; un film sull’America di oggi, all’alba di una Guerra Civile, divisa in due nette fazioni, qui rappresentate dallo sceriffo di Eddington (un monumentale Joaquin Phoenix) e dal suo sindaco, il tutto ambientato ai tempi del Covid, quando le divergenze si sono accentuate. Film scomodo e boicottato più o meno da tutti. Eppure, parleremo di un film visionario, in futuro. Qui per saperne di più:

4)“No Other Choice” di Park Chan-Wook: remake del film francese “Cacciatore di teste” del 2005. Qui siamo, invece, in Corea del Sud, dove perdere il lavoro equivale a perdere la dignità, ed è quello che accade al nostro protagonista, un padre di famiglia, che ha lavorato per tutta la vita nel settore della carta. Allora, per trovare un nuovo lavoro e sgominare la concorrenza, mette su un intricato piano per far fuori – fisicamente – gli altri candidati migliori. Riuscirà, lui uomo inetto, ad essere spietato come un killer? Girato divinamente e recitato superbamente, questo film è un prezioso affresco della società capitalista dove o si mangia o si viene mangiati, in un infernale mondo dove pare non ci sia <<altra scelta>> che vivere così.

3)“Bugonia” di Yorgos Lanthimos: visionario e folle remake del film sudcoreano “Save the Green Planet” del 2003. Processo inverso del film menzionato prima, qui portato in occidente, con il classico umorismo nero, nerissimo, del regista greco. Due cugini complottisti rapiscono una CEO (immensa come sempre Emma Stone) convinti che sia un alieno che agisca ai danni dell’umanità. Avranno preso una cantonata colossale o c’è un fondo di verità? Un gioco psicologico al massacro, clamoroso, che esplode in una parte finale molto amara ma geniale. Ne ho parlato meglio qui, per chi volesse:

2)“Una Battaglia Dopo L’altra” di Paul Thomas Anderson: se PTA decide di tornare dopo quattro anni, vuoi o non vuoi, non può che finire sul podio e, se non fosse per la follia del prossimo film, sarebbe anche primo. Una storia memorabile, cruda e spietata sull’America di oggi. Regia e colonna sonora a livelli impensabili, ma pure il comparto attori (Leo DiCaprio, Sean Penn, Chase Infiniti, Benicio Del Toro) è in stato di grazia. Un altro miracolo di PTA, ma ne ho parlato in maniera esaustiva qui:

1)“Dracula” di Radu Jude: e al primo posto ci va il film che forse attendevo di più, dalla mente di quel genio rumeno di Jude, al secondo film in un anno, e anche perché è il primo film rumeno a parlare esplicitamente della figura ormai <<pop>> del Conte Dracula. Questo Dracula qui, però, fa parte di una serie di 14 diversi episodi dove, per di più, si usa una intelligenza artificiale che definire trash è dir poco, per ironizzare sulla società del regista, come al suo solito. Geniale, esilarante, ipnotico. Ne parlo ancora meglio qui: ‎‘Dracula’ review by riccardogalasso • Letterboxd

CONSIDERAZIONI:

Questa classifica è da prendere come un gioco, il pretesto per consigliare diversi titoli. È una classifica incompleta, sbagliata, soggettiva. Il 2025 è stato un anno notevole dal punto di vista della qualità generale e delle proposte, con diversi ritorni clamorosi di registi e attori inattivi da tempo. Le prime venti posizioni sono tutte occupate da grandissimi film, intercambiali tra di loro. A metà classifica, comunque, ho messo due film apprezzatissimi come “Sinners” e “Weapons”, il che suggerisce comunque l’alta qualità generale. Purtroppo, a causa delle tardive uscite italiane, sono assenti numerosi titoli interessanti. Per esempio, “Resurrection” di Bi Gan sono sicuro sarebbe entrato addirittura in top 10. Ancora, non ho potuto vedere film attesi e acclamati come: “Sentimental Value” e “Hamnet”. Poi, ho aspettato fino a febbraio, il più possibile, per pubblicare questa classifica per inserire più film possibile usciti a livello internazionale nel 2025 e non, come hanno fatto moltissimi, quasi tutti, inserendo film che sono usciti per lo più nel 2024, ma che abbiamo visto in Italia sono l’anno dopo.

Su letterboxd, però, continuerò ad aggiornarla il più possibile, nella sezione “liste”, ogni volta che vedrò un film del 2025.

lunedì 16 febbraio 2026

IN MEMORIAM FEDERICO FRUSCIANTE (1973-2026)

Se oggi sono il cinefilo che conoscete, che ha questo piccolo blog e che è più o meno bravo ad analizzare i film, ebbene questo lo devo tutto, o quasi, a Federico Frusciante. Questo piccolo post è per far sapere anche a voi chi è stata questa persona e per rendere omaggio, nel mio piccolo, al suo immenso lavoro di critico cinematografico.

Federico è nato a Pontedera il 28 agosto del 1973, ma per tutta la vita è stato un livornese doc. Sul finire degli anni ’90 ha aperto con un socio la storica videoteca di Livorno “Videodrome”, in omaggio al Maestro del body-horror David Cronenberg, situata in Via Magenta, 85, un indirizzo che i fan ricordano come quello di casa loro. (Con ambulanza annessa). Infatti, nel corso degli anni, a seguito della popolarità di Frusciante, la gigantesca videoteca è stata una vera e propria meta di pellegrinaggio da parte di fan provenienti da ogni parte d’Italia.

Scoperto e lanciato dal collettivo artistico di Livorno dei “Licaoni” nel 2011 sul loro canale YT, Federico Frusciante ha finalmente fatto il suo debutto personale nell’ottobre del 2014, girando i suoi video proprio in videoteca. Grazie alla sua parlantina, alla sua voce profonda marchiata dal tipico accento livornese, alle sue idee, ironia e competenza, è presto diventato uno youtuber di successo, oltre che di culto. Federico non aveva peli sulla lingua, diceva quello che pensava e soltanto quello in cui credeva, non aveva mai un copione davanti, ed è questo che lo ha reso popolare e che lo ha fatto amare da migliaia di ragazzi, come del resto il sottoscritto. È stato il critico più punk di sempre. Federico non aveva studiato, non aveva titoli di studio, non si definiva un critico nel senso professionale del termine, ma era senza ombra di dubbio più interessante del 90% degli ampollosi critici professionisti in circolazione … semplicemente perché aveva centrato il punto, a differenza di tutti gli altri. Federico s’era fatto da sé, aveva studiato per conto suo, aveva raggiunto una cultura IMMENSA e strabordante, invidiabile, e col tempo si era migliorato fino ad avere un suo metodo scientifico di approccio per le analisi che doveva realizzare (parallelo a quello di “pancia” che pur sempre manteneva).

La videoteca, alla fine, si è dovuta arrendere solo al digitale, alle maledette piattaforme streaming, al covid, e ad internet stesso che permette di guardare gratuitamente, in modi di certo non leciti, qualsiasi film con un semplice click. Videodrome ha dunque chiuso i battenti nel settembre del 2022. È stato perciò definito all’unanimità come l’ultimo dei videotecari italiani.

Nonostante ciò, da quel momento in poi, Federico ha saputo concentrarsi ancor di più sulla sua attività di divulgazione su Youtube, aprendo un canale di donazioni Patreon e caricando anche diversi video al giorno! Grazie al suo lavoro, sono stati riscoperti registi importantissimi come Mario Bava e Lucio Fulci, i suoi preferiti. Il suo canale è cresciuto in maniera esponenziale e ad oggi conta la bellezza di 112.000 iscritti e oltre cinquemila video caricati. Indimenticabili le sue rubriche come le lunghe monografie dedicate a centinaia di registi diversi, il meglio e peggio dei film di ogni singolo anno (l’ultimissimo, caricato proprio a gennaio, aveva raggiunto le 21 ore di durata!!!), i Classici e i Preferiti del mese …

Grazie a questo suo lavoro, Federico ha potuto intervistare diversi suoi idoli, come i registi George A. Romero, Dario Argento e Joe Dante, tra gli altri.

Federico sosteneva che il cinema È politica, sempre e comunque. Ogni film veicola una idea ed è propaganda di un messaggio, positivo o negativo che sia. Federico non si vergognava mai di dire, anzi di urlare, di essere comunista. Ricordo che si era perfino candidato con Potere al Popolo, una volta, per delle elezioni a Livorno. Analizzava spesso, dunque, i film da un punto di vista politico, anche in chiave marxista. E questo aspetto, per forza di cose, me lo ha reso fin da subito simpatico, quando l’ho scoperto per caso tra il 2017 e il 2018.

Più del cinema, però, Federico amava la musica a tutto tondo, dal rock al jazz, ma in particolar modo il punk-rock e il post-punk. E ha sempre portato questa sua passione sui suoi profili social tramite il post quotidiano sul “disco del giorno” e ovviamente anche sul canale Youtube. Grazie a lui ho affinato i miei gusti sul rock e ho scoperto band storiche come i “Pere Ubu” o i “Tuxedomoon” che altrimenti nessun altro mi avrebbe mai fatto scoprire. Ha perfino suonato in un gruppo dalle sonorità post-punk, i Superficie213, curando le parti synth e della batteria. Leggendaria la sua collezione di dvd, blu-ray e dischi che aveva in casa.

Ma ancor più del cinema e della musica, Federico amava sua moglie Eleonora, la donna della sua vita e la sua migliore amica, che non smetteva mai di ringraziare alla fine di ogni suo video, e che lo spronava anche semplicemente ad affrontare la vita di tutti i giorni. Le mie più sentite condoglianze vanno soprattutto a lei, oltre che ai genitori di lui, alla sorella, ai nipoti e al resto della famiglia e gli amici storici, passati anche nel suo canale.

Nel 2024, poi, aveva fondato - insieme agli altrettanto mitici colleghi Mr. Marra, Victorlaszlo88 e al critico professionista Francesco Alò - il collettivo “Criticoni”, che organizzava eventi in tutta Italia presso cinema e teatri per vedere un film del momento e poi discuterne apertamente con il pubblico.

Capite bene che la perdita del Frusciante è un vero e proprio dramma senza precedenti per la cultura italiana in primis, perché era una persona capace di smuovere migliaia di persone e mandarle in sala, farle ragionare, scambiare idee …

Questa perdita, avvenuta di punto in bianco, ci lascia smarriti, senza un punto di riferimento, sconvolti. Alla notizia della sua scomparsa migliaia e migliaia di persone si sono riversate sui suoi profili social per lasciare un commento sentito o un semplice messaggio di cordoglio. Paradossalmente, capitemi, è stato bellissimo e commovente al medesimo tempo vedere un così infinito e sterminato affetto da parte di persone che, magari, lo hanno conosciuto anche solo una volta o addirittura mai, come il sottoscritto (rimpiangerò per sempre di non averlo mai incontrato dal vivo).  

Adesso non so cosa accadrà al suo canale, se verranno caricati quei video che magari aveva girato ma che non ha avuto il tempo di inserire; non so se il canale resterà aperto o verrà cancellato (anche se non credo proprio, altrimenti sarebbe tutto vano). So soltanto che Youtube Italia non sarà più come prima. Se non dovessero essere aggiunti nuovi video, allora l’ultimo sarebbe la minirecensione del meraviglioso e profetico film “Martyrs”; video che termina con la parola <<magnifico>>, proprio come il lavoro svolto da Federico.

Non so nemmeno cosa accadrà ai Criticoni, ovvero se proseguiranno insieme questo importantissimo progetto oppure no. Sapere che il Frusciante non farà più parte di quel supergruppo ricorda un po’ i Doors quando sono rimasti di punto in bianco senza Jim Morrison. Spero proprio che avranno la forza di continuare, tra qualche tempo, per onorare il lavoro e la memoria di Federico. E sono certo che lui vorrebbe proprio questo, soprattutto per coinvolgere e smuovere i giovani, come detto, prima che nel nostro paese il cinema (inteso come esperienza collettiva in sala) muoia definitivamente.  

<<Il mondo è bello perché è vario … ma io lo vorrei un po’ meno vario e un po’ più simile a me>>

Boia deh, grazie di tutto Federico e soprattutto grazie per avermi reso il cinefilo che sono oggi …



giovedì 12 febbraio 2026

MARTY SUPREME - ELEGIA DEL SOGNO AMERICANO?

Marty è un sognatore, hanno scritto tutti. Sì, è vero, ma in parte.                                                     Marty è anche un egoista, egocentrico, narcisista, truffatore, bugiardo patologico, scaltro, manipolatore, ladro, abile, agile, arrapato, sfrenato, irritante, politicamente scorretto. Non è il classico personaggio positivo, non del tutto. È un protagonista scomodo e spesso irritante - rappresenta senza ombra di dubbio gli  Stati Uniti d'America, un paese dal doppio volto. Marty non è altro che un ragazzino brufoloso che ha un unico e solo obiettivo, diventare il miglior giocatore di tennis tavolo del mondo…semplicemente perché è convinto di esserlo già! Deve solo dimostrarlo. Dunque partecipa al campionato del mondo, che si svolge a Londra, anno 1952. Ma le cose non vanno come previsto, perché in finale si imbatte in tale Koto Endō, che lo strapazza. Stacco, spezzone di un cinegiornale giapponese in bianco e nero (trovata geniale) dove scopriamo il perché della bravura di Koto … che non vi rivelerò! 

Marty Supreme è un film ambientato negli anni ‘50, ma che gioca molto con gli stereotipi degli anni ‘80 e le situazioni action-grottesche del cinema contemporaneo.                                                             Marty insegue l’American Dream, il Self-Made Man, vuole essere qualcuno che entri a far parte della Storia. È anche imprenditore: vuole creare una pallina arancione, colorata, perché quella bianca, a detta sua, si confonde con tutto il resto; non solo, vuole vestire elegantemente di bianco come facevano i tennisti, e non di nero (ho adorato, da cultore del tennis, la citazione al Padrino del tennis moderno, Jack Kramer, che in quel periodo era il più forte di tutti).                                                                                Un omaggio, o una critica, a molti film degli anni ‘80, non altro che pura propaganda utile al regime di Reagan.

Marty, come si è detto fin dal tagline del film, è un sognatore, <<sogna in grande>>, un aspetto che lo accomuna curiosamente al personaggio di Willy Wonka sempre interpretato da Chalamet soltanto due anni fa, che sognava, anzi aveva l’unico scopo nella sua vita, di diventare il più grande pasticcere sulla faccia della terra. 

E poi c’è lei, la colonna sonora, che è interamente a base di synth. In perfetto stile anni ‘80. Le poche parti di coro sono state cantate addirittura dalla mitica cantautrice art rock Weyes Blood, cosa che ho scoperto di recente. Anche le canzono non originali sono quelle che hanno fatto grande la musica pop degli 80s. In ogni caso, abbiamo un’altra grande colonna sonora di un anno cinematografico, il 2025, pieno zeppo di colonne sonore indimenticabili; penso a quella di “Una Battaglia dopo l’altra” o “Bugonia” o ancora agli archi di "No Other Choice". Questa qui presa singolarmente forse non è a quei livelli, ed è anche vero che, come hanno scritto molti, i pezzi ricordano le suonerie di un cellulare, ma nell’insieme, abbinata alle scene e alle immagini del film, è semplicemente clamorosa, adrenalina pura! Tutto il sonoro è parte integrante della pellicola, dagli spari ai dialoghi urlati. 

Josh Safdie, il regista del film, si conferma anche un grande direttore di attori (anche il fratello Benny lo è, basti pensare alle prove di The Rock ed Emily Blunt nel suo film, “The Smashing Machine”, anche se nettamente inferiore nel suo insieme) dopo aver confermato la reale bravura di Robert Pattinson in “Good Time” e aver fatto finalmente recitare al massimo delle sue potenzialità Adam Sendler nel bellissimo “Diamanti Grezzi”; per questo film Timothée Chalamet è un perfetto Marty Mauser, la figura ispirata a Marty Reisman, vero campione di ping pong statunitense nel 1958-60 e anche giocatore d’azzardo che sosteneva proprio che i grandi giocatori di ping pong dovessero avere l’arguzia e il sangue freddo degli scommettitori. Josh Safdie si dimostra come il fratello talentoso dei due, andando a ricreare perfettamente le atmosfere marce e il ritmo forsennato, soprattutto nelle scene da “tutto in una notte”, dei suoi/loro lavori precedenti. 

Gwyneth Paltrow è perfetta nell’interpretare Kay Stone, l’ex Diva del cinema degli anni ‘30 caduta nel dimenticatoio e che diventerà l’amante di Marty. Il protagonista la seduce soltanto per il gusto della conquista, dato che non sapeva nemmeno chi fosse. Milton Rockwell, l’antagonista del film, è interpretato dal magnate filo-trumpiano Terrence O’Leary, con un patrimonio stimato attorno ai 400 milioni di dollari. È curioso il fatto che interpreti un po’ se stesso, ed è bravissimo a farlo, dato che sembra un attore navigato e non soltanto un personaggio pubblico. Per uno strano scherzo del destino, questo personaggio, nella finzione narrativa, è anche il marito dell’attrice Kay Stone e Marty sfrutterà questa coincidenza per convincere Rockwell ad investire sul tennistavolo in un momento dove questo sport negli USA non era nemmeno preso in considerazione (a stento avevano un circolo dove poter giocare, a New York…almeno nella finzione del film, s’intende). Una delle scene che più ho preferito è quella dell’umiliazione di Marty da parte del magnate, di fronte agli amici di lui, che, per vendicarsi dell’insolenza del nostro, arriva a sculacciarlo con una racchetta, con ambo i suoi lati, quello di legno e quello di gomma. Una scena del tutto credibile e veritiera, anche alla luce di ciò che stiamo leggendo questi giorni con gli “Epstein Files”. I ricchi possono tutto, ai danni dell’ultimo, anche umiliarlo fisicamente, e questo nella migliore delle ipotesi.

Menzioni d’onore vanno elargite anche per Odessa A’zion, la ragazza del nostro, e il rapper Tyler, The Creator, che supera la prova e interpreta alla grande l’amico di colore di Marty, Wally. Infine, Abel Ferrara, uno dei migliori registi americani di sempre ("Il cattivo tenente", "King of New York", "The Addiction"), interpreta un gangster da quattro soldi (onestamente non fa molta paura, tanto è ossessionato dal suo cane) protagonista di un paio di scene assurde e fuori di testa, come quella della vasca e quella della sparatoria (forse la più prevedibile del film, però). 

Josh Sadfie riprende alla lettera le tematiche già utilizzate nei film diretti con suo fratello Benny e, come ho già detto, anche il ritmo forsennato, senza tregua (che lo accomuna anche a un altro grandissimo film del 2025, "Una battaglia dopo l'altra"), dove il protagonista è sempre sotto minaccia esterna, costretto a fuggire, a correre (letteralmente) per salvare la pelle e dove ha un disperato bisogno di soldi (per sopravvivere, come nel caso di "Diamanti Grezzi" o per coltivare il sogno, come in questo caso). Già, i soldi. I maledetti soldi, l'anima del capitalismo; interessante la scena dove il magnate minaccia Marty, arrivando a dirgli in faccia, non si sa se per goliardia oppure no, di essere un vampiro nato nel 1601, che ha già avuto a che fare nel corso della sua lunghissima vita con altri Marty Mauser, e che sono stati tutti distrutti, quando si sono ribellati. Come ha fatto notare un utente sui social, il 1601 potrebbe non essere un anno casuale perché la Compagnia delle Indie Orientali è stata fondata proprio il 31/12/1600 e poche settimane dopo, dunque nel 1601, è divenuta operativa, andando ad aprire le porte al Capitalismo moderno. Sarebbe un bel simbolismo, davvero intelligente, se confermato.  

Due aneddoti: Chalamet, prossimo alla vittoria agli Oscar 2026 come miglior attore (sarà testa a testa con DiCaprio), ha preso lezioni di ping pong per circa 6 anni per soli 15 minuti di scene con questo sport, che oltretutto, per quanto mi riguarda, non sono il punto di forza del film, che sembra avere più ritmo nelle scene normali che in quelle sportive. C'è addirittura una scena di gioco, ad inizio del film, che sfida addirittura le leggi della fisica, ma che nel contesto di un film così grottesco e sopra le righe non sfigura. Il secondo, che riguarda il reparto trucco, è il fatto che la Paltrow ha creduto che la cicatrice sulla guancia di Marty fosse vera, e non semplice trucco! Un lavoro incredibile, dunque, anche perché il trucco ingannerà perfino lo spettatore, per esempio con il trucco applicato al personaggio di Rachel. 

Una breve menzione per la scena di apertura e di chiusura del film (potrebbero esserci tracce di spoiler): 

stupendi i titoli di testa, con i dettagli scientifici di un concepimento, che sì avevamo già visto nel corso della storia del cinema, ma con l’aggiunta della trovata di tramutare l’ovulo della donna in una pallina da ping pong in piena azione di gioco, con in sottofondo la mitica "Forever Young" degli Alphaville. 

Il finale, che ricorda un po’ quello di “Chiamami col tuo nome”, con Chalamet sempre protagonista, è ambivalente, secondo me - perché Marty si comporta così? Per gioia o per essersi reso conto che i suoi sogni finiscono lì, che adesso c’è la “vita vera” da affrontare?

lunedì 9 febbraio 2026

L'AGENTE SEGRETO - IL FILM BRASILIANO PROTAGONISTA AI PROSSIMI PREMI OSCAR

Dopo il successo dello scorso anno del film di Walter Salles “Io sono ancora qui”, il cinema brasiliano, che sta vivendo un nuovo periodo d’oro dopo i primi anni duemila (“Central do Brasil”, 1998, City of God”, 2002), ci sforna un altro capolavoro con questo “L’Agente Segreto”; un’altra epopea ambientata, ancora una volta, durante la Dittatura Militare, più precisamente nel 1977. 

Il film, infatti, si apre con la scritta “La nostra storia si svolge nel Brasile del 1977, un’epoca piena di bizzarrie”. Da qui in poi si dipana una storia grottesca, dura, che fa dell’umorismo nero e dell’impegno politico i suoi punti di forza. Bisogna credere alle stramberie che vediamo, altrimenti non si può godere di quest’opera già immensa. Bisogna entrare nell’ottica surrealista di una vicenda verosimile al medesimo tempo. E la prima di queste stranezze si trova proprio nella scena di apertura, degna dei migliori western di Sergio Leone. Una pompa di benzina, un cadavere coperto soltanto da un cartone buttato sopra, e un maggiolino giallo che arriva, guidato da colui che sarà il protagonista del film, Armando. L’uomo che lo serve alla stazione gli dice che il corpo è lì da giorni e che la polizia non ha fatto nulla poiché occupata col carnevale. Appena nominata, la polizia compare come per magia. Il dettaglio fugace di una macchia di sangue sulla camicia di uno dei due poliziotti è emblematico; la richiesta di una mancia, dopo una ispezione alla macchina del nostro, altrettanto. Della polizia non ci si può fidare! 

TRAMA: 

diamo anche un accenno alla trama. Armando sta fuggendo dal temibile uomo d’affari, Ghirotti, che lo vuole morto dopo una diatriba avvenuta anni prima, quando Armando era ricercatore e inventore presso il suo reparto in un’università. Da quel litigio, di cui apprendiamo tramite un flashback, comprendiamo le differenze di ricchezza tra Nord e Sud, un po’ come qui in Italia, ma rovesciate dal punto di vista geografico. Perciò, l’uomo si nasconde in una sorta di comune per rifugiati politici gestita da Dona Sebastiana, una simpatica vecchietta, che gli dà a disposizione un appartamento con gatto siamese annesso. Armando ha un figlio piccolo, ossessionato dal film di Spielberg “Lo Squalo”, avuto da Fátima, la donna della sua vita, purtroppo morta dopo una febbre alta. In questa comune Armando stringe diverse amicizie con altre persone sulla sua stessa barca e ottiene un lavoro, sotto il falso nome di Marcelo, in un ex archivio ora divenuto commissariato. Ironico il fatto che lavori, dunque, per un altro uomo pericoloso come Euclides e i suoi due figli-scagnozzi, che formano quasi una triade fascista. Armando, per ottenere dei passaporti al fine di lasciare il paese con il figlio, confessa la sua storia a una sorta di volontari di un programma di protezione testimoni. Proprio in quel momento, però, scopre che due killer sono sulle sue tracce. 

COLPO DI GENIO: 

ciò che differenzia maggiormente questo film da “Io sono ancora qui” è il fatto che quello fosse una epopea familiare tutto sommato lineare, raccontato dal punto di vista della madre e dei figli; questo qui, invece, ha il colpo di genio di essere narrato dal punto di vista di una delle due ragazze che stanno ascoltando delle vecchie cassette con le confessioni di Armando e di altri personaggi della storia, andando a creare una storia di vero/non vero davvero geniale e interessante. Il film, dunque, parla anche di memoria, ricerca, della storia di un paese intero e della difficoltà di ricostruire la verità, soprattutto per gli storici. Emblematico il fatto che ad occuparsene siano dei giovani, per di più ostacolati dai più grandi, da chi ha vissuto quel periodo (come intuiamo da un dialogo finale). Un’altra differenza sostanziale è che il film del 2024 entra più a contatto con la dittatura militare vera e propria, mostrando la dura vita del carcere a quel tempo, mentre questo si focalizza più sull’anarchia a stampo mafioso che una dittatura può portare e sostenere, cibandosene. La dittatura militare è presente anche in questo caso, certo, ma è più una presenza offuscata, che ti osserva, proprio come il ritratto del Presidente Ernesto Geisel ripreso più volte con diversi zoom nel corso del film. 

PERSONAGGI: 

uno dei punti a favore del film, ma allo stesso tempo a sfavore, è la creazione di decine e decine di personaggi veramente memorabili. Ognuno poteva avere un film a sé. Un po’ come i personaggi memorabili dei film di Tarantino o dei fratelli Coen. Non esagero. Dai tre killer fino a Dona Sebastiana, passando per Alexandre e Hans, ognuno di essi ha una caratterizzazione fortissima e si vede come il regista abbia pensato a ogni dettaglio per rendere ognuno di questi personaggi il più epico possibile! 

SURREALISMO: 

questo lavoro è la cosa più vicina al cinema di Lynch che il Brasile ci abbia regalato da diverso tempo a questa parte. Dopo una introduzione quasi fiabesca, il surrealismo fa da padrone l’intera storia. Anzi, meglio chiamarlo “Realismo Magico”, visto che siamo in Sudamerica! Impossibile non menzionare la gamba umana mozzata trovata all’interno dello stomaco di uno squalo di un istituto di “Oceanografia”. (Espediente che giustifica la riproposizione del film di Spielberg, Lo Squalo, nei cinema). Mi ha ricordato molto l’orecchio mozzato e in decomposizione di “Velluto Blu”. A nessuno interessa l’appartenenza di questo arto, a partire dalla studiosa, che è interessata soltanto a preservare l’animale. Che poi, se si nota bene, la gamba potrebbe appartenere a uno studente disperso da tempo, come notano svogliatamente i due killer Bobbi e Augusto. Da quel momento in poi i media brasiliani creeranno un vero e proprio mito sulla <<Gamba Pelosa>>, che una notte colpirà (letteralmente) perfino degli omosessuali in un parco della città! Un espediente che è del tutto realistico, perché in quegli anni, in Brasile, c'era davvero quella leggenda metropolitana, che ha addirittura portato ad una serie di libri per bambini! 

SIMBOLISMI: 

parecchi sono i simbolismi nel film, penso alle iconografie cattoliche, di cui il Brasile è pregno; il film ci gioca tanto e ironizza sul fatto che nei luoghi dove sono presenti, ad esempio come gli edifici pubblici, il messaggio di Gesù di <<fare del bene>> venga ignorato completamente, come ad esempio nella scena della finta deposizione della donna ricca colpevole della morte del figlioletto della sua domestica. Il Carnevale, menzionato fin dalla prima scena, può essere inteso o come oppio per il popolo, <<Panem et circenses>>, o come consolazione alternativa a dei momenti storicamente bui. Dona Sebastiana, poi, secondo me, rappresenta il Brasile: accogliente per tutti come una madre, o nonna, politicamente schierata, ma anche capace di alleggerire la tensione con la sua musica e i suoi colori. Emblematica la scena della serata in casa dove, in un momento profondamente malinconico, la vecchia esclama: <<Andiamo a cambiare questo clima, mettiamo della musica!>>. 

TECNICA: 

il film, molto pompato a livello mediatico, ha portato a casa già diversi premi importanti, come quello della miglior regia, la <<mise en scène>> al Festival di Cannes. Non che sia una esagerazione! La tecnica di Kebler è allucinante, piena zeppa di movimenti di macchina notevoli e inquadrature memorabili. Zoom e dettagli fanno il resto. Il montaggio è grandioso, capace di passare da una scena all’altra collegandosi meravigliosamente e con dissolvenze alla “Guerre Stellari” che creano ironia e mantengono alto il tono fiabesco del tutto. Ma una menzione speciale va al sonoro, che fa diventare il film anche molto percettivo. Il Brasile è anche caos e, grazie al fantastico sonoro, questo si percepisce, come nelle scene del carnevale o nella scena dell’inseguimento finale. La colonna sonora utilizza tantissime canzoni della musica popolare, mentre le composizioni principali sono dei pezzi al pianoforte molto malinconici. 

KLEBER MENDONÇA FILHO: 

a proposito di regia, in pochi, forse, conosceranno il nome del regista di questo film, dunque andiamo a scoprire meglio di chi si tratta. Classe 1968, questo cineasta ha esordito prima con “Neighboring Sounds” nel 2012, poi con il più noto “Aquarius” del 2016; ma è solo con “Bacurau”, 2019, che il suo nome si afferma nella cinematografia mondiale, passando per Cannes. Il film, acclamato, racconta della invasione neocoloniale da parte di un gruppo di ricchi bianchi mercenari ai danni della popolazione di un villaggio. Quel film era una fantastica follia esplosiva. “O Agente Secreto”, con la scena della sparatoria sul finale, riprende la follia splatter di quel film e la voglia di rendere trash un momento del genere, quasi dicendoci che la dittatura È ridicola alla base. Nel 2023 aveva poi diretto il documentario “Picture of ghosts”, che parlava della città di Recife e dei suoi cinema, aspetto che ritorna anche in questa sua ultima fatica. 

CITAZIONI: 

grazie al personaggio di Alexandre, il suocero del protagonista, che lavora come proiezionista in un cinema, vengono citati numerosi film, da “Lo Squalo” a “Omen-Il Presagio” (Armando sembra quasi segnato da una maledizione). Non manca la locandina di “Dona Flor e i suoi due mariti”, in questa storia che sembra scritta quasi da un Jorge Amado sotto acidi. Accanto, più in risalto, c’era quella di “Pasqualino Settebellezze”, in un film che ha anche molto di Italia al suo interno; l’agente segreto del titolo, poi, non è altro che quello di una celebre serie tv! 

CAST: 

Oltre che per il Miglior film Internazionale (che secondo me non vincerà, perché si trova di fronte “Sentimental Value”, candidato a 9 Oscar), il film è protagonista anche nella nuova categoria di Miglior Casting. Una candidatura più che meritata perché gli attori sono tutti perfetti e bravissimi. Wagner Moura, ovviamente, ruba un po’ la scena, interpretando addirittura un doppio ruolo. Già vincitore al Golden Globe come attore in un film drammatico, oltre che a Cannes, dubito però possa avere la meglio anche in questo caso, poiché Chalamet e DiCaprio sembrano più accreditati alla vittoria finale. Ovviamente questo non va a sminuire una prova dura, complessa, memorabile, dalle mille sfaccettature. Una menzione d’onore va al grande Udo Kier, storico attore di serie B, che qui è al suo ultimo ruolo, dato che è morto poco dopo le riprese. Nel film precedente del regista, “Bacurau”, era il cattivo, spietatissimo, in questo caso il suo minutaggio è ridotto, ma ciò non si percepisce affatto anche perché riesce a rendere la sua unica scena davvero memorabile, interpretando un ebreo scampato alla macchina della morte nazista, ma scambiato dai fascisti Euclides e figli, a causa della loro ignoranza, per un autentico soldato tedesco della WWII pieno zeppo di ferite. Vorrei chiudere questo post dedicandolo, nel mio piccolo, proprio a questo compianto, grandissimo attore. 

venerdì 23 gennaio 2026

CLASSIFICA DI 120 DISCHI DEL 2025 DAL PEGGIORE AL MIGLIORE

120) Addison Rae con “Addison”: questa giovane di 25 anni fa il pop come non lo intendo io, caotico e con testi banali, che inneggiano tutto ciò a cui non credo, non so se volutamente oppure no. Ma non m’interessa nemmeno saperlo.  

119) Gazzelle con “Indi”: non ce la faccio a sostenerlo proprio, questo tipo spicciolo di cantautorato indie (pop) italiano. Nonostante la voce del nostro riesca comunque a differenziarsi da molte altre.

118) Prima Stanza a Destra con “Amanda”: un brevissimo album per questo giovane, nuovo misterioso cantautore semi-sconosciuto dalla voce androgina. Canzoni indirizzate più per delle malinconiche ragazzine dal cuore infranto che ad un pubblico ampio.

117) TonyPitony con “TONYPITONY”: se preso come un gioco, questo album può risultare divertente da cantare a squarciagola con gli amici. Realisticamente parlando, invece, i testi politicamente scorretti colpiscono in parte, risultando spesso trash.

116) FKA Twigs con “Eusexua Afterglow”: seguito spirituale di un disco che troveremo fortunatamente più in alto; questo rimane decisamente più insipido, dalle buone sonorità, ma con nemmeno una canzone memorabile o degna di nota.  

115) Lady Gaga con “Mayhem”: una delle cantanti più sopravvalutate degli ultimi anni torna con un disco di pop estremamente orecchiabile e dalle canzoni quasi tutte uguali. È riuscito perfino a farmi arrabbiare perché, dopo tredici canzoni cantante dalla sola Germanotta, una rarità di questi tempi con dischi pieni zeppi di collaborazioni, l’ultima traccia è un duetto spocchioso con un randomico Bruno Mars.

114) Justin Bieber con “Swag”: lasciate da parte i pregiudizi che hanno sempre accompagnato questo ragazzo e provate ad ascoltare questo suo personale, intimo, nuovo disco (anche se alla lunga risulta stucchevole).

113) Imperial Triumphant con “Goldstar”: non un brutto disco, intendiamoci, ma viene suonato il metal come non lo intendo, né capisco, né digerisco. Peccato.

112) Yeule con “Evangelic Girl is a Gun”: acclamata artista da Singapore, con un breve disco pop dalle sonorità synth. Non male nel suo insieme, ma nessuna canzone resta memorabile, peccato.

111) Sophie Ellis-Bextor con “Perimenopop”: un bel disco dance-pop di vecchia scuola, d’altronde parliamo di una cantante dalla carriera quasi trentennale.

110) Taylor Swift con “The life of a Showgirl”: il mio primo approccio con la musica della cantante donna più famosa del mondo non è affatto catastrofico come temevo, anzi, diverse canzoni sono rimaste a lungo nella mia testa. Pop d’intrattenimento.

109) Sabrina Carpenter con “Man’s Best Friend”: anche con questo disco temevo il peggio; invece, mi ha colpito anche più del precedente. La Carpenter resta un personaggio costruito a tavolino, provocatorio solo in parte, ma dalla musica pop molto onesta e sempliciotta. Rimane anche più memorabile e simpatica della Swift!

108) Lucio Corsi con “Volevo essere un duro”: il fenomeno Lucio Corsi, punta di diamante dell’indie falsamente impegnato, e “solo” secondo al Festival di Sanremo di quest’anno, sforna un breve album di canzoni pop tutte orecchiabili e gradevoli, che fanno il verso a Renato Zero e Ivan Graziani. Forse Lucio, questa volta, non aveva molto da dire, data la scarna durata dell’album e delle canzoni in generale.

107) Rosalia con “Lux”: acclamato disco della giovane cantautrice spagnola, qui alle prese quasi con un concept sulle sante di vari paesi. Brava a scrivere testi interessanti e nel cimentarsi nel cantato in tantissime lingue diverse, dall’italiano (addirittura siciliano!) al cinese, passando per il francese; purtroppo, il disco rimane troppo lungo e spesso annoia.

106) Bad Bunny con “Debí tirar más fotos: uno dei dischi che ha fatto questo 2025. Non amando la musica di questo famosissimo rapper, non l’ho capito fino in fondo, ma ne ho apprezzato le influenze caraibiche e i ritornelli finalmente più memorabili del solito.

105) Cleopatrick con “Fake Moon”: catturato dalla copertina del disco, ho dato una chance a questo duo canadese. Purtroppo, il loro indie mi ha lasciato a bocca asciutta e indifferente.

104) Cleopatrick con “Scrap”: secondo disco in un anno di questo duo, leggermente meglio del sopracitato, ma nulla più.

103) Folk Bitch Trio con “Now Would Be a Good Time”: visto il titolo di questo trio tutto al femminile, mi aspettavo una musica ruggente; invece, mi sono trovato difronte un disco dalle sonorità fin troppo dolci. Spiazzante, di sicuro, ma non è certo un pregio in questo caso.

102) Tennis con “Face Down In The Garden”: l’ultimo album di questo duo composto da moglie e marito è un addio al loro progetto. La tragicità di questo momento si percepisce in parte, poiché il loro indie rock rimane fin troppo allegro e accessibile.

101) Neil Young con “Talkin to the trees”: un ormai decadente Neil Young, uno dei più grandi rocker di sempre, con un disco vecchio e assai poco memorabile, forse uno dei peggiori della sua lunghissima e longeva carriera. Per sua fortuna ha all’interno due o tre frecce ancora da scoccare. Lunga vita a Neil Young!

100) Jane Remover con “Revengesekeerz”: una delle punte di diamante dell’underground statunitense, con un hyperpop che a me risulta indigesto come poche altre cose al mondo. Per sua fortuna, l’immensa popolarità di questa musica smentisce i miei pareri errati.

99) Ear con “The Most Dear and the Future”: un breve EP di canzoni particolari, vorticosi, un synth da ascoltare con le cuffiette per percepire al meglio la circolarità del suono.

98) Miffle con “Goodbye, World!”: un disco molto breve con sonorità minimali e synth. Simpatica la copertina.

97) Noverte con “Life in Minor”: un piccolo EP di una band italiana di post-hardcore e dai testi urlati più che cantati.

96) The Mars Volta con “Lucro Sucio; los ojos del vacio”: i Mars Volta non saranno più il gruppo funky di una volta, ma la parte strumentale quasi psichedelica e tribale è perfetta, anche se il disco nel suo insieme non convince al 100%.

95) Anthony Szmierek con “Service Station At The End Of The Universe”: un disco di poetry-pop, ovvero spoken, parlato, con poche parti effettivamente cantate. Spesso ripetitivo, l’ho trovato tuttavia interessante.

94) Marco Castello con “Quaglia Sovversiva”: popolarità smisurata per questo giovane, nuovo cantautore italiano funky-folk di siracusa, con il suo terzo album. Un disco che ripete le sonorità del precedente, ma che convince più che altro per le parti in dialetto. Ah, se fosse stato tutto così …

93) Guided By Voices con “Universe Room”: questa band ha esordito addirittura nel 1983, e questo si nota soprattutto nella voce stanca e quasi provata del nostro cantante, Robert Pollard, giunto al quarantunesimo lavoro. Stanco, forse stanchissimo, ma resiliente.

92) Self Esteem con “A Complicated Woman”: un disco femminile molto personale, potente, che si divide quasi tra gospel e pop da cuffiette.

91) Joe Valence & Brae con “HYPERYOUTH”: il duo hip-hop sforna un disco sorprendente, perfetto persino per una serata in discoteca.

90) Mike con “Showbiz!”: disco di hip hop vecchia scuola, con molti campionamenti e influenze da generi diversi. Orecchiabile e godibile.

89) Tyler, The Creator con “Don’t Tap The Glass”: clamorosamente basso in questa classifica, ma dal rapper di “Igor” ci si aspetta sempre di più e non un album altalenante di soli 28 minuti. Peccato, forse doveva prendersi una piccola pausa dal precedente disco (dopotutto in classifica, ma molto più in alto, anche lo scorso anno).

88) Ninajirachi con “I Love My Computer”: musica elettronica memorabile. Un inno ai computer, alla tecnologica, ma orecchiabile per moltissimi fruitori.

87) The Callous Daoboys con “I Don’t Want See You In Heaven”: un metal di una band che, leggendo i commenti, è oggetto di meme. Non so perché, dato che il loro metal è influenzato da diverse sonorità pop e risulta tutto sommato gradevole.

86) L.S. Dunes con “Violet”: un bel disco di questa band post-hardcore e con tracce di emo, al ritorno sulle scene dopo tre anni. Particolare la voce del nostro, che potrà piacere oppure no.

85) I Cani con “Post Mortem”: I Cani tornano con un buon disco dai testi taglienti al punto giusto. Colpisce appunto più per le parole più che per la musica in sé.

84) Black Foxxes con “The Haar”: un disco oscuro, personale, sofferente. Un paio di canzoni estremamente memorabili, poi tanta atmosfera post-punk.

83) Steve Gunn con “Daylight Daylight”: una folk music molto dolce, sussurrata, come si faceva solo un tempo. Infatti, sembra un disco uscito negli anni ’70. Ma è un pregio.

82) Deafheaven con “Lonely People With Power”: acclamato disco di questa nota band post-metal, blackgaze, che torna finalmente dopo quattro anni di attesa. E lo fa alla grande. Si trova così in basso solo perché non sono fan del genere.

81) The Armed con “THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED”: un disco hardcore che picchia duro, dal primo all’ultimo istante. Assolutamente non per il grande pubblico.

80) Agricolutre con “Spiritual Sound”: un disco metal notevole, dalle atmosfere rarefatte, dark, oscure.

79) Arcade Fire con “Pink Elephant”: una delle band di alternative rock migliori degli anni duemila, ma in questo caso non convincono appieno - c’è qualcosa che non va. Probabilmente la delusione dell’anno.

78) The New Eves con “The New Eve Is Rising”: mi aspettavo un qualcosa di più da queste ragazze. Un disco non così aggressivo e graffiante come mi aspettavo. Ma tutto sommato riuscito.

77) Suede con “Antidepressants”: ah, ed eccoci con i mitici Suede, band storica del fenomeno Britpop, che torna dopo tre anni con un disco post-punk dalle sonorità oscure, a partire dalla copertina! Una lezione di rinnovamento per parecchie altre band.

76) The Hives con “The Hives Forever Forever The Hives”: parte in sordina, poi il rock, quasi pop-punk, esplode e il disco diventa finalmente memorabile e una boccata d’aria fresca di questi tempi, anche se la band in questione non ha di certo esordito l’altro ieri.

75) Tori Amos con “The Music of Tori and The Muses”: si tratta della colonna sonora di un libro per bambini. L’ho ascoltato perché la dea Tori va sempre e per sempre ascoltata, anche nei suoi lavori meno probabili.

74) Brian Ferry & Amelia Baratt con “Loose Talk”: immagino conosciate tutti Brian Ferry, ex storica voce dei Roxy Music … ecco, qui ha spiazzato un po’ chiunque, con un disco dove lui suona il piano e la Baratt fa spoken, narrando storie che forse solo un autoctono può capire. Un progetto assurdo per uno come Ferry, ma che proprio soltanto uno con il suo passato poteva pensare e avere il coraggio di realizzare nel 2025.

73) Poor Creature con “All Smiles Tonight”: con questo disco si viene catapultati in Irlanda, con un folk intimo e, appunto, molto … irlandese!

72) Alex G con “Headlights”: Alexander Giannascoli, classe ’93, è già una garanzia e questo è il suo decimo album in appena quattordici anni. Nonostante ciò, il chitarrista di Havertown è ancora capace di creare canzoni pop-rock perfettamente orecchiabili e godibili.

71) Van Morrison con “Remembering Now”: 80 anni e non sentirli per uno dei cantautori folk più importanti di sempre, che ha da sempre sfornato un album dopo l’altro. Il livello forse può variare, ma la qualità e la classe sfoggiata è pur sempre quella di un Maestro.

70) Robert Plant con “Saving Grace”: un altro grande vecchio della musica rock, l’ex frontman dei Led Zeppelin, torna con un disco interessante, che solo con la maturità poteva creare. Accompagnato dalla voce di Suzi Dian, i due cantano cover o canzoni tradizionali, compiendo così quasi un viaggio spirituale attraverso la storica musica folk e country statunitense.

69) Neil Young con “Coastal”: ancora il grande Neil Young con la colonna sonora omonima del film documentario uscito quest’anno su un suo tour. Ci sono molte canzoni storiche che fa sempre molto piacere ascoltare. Emozionante.

68) Caparezza con “Orbit Orbit”: l’atteso ritorno di Caparezza, uno dei nostri cantanti più intelligenti, con un concept dedicato allo spazio e ispirato dai fumetti che lo hanno cresciuto. Un Caparezza cosmico ci accompagna per un’ora in giro per lo spazio con il suo solito humor e testi intellettuali.

67) La Niña con “Furèsta”: questa è una delle più grandi speranze della musica italiana. Una giovane cantautrice napoletana che usa la folk music (no, non il neomelodico, ma la vera musica folk del Sud) per esprimere la sua poetica femminista. Sembra di ascoltare una strega ballare e cantare i suoi incantesimi e anatemi in un bosco. Folgorante. Aspettiamo con trepidazione un LP.

66) Miley Cyrus con “Something Beautiful”: una delle sorprese dell’anno. Un album sentito, personale, di rinascita, con tante canzoni che rimangono nella testa del fruitore. Un pop quasi vecchio stampo, finalmente.

65) Danny Brown con “Stardust”: un discreto disco di hip hop da uno dei suoi esponenti più celebri. Alcune collaborazioni davvero azzeccate, come quella nella traccia “The End”, con l’ipnotico ritornello cantato in ucraino da Ta Ukrainka.

64) FKA Twigs con “Eusexua”: disco molto interessante dalle sonorità techno, sperimentali, eppure pop e orecchiabile per chiunque. Questa giovane ragazza rimane una delle voci più interessanti del panorama mondiale e una artista a 360 gradi.

63) Oklou con “Choke Enough”: Marylou Vanina Mayniel, giovane ragazza francese, in arte Oklou, debutta con un album apprezzato dalla critica e anche dal sottoscritto. Un synth-pop molto personale fa da cornice a questo progetto. Le premesse ci sono tutte.

62) Mark Pritchard & Tom Yorke con “Tall Tales”: quando c’è di mezzo Yorke, il cantante dei Radiohead, allora si va sul sicuro. Sempre. Anche quando collabora con altri artisti.  

61) Emma Louise & Flume con “Dumb”: dopo l’EP con JPEGMAFIA sempre del 2025, Flume fa un’altra collaborazione. Lui alla parte elettronica, tale Emma al canto. Ne esce fuori un disco molto bello, un mix dalle sonorità dirompenti e dal cantato dolce. Da ascoltare!

60) The Weeknd con “Hurry Up Tomorrow”: un disco forse troppo lungo, ma che suona benissimo grazie alle sue atmosfere soffuse, un omaggio al synth anni ’80 ma con un tocco di futurismo, quasi fosse uscito dalle immagini di un “Blade Runner”.

59) Hailey Williams con “Ego Death At A Bachelorette Party”: la cantante dei Paramore in un disco solista di pop-rock molto gradevole, dai ritornelli orecchiabili e da cantare a voce alta, da soli o in compagnia.

58) The Waterboys con “Life, Death and Dennis Hopper”: un disco altalenante, troppo lungo, ma con almeno metà canzoni riuscite alla grande. Un country rock old style per questi veterani scozzesi che suonano dal 1983. Si avvale dei featuring di Bruce Springsteen, Fiona Apple e Steve Earle!

57) NewDad con “Altar”: il pop-rock come dovrebbe sempre essere.

56) Twenty One Pilots con “Breach”: il duo di Columbus con il suo rock potente, sfrenato, ma fruibile da chiunque. Leggermente lungo, comunque sa come colpire, soprattutto per quanto riguarda i singoli.

55) Saint Motel con “Afterglow”: seconda parte di un dittico memorabile per una band con la quale sono cresciuto e che trovo sempre molto sottovalutata. Ricordate la hit “My Type”? Sì, erano loro.  

54) Saint Motel con “Saint Motel & The Symphony in the Sky”: il pop come dovrebbe sempre suonare in un mondo ideale.

53) MacMiller con “Balloonerism”: il compianto rapper con il secondo album uscito postumo dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 2018. Livelli altissimi, canzoni malinconiche ma stupende. Quando si ha a che fare con questi lavori, però, sorge sempre il dubbio: l’artista avrebbe voluto davvero così l’album? E quanto la produzione avrà realmente influito nel risultato finale …

52) Ethel Cain con “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You”: la più grande speranza per la musica alternativa a stelle e strisce, con due album in un solo anno, con la quale si è consacrata più o meno a tutti. Dalla durata di oltre un’ora, è un viaggio slowcore intimo e oscuro, perfetto da ascoltare al buio, o in macchina.

51) Ethel Cain con “Perverts”: come poteva la Cain spingersi oltre? Ecco “Perverts”, un viaggio di un’ora e mezza tra drone music e cantautorato da ascoltare, questa volta, nelle campagne del gotico Sud statunitense.

50) Lebanon Hanover con “Asylum Lullabies”: il duo svizzero porta a testa alta la bandiera del rock gotico. Musica coraggiosa, di questi tempi.

49) The Zen Circus con “Il Male”: seppur lontani e diversi dai primi, irriverenti lavori, il gruppo di Pisa rimane uno dei migliori esempi in Italia di alternative rock. Parole mai banali e musica suonata alla grande, con massima passione.

48) Messa con “The Spin”: sembrerebbe in tutto e per tutto un disco internazionale, eppure si tratta di metal tutto made in Italy. Un disco quasi clamoroso che aggiunge a quel genere anche tocchi di jazz. “The Dress” è all’unanime uno dei pezzi migliori di tutto il 2025! Fossero tutte così visionarie le band italiane …

47) Park Jiha con “All Living Things”: la sudcorea non è soltanto K-POP, ma ci sono anche artisti del genere. Una donna polistrumentista, che ci delizia con la folk music tramite strumenti interamente tradizionali. La sua musica ricorda il suono degli uccelli nei verdi boschi coreani.

46) Rob Mazurek con “Nestor’s Nest”: il clarinettista Mazurek ci regala un disco caotico, immerso nelle atmosfere della natura, che mischia schegge jazz e noise.

45) Aya con “Hexed!”: pura energia, esplosione di sonorità elettroniche, hardcore, rock, in un calderone infernale e spiazzante.

44) Geese con “Getting Killed”: un art rock molto promettente, soprattutto per il futuro della musica, con la voce del nostro frontman fin troppo particolare, che la si ama o la si odia.

43) Mulatu Astakte con “Mulatu plays Mulatu”: l’ottantaduenne etiope con un disco jazz e di world music davvero bello, suonato come fosse un ragazzino.

42) Mac DeMarco con “Guitar”: il buon DeMarco non sbaglia mai, è una garanzia nella sua comfort zone di un album di soft rock da mezz’ora.

41) Mogwai con “The Bad Fire”: gli scozzesi Mogwai, ormai dei veri e propri veterani, con il loro emozionante post-rock quasi interamente strumentale. Suonato divinamente.

40) Patrick Watson con “Uh Oh”: un altro disco riuscito di questo raffinato cantautore canadese, che canta in inglese e in francese senza alcun problema, districandosi sempre alla grandissima.

39) Frankie Cosmos con “Different Talking”: artista molto dolce, suffusa, che canta il suo indie rock molto orecchiabile e intimo, quasi sussurrato. Sempre una garanzia, Frankie.

38) Billy Woods con “Williwog”: un disco di hip hop non facile, molto inquietante, con campionamenti dalle tinte horror, che arricchiscono un disco altrimenti “normale” e che invece lo innalzano a qualcosa di diverso dal solito.

37) Backxwash con “Only Dust Remains”: il giovane rapper zambo-canadese rimane uno dei più interessarti artisti del suo campo. Sempre vale la pena ascoltare ciò che ha da dire. La sua musica è spettacolare, tra tradizione e avanguardia.

36) Clipse con “Let God Sort Em Out”: un gangsta rap visionario, immersivo, perfetto per chiunque. Un rap vecchia scuola, ma che guarda anche al futuro. Promosso a pieni voti.

35) Shame con “Cutthroat”: questa giovane band del Sud di Londra cavalca l’onda del momento dalle loro parti, ovvero il post-punk. Quello che suonano è dunque il più classico post-punk revival, ma lo fanno benissimo, c’è poco da dire.

34) Deftones con “Private Music”: dopo cinque anni di pausa, il ritorno di questa band che produce un notevole disco di alternative metal che sfocia anche nella shoegaze, conferendo al tutto le giuste atmosfere.

33) Igorrr con “Amen”: l’artista polistrumentista francese Gautier Serre torna anche lui dopo cinque anni di pausa con un nuovo disco di black metal sperimentale, con influenze gotiche, suonato puntualmente, ma capace anche di emozionare. Una messa infernale.

32) Faetooth con “Labyrinthine”: uno dei dischi metal più belli, anzi, forse il più bello. Merita un ascolto da parte di tutti, anche da quelli meni avvezzi al genere.

31) Tame Impala con “Deadbeat”: Kevin Parker realizza un altro progetto solista di spessore, col suo solito synth preciso, chirurgico, capace di colpire chi ascolta e di scaldargli puntualmente il cuore.

30) Venturing con “Ghostholding”: questa ragazza non è altro che Jane Remover (vedi posizione 100) sotto falso nome; qui abbandona il suo amato hyperpop per concentrarsi su sonorità indie, emo, soft … già ve ne avevo parlato con l’EP uscito lo scorso anno; in questo 2025 amplia la durata del progetto, ovviamente, e ci regala un disco interessante e che esce dalla sua comfort zone.

29) Stereolab con “Instant Holograms On Metal Film”: dopo quindici anni di attesa, ecco il ritorno di questa storica band anglo-francese, con un disco di rock soffuso dalla durata di un’ora. Un’ora che passa velocemente e che vi farà sembrare di vivere un sogno o stare tra le nuvole.

28) Cate Le Bon con “Michelangelo Dying”: una sicurezza questa cantautrice gallese, che canta il suo personale folk come una mistica sacerdotessa.

27) Florence + The Machine con “Everydoby Scream”: il ritorno di Florence e della sua banda con la sua classica musica femminile, femminista, con cui lancia i suoi anatemi da strega. Altro lavoro imperdibile.

26) Glaive con “Y’all”: il giovanissimo Ash Blue Guitierrez, classe 2005 (!), è già al terzo disco in tre anni. La sua musica è un miscuglio perfetto tra hyperpop, indie rock e parti rap. Disco che ho amato a partire dalla copertina, il disegno di un calciatore con la maglia della Juventus!

25) Yung Lean con “Jonatan”: il rapper svedese ci regala un disco abbastanza bistrattato; io che ne capisco poco, per forza di cose, l’ho amato! Tracce di hip hop, certo, ma soprattutto tantissimo rock, art rock, indie, tracce di emo. Canzoni orecchiabili e memorabili. A me ha conquistato in pieno, sarò strano io.

24) P38 con “DITTATURA”: allora, questi ragazzi sono i soli in Italia capaci di scrivere testi veri, crudi, i più onesti e veritieri possibili, capaci come nessun altro di criticare, imbarazzare e mettere in mutande il sistema. E questo lo si nota con tutto quello che passano ogni volta con le autorità. In più mettiamoci una trap fatta con criterio e dal respiro internazionale e il più è fatto. Lunga vita ai compagni della P38!

23) Candelabro con “Deseo, carne y voluntad”: dal Perù arriva questa band che suona un rock leggero unito alla folk music. Il mix di generi e stili diversi funziona benissimo, regalando al pubblico un album indipendente emozionante, anche nella sua lunga durata.  

22) Gwenifer Raymond con “Last Night I Heard The Dog Star Bark”: la musica totalmente strumentale di questa ragazza che sembra ricalcare, con la sua chitarra, i passi di Sandy Bull.

21) Neil Young con “Oceanside Countryside”: dagli sterminati archivi di questo leggendario artista, ecco recuperato un altro lavoro composto nel 1977 a Malibu, subito dopo la registrazione di “Comes a time”. Il terzo album del 2025 di Young è decisamente quello più bello, non avendo nulla da invidiare ai lavori di quegli anni. Peccato sia stato scartato ai tempi, fortuna sia stato conservato per tutti questi anni. Riesumato.

20) Pulp con “More”: tornano clamorosamente dopo 24 anni i grandissimi Pulp, esponenti minori del Britpop, e lo fanno rinnovando le loro sonorità e regalandoci un pop moderno e anche perfetto da ballare.

19) Neptunian Maximalism con “Le Sacre Du Soleil Invancu”: la psichedelia è sana e salva grazie a questi ragazzi belgi che suonano musica pura e spirituale come nessun altro in giro per il mondo.

18) Model/Actriz con “Pirouette”: sembrano dei veterani, questi ragazzi che hanno all’attivo solo due dischi. La loro musica è difficile da raccontata, va ascoltata. Vi basta sapere che il loro è un dance-punk sperimentale e visionario.

17) U.S. Girls con “Scratch It”: il progetto solista di Meghan Remy mi aveva catturato già dal 2018. Seppur diversa da quei tempi, la sua musica è capace di emozionarmi, anche in questa nuova sua virata nel country più intimo.

16) Thee Headcotees con “Man-Trap”: il disco punk dell’anno. Un gruppo tutto al femminile che espone con rabbia la propria musica. Presente anche una cover di “Paint It, Black” degli Stones.

15) Maruja con “Pain to Power”: la sorpresa dell’anno. Da Manchester una band che picchia duro, muovendosi tra jazz, noise e rock. Un esperimento imperdibile e che ha colpito più meno tutti, vedendo quante volte è stato citato nelle svariate classifiche di fine anno. Mostruosi.

14) Wet Leg con “Moisturizer”: questa band, ma dove a cantare sono due ragazze, l’ho sempre amata. I loro singoli power pop sono elettrizzanti e potenti, una botta di adrenalina. Tre anni dopo il loro folgorante esordio, li trovo migliorati sotto ogni aspetto.

13) Viagra Boys con “Viagr Aboys”: escluso il titolo, per il resto ci troviamo dinanzi un altro lavoro eccezionale di questa band post-punk svedese che rimane tra le più interessanti nel panorama internazionale.

12) Ciśnienie con “(Angry Noises)”: dalla polonia arriva questa band dal nome particolare, “Pressione” in italiano, che con sole lunghe quattro tracce decide di irrompere in modo furioso, pressando e schiacciando la scena rock mondiale. Il loro jazz-rock acido, unito al noise e al progressive non ha forse precedenti in questi ultimi anni. Assurdo.

11) Clipping con “Dead Channel Sky”: l’hip hop sperimentale, industrial, di questa band mi ha folgorato e stregato, ipnotizzato. Sfiora di poco la top 10, ma davvero di pochissimo. Eccellente.

10) Franz Ferdinand con “The Human Fear”: quanti avranno abbandonato, nel corso degli anni, questa band esplosa durante la moda dell’alternative rock dei primi anni duemila? In molti, ma di certo non io. Infatti, la band di Glasgow si dimostra ancora capace di creare canzoni memorabili, certamente cambiando un po’ lo stile e adattandolo al corrente decennio.

9) Jerskin Fendrix con “Once Upon A Time … In Shropshire”: il compositore di fiducia del regista greco Yorgos Lanthimos tira fuori dal cilindro un album sorprendente dall’inizio alla fine, componendo le musiche e cantando (inedito per chi lo conosce solo per le sue colonne sonore). Inconfondibile la sua musica, fatta di archi pomposi e spesso distorti.

8) David Byrne con “Who Is The Sky?”: l’ex cantante dei Talking Heads torna a volare alto come non faceva da tempo con questo album strepitoso. Diverse le canzoni da cantare a voce alta, da ballare, come solo e soltanto Byrne ha sempre saputa fare, dagli anni ’70 fino ad oggi.

7) Swans con “Birthing”: sì, i Cigni non sono più quel gruppo dirompente degli anni ’80 e ’90 capace di inquietare generazioni … eppure, oggi, col loro post-rock riescono ancora a fare scuola a molti e ci dicono che sono ancora loro i Maestri del panorama rock mondiale.

6) Squid con “Building 650”: la più grande speranza per la musica rock nel mondo. Col loro art punk colpiscono al cuore dell’ascoltatore, lasciandolo inchiodato sul posto, impossibilitato a muoversi e costretto ad ascoltare i loro fantastici deliri musicali.

5) The Last Dinner Party con “From The Pyre”: secondo album per questo gruppo femminile, che anche lo scorso anno era piombato nella mia top 10. Nel giro di un anno riescono a mantenere lo stesso livello e a stabilirsi nuovamente, salde, tra i primi cinque. Il loro pop barocco è una boccata d’aria fresca. Preziose.

4) Black Country, New Road con “Forever Howlong”: disco eccezionale, memorabile, ma difficile da descrivere al tempo stesso. Va semplicemente ascoltato e apprezzato. Etereo.

3) Big Thief con “Double Infinity”: il super gruppo guidato da Adrianne Lenker ci regala l’ennesima gemma folk, molto intimo, sussurrato, delicato, come in pochi, oggi, sono ancora in grado di fare.

2) Anna Von Hausswolff con “Iconoclasts”: un viaggio di circa due ore capace di suscitare quasi tutte le emozioni possibili nell’ascoltatore. Dalla gioia all’inquietudine, passando per la rabbia o la tristezza. Imprescindibile, tra i dischi usciti quest’anno.

1) Brian Eno & Beatie Wolfe con “Luminal”: ma il primo posto di questa discutibile classifica se lo prende il mitico e infinito Brian Eno, accompagnato dalla voce di una cantante anglo-americana a me prima sconosciuta. Per l’esattezza nel solo 2025 il compositore ci ha regalato una trilogia spaziale: “Lateral”, “Luminal” e, infime, “Liminal”. Lui che crea le melodie, le composizioni, lei che canta con una voce gentile, rassicurante. 153 minuti di pura, cosmica e preziosa musica. Un inno alla vita.  



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