120) Addison Rae con “Addison”: questa giovane di 25 anni fa il pop come non lo intendo io, caotico e con testi banali, che inneggiano tutto ciò a cui non credo, non so se volutamente oppure no. Ma non m’interessa nemmeno saperlo.
119) Gazzelle con “Indi”: non ce la faccio a sostenerlo
proprio, questo tipo spicciolo di cantautorato indie (pop) italiano. Nonostante
la voce del nostro riesca comunque a differenziarsi da molte altre.
118) Prima Stanza a Destra con “Amanda”: un brevissimo album per
questo giovane, nuovo misterioso cantautore semi-sconosciuto dalla voce
androgina. Canzoni indirizzate più per delle malinconiche ragazzine dal cuore
infranto che ad un pubblico ampio.
117) TonyPitony con “TONYPITONY”: se preso come un gioco,
questo album può risultare divertente da cantare a squarciagola con gli amici.
Realisticamente parlando, invece, i testi politicamente scorretti colpiscono in
parte, risultando spesso trash.
116) FKA Twigs con “Eusexua Afterglow”: seguito spirituale di
un disco che troveremo fortunatamente più in alto; questo rimane decisamente
più insipido, dalle buone sonorità, ma con nemmeno una canzone memorabile o
degna di nota.
115) Lady Gaga con “Mayhem”: una delle cantanti più
sopravvalutate degli ultimi anni torna con un disco di pop estremamente
orecchiabile e dalle canzoni quasi tutte uguali. È riuscito perfino a farmi
arrabbiare perché, dopo tredici canzoni cantante dalla sola Germanotta, una
rarità di questi tempi con dischi pieni zeppi di collaborazioni, l’ultima
traccia è un duetto spocchioso con un randomico Bruno Mars.
114) Justin Bieber con “Swag”: lasciate da parte i pregiudizi
che hanno sempre accompagnato questo ragazzo e provate ad ascoltare questo suo
personale, intimo, nuovo disco (anche se alla lunga risulta stucchevole).
113) Imperial Triumphant con “Goldstar”: non un brutto disco,
intendiamoci, ma viene suonato il metal come non lo intendo, né capisco, né
digerisco. Peccato.
112) Yeule con “Evangelic Girl is a Gun”: acclamata artista
da Singapore, con un breve disco pop dalle sonorità synth. Non male nel suo
insieme, ma nessuna canzone resta memorabile, peccato.
111) Sophie Ellis-Bextor con “Perimenopop”: un bel disco
dance-pop di vecchia scuola, d’altronde parliamo di una cantante dalla carriera
quasi trentennale.
110) Taylor Swift con “The life of a Showgirl”: il mio primo
approccio con la musica della cantante donna più famosa del mondo non è affatto
catastrofico come temevo, anzi, diverse canzoni sono rimaste a lungo nella mia
testa. Pop d’intrattenimento.
109) Sabrina Carpenter con “Man’s Best Friend”: anche con
questo disco temevo il peggio; invece, mi ha colpito anche più del precedente. La
Carpenter resta un personaggio costruito a tavolino, provocatorio solo in
parte, ma dalla musica pop molto onesta e sempliciotta. Rimane anche più
memorabile e simpatica della Swift!
108) Lucio Corsi con “Volevo essere un duro”: il fenomeno
Lucio Corsi, punta di diamante dell’indie falsamente impegnato, e “solo”
secondo al Festival di Sanremo di quest’anno, sforna un breve album di canzoni
pop tutte orecchiabili e gradevoli, che fanno il verso a Renato Zero e Ivan
Graziani. Forse Lucio, questa volta, non aveva molto da dire, data la scarna
durata dell’album e delle canzoni in generale.
107) Rosalia con “Lux”: acclamato disco della giovane
cantautrice spagnola, qui alle prese quasi con un concept sulle sante di vari
paesi. Brava a scrivere testi interessanti e nel cimentarsi nel cantato in
tantissime lingue diverse, dall’italiano (addirittura siciliano!) al cinese,
passando per il francese; purtroppo, il disco rimane troppo lungo e spesso
annoia.
106) Bad Bunny con “Debí tirar más fotos”: uno dei dischi che ha fatto questo 2025. Non amando la musica di questo famosissimo rapper, non l’ho capito fino in fondo, ma ne ho apprezzato le influenze caraibiche e i ritornelli finalmente più memorabili del solito.
105) Cleopatrick con “Fake Moon”: catturato dalla copertina
del disco, ho dato una chance a questo duo canadese. Purtroppo, il loro indie
mi ha lasciato a bocca asciutta e indifferente.
104) Cleopatrick con “Scrap”: secondo disco in un anno di
questo duo, leggermente meglio del sopracitato, ma nulla più.
103) Folk Bitch Trio con “Now Would Be a Good Time”: visto il
titolo di questo trio tutto al femminile, mi aspettavo una musica ruggente;
invece, mi sono trovato difronte un disco dalle sonorità fin troppo dolci.
Spiazzante, di sicuro, ma non è certo un pregio in questo caso.
102) Tennis con “Face Down In The Garden”: l’ultimo album di
questo duo composto da moglie e marito è un addio al loro progetto. La
tragicità di questo momento si percepisce in parte, poiché il loro indie rock rimane
fin troppo allegro e accessibile.
101) Neil Young con “Talkin to the trees”: un ormai decadente
Neil Young, uno dei più grandi rocker di sempre, con un disco vecchio e assai
poco memorabile, forse uno dei peggiori della sua lunghissima e longeva
carriera. Per sua fortuna ha all’interno due o tre frecce ancora da scoccare.
Lunga vita a Neil Young!
100) Jane Remover con “Revengesekeerz”: una delle punte di
diamante dell’underground statunitense, con un hyperpop che a me risulta
indigesto come poche altre cose al mondo. Per sua fortuna, l’immensa popolarità
di questa musica smentisce i miei pareri errati.
99) Ear con “The Most Dear and the Future”: un breve EP di canzoni
particolari, vorticosi, un synth da ascoltare con le cuffiette per percepire al
meglio la circolarità del suono.
98) Miffle con “Goodbye, World!”: un disco molto breve con
sonorità minimali e synth. Simpatica la copertina.
97) Noverte con “Life in Minor”: un piccolo EP di una band
italiana di post-hardcore e dai testi urlati più che cantati.
96) The Mars Volta con “Lucro Sucio; los ojos del vacio”: i
Mars Volta non saranno più il gruppo funky di una volta, ma la parte
strumentale quasi psichedelica e tribale è perfetta, anche se il disco nel suo
insieme non convince al 100%.
95) Anthony Szmierek con “Service Station At The End Of The
Universe”: un disco di poetry-pop, ovvero spoken, parlato, con poche parti
effettivamente cantate. Spesso ripetitivo, l’ho trovato tuttavia interessante.
94) Marco Castello con “Quaglia Sovversiva”: popolarità
smisurata per questo giovane, nuovo cantautore italiano funky-folk di siracusa,
con il suo terzo album. Un disco che ripete le sonorità del precedente, ma che
convince più che altro per le parti in dialetto. Ah, se fosse stato tutto così …
93) Guided By Voices con “Universe Room”: questa band ha
esordito addirittura nel 1983, e questo si nota soprattutto nella voce stanca e
quasi provata del nostro cantante, Robert Pollard, giunto al quarantunesimo
lavoro. Stanco, forse stanchissimo, ma resiliente.
92) Self Esteem con “A Complicated Woman”: un disco femminile
molto personale, potente, che si divide quasi tra gospel e pop da cuffiette.
91) Joe Valence & Brae con “HYPERYOUTH”: il duo hip-hop
sforna un disco sorprendente, perfetto persino per una serata in discoteca.
90) Mike con “Showbiz!”: disco di hip hop vecchia scuola, con
molti campionamenti e influenze da generi diversi. Orecchiabile e godibile.
89) Tyler, The Creator con “Don’t Tap The Glass”:
clamorosamente basso in questa classifica, ma dal rapper di “Igor” ci si
aspetta sempre di più e non un album altalenante di soli 28 minuti. Peccato,
forse doveva prendersi una piccola pausa dal precedente disco (dopotutto in
classifica, ma molto più in alto, anche lo scorso anno).
88) Ninajirachi con “I Love My Computer”: musica elettronica
memorabile. Un inno ai computer, alla tecnologica, ma orecchiabile per
moltissimi fruitori.
87) The Callous Daoboys con “I Don’t Want See You In Heaven”:
un metal di una band che, leggendo i commenti, è oggetto di meme. Non so
perché, dato che il loro metal è influenzato da diverse sonorità pop e risulta
tutto sommato gradevole.
86) L.S. Dunes con “Violet”: un bel disco di questa band
post-hardcore e con tracce di emo, al ritorno sulle scene dopo tre anni.
Particolare la voce del nostro, che potrà piacere oppure no.
85) I Cani con “Post Mortem”: I Cani tornano con un buon
disco dai testi taglienti al punto giusto. Colpisce appunto più per le parole
più che per la musica in sé.
84) Black Foxxes con “The Haar”: un disco oscuro, personale,
sofferente. Un paio di canzoni estremamente memorabili, poi tanta atmosfera
post-punk.
83) Steve Gunn con “Daylight Daylight”: una folk music molto
dolce, sussurrata, come si faceva solo un tempo. Infatti, sembra un disco
uscito negli anni ’70. Ma è un pregio.
82) Deafheaven con “Lonely People With Power”: acclamato
disco di questa nota band post-metal, blackgaze, che torna finalmente dopo
quattro anni di attesa. E lo fa alla grande. Si trova così in basso solo perché
non sono fan del genere.
81) The Armed con “THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO
BE DESTROYED”: un disco hardcore che picchia duro, dal primo all’ultimo istante.
Assolutamente non per il grande pubblico.
80) Agricolutre con “Spiritual Sound”: un disco metal
notevole, dalle atmosfere rarefatte, dark, oscure.
79) Arcade Fire con “Pink Elephant”: una delle band di
alternative rock migliori degli anni duemila, ma in questo caso non convincono
appieno - c’è qualcosa che non va. Probabilmente la delusione dell’anno.
78) The New Eves con “The New Eve Is Rising”: mi aspettavo un
qualcosa di più da queste ragazze. Un disco non così aggressivo e graffiante
come mi aspettavo. Ma tutto sommato riuscito.
77) Suede con “Antidepressants”: ah, ed eccoci con i mitici
Suede, band storica del fenomeno Britpop, che torna dopo tre anni con un disco
post-punk dalle sonorità oscure, a partire dalla copertina! Una lezione di
rinnovamento per parecchie altre band.
76) The Hives con “The Hives Forever Forever The Hives”:
parte in sordina, poi il rock, quasi pop-punk, esplode e il disco diventa
finalmente memorabile e una boccata d’aria fresca di questi tempi, anche se la
band in questione non ha di certo esordito l’altro ieri.
75) Tori Amos con “The Music of Tori and The Muses”: si tratta
della colonna sonora di un libro per bambini. L’ho ascoltato perché la dea Tori
va sempre e per sempre ascoltata, anche nei suoi lavori meno probabili.
74) Brian Ferry & Amelia Baratt con “Loose Talk”:
immagino conosciate tutti Brian Ferry, ex storica voce dei Roxy Music … ecco,
qui ha spiazzato un po’ chiunque, con un disco dove lui suona il piano e la Baratt
fa spoken, narrando storie che forse solo un autoctono può capire. Un progetto
assurdo per uno come Ferry, ma che proprio soltanto uno con il suo passato
poteva pensare e avere il coraggio di realizzare nel 2025.
73) Poor Creature con “All Smiles Tonight”: con questo disco
si viene catapultati in Irlanda, con un folk intimo e, appunto, molto …
irlandese!
72) Alex G con “Headlights”: Alexander Giannascoli, classe
’93, è già una garanzia e questo è il suo decimo album in appena quattordici
anni. Nonostante ciò, il chitarrista di Havertown è ancora capace di creare
canzoni pop-rock perfettamente orecchiabili e godibili.
71) Van Morrison con “Remembering Now”: 80 anni e non
sentirli per uno dei cantautori folk più importanti di sempre, che ha da sempre
sfornato un album dopo l’altro. Il livello forse può variare, ma la qualità e
la classe sfoggiata è pur sempre quella di un Maestro.
70) Robert Plant con “Saving Grace”: un altro grande vecchio
della musica rock, l’ex frontman dei Led Zeppelin, torna con un disco interessante,
che solo con la maturità poteva creare. Accompagnato dalla voce di Suzi Dian, i
due cantano cover o canzoni tradizionali, compiendo così quasi un viaggio
spirituale attraverso la storica musica folk e country statunitense.
69) Neil Young con “Coastal”: ancora il grande Neil Young con
la colonna sonora omonima del film documentario uscito quest’anno su un suo
tour. Ci sono molte canzoni storiche che fa sempre molto piacere ascoltare.
Emozionante.
68) Caparezza con “Orbit Orbit”: l’atteso ritorno di
Caparezza, uno dei nostri cantanti più intelligenti, con un concept dedicato
allo spazio e ispirato dai fumetti che lo hanno cresciuto. Un Caparezza cosmico
ci accompagna per un’ora in giro per lo spazio con il suo solito humor e testi
intellettuali.
67) La Niña con “Furèsta”: questa è una delle più grandi speranze della musica italiana. Una giovane cantautrice napoletana che usa la folk music (no, non il neomelodico, ma la vera musica folk del Sud) per esprimere la sua poetica femminista. Sembra di ascoltare una strega ballare e cantare i suoi incantesimi e anatemi in un bosco. Folgorante. Aspettiamo con trepidazione un LP.
66) Miley Cyrus con “Something Beautiful”: una delle sorprese
dell’anno. Un album sentito, personale, di rinascita, con tante canzoni che
rimangono nella testa del fruitore. Un pop quasi vecchio stampo, finalmente.
65) Danny Brown con “Stardust”: un discreto disco di hip hop
da uno dei suoi esponenti più celebri. Alcune collaborazioni davvero azzeccate,
come quella nella traccia “The End”, con l’ipnotico ritornello cantato in
ucraino da Ta Ukrainka.
64) FKA Twigs con “Eusexua”: disco molto interessante dalle
sonorità techno, sperimentali, eppure pop e orecchiabile per chiunque. Questa
giovane ragazza rimane una delle voci più interessanti del panorama mondiale e
una artista a 360 gradi.
63) Oklou con “Choke Enough”: Marylou Vanina Mayniel, giovane
ragazza francese, in arte Oklou, debutta con un album apprezzato dalla critica
e anche dal sottoscritto. Un synth-pop molto personale fa da cornice a questo
progetto. Le premesse ci sono tutte.
62) Mark Pritchard & Tom Yorke con “Tall Tales”: quando
c’è di mezzo Yorke, il cantante dei Radiohead, allora si va sul sicuro. Sempre.
Anche quando collabora con altri artisti.
61) Emma Louise & Flume con “Dumb”: dopo l’EP con
JPEGMAFIA sempre del 2025, Flume fa un’altra collaborazione. Lui alla parte
elettronica, tale Emma al canto. Ne esce fuori un disco molto bello, un mix dalle
sonorità dirompenti e dal cantato dolce. Da ascoltare!
60) The Weeknd con “Hurry Up Tomorrow”: un disco forse troppo
lungo, ma che suona benissimo grazie alle sue atmosfere soffuse, un omaggio al
synth anni ’80 ma con un tocco di futurismo, quasi fosse uscito dalle immagini
di un “Blade Runner”.
59) Hailey Williams con “Ego Death At A Bachelorette Party”: la
cantante dei Paramore in un disco solista di pop-rock molto gradevole, dai
ritornelli orecchiabili e da cantare a voce alta, da soli o in compagnia.
58) The Waterboys con “Life, Death and Dennis Hopper”: un
disco altalenante, troppo lungo, ma con almeno metà canzoni riuscite alla
grande. Un country rock old style per questi veterani scozzesi che suonano dal
1983. Si avvale dei featuring di Bruce Springsteen, Fiona Apple e Steve Earle!
57) NewDad con “Altar”: il pop-rock come dovrebbe sempre
essere.
56) Twenty One Pilots con “Breach”: il duo di Columbus con il
suo rock potente, sfrenato, ma fruibile da chiunque. Leggermente lungo,
comunque sa come colpire, soprattutto per quanto riguarda i singoli.
55) Saint Motel con “Afterglow”: seconda parte di un dittico
memorabile per una band con la quale sono cresciuto e che trovo sempre molto
sottovalutata. Ricordate la hit “My Type”? Sì, erano loro.
54) Saint Motel con “Saint Motel & The Symphony in the
Sky”: il pop come dovrebbe sempre suonare in un mondo ideale.
53) MacMiller con “Balloonerism”: il compianto rapper con il
secondo album uscito postumo dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 2018.
Livelli altissimi, canzoni malinconiche ma stupende. Quando si ha a che fare
con questi lavori, però, sorge sempre il dubbio: l’artista avrebbe voluto davvero
così l’album? E quanto la produzione avrà realmente influito nel risultato
finale …
52) Ethel Cain con “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You”:
la più grande speranza per la musica alternativa a stelle e strisce, con due
album in un solo anno, con la quale si è consacrata più o meno a tutti. Dalla
durata di oltre un’ora, è un viaggio slowcore intimo e oscuro, perfetto da
ascoltare al buio, o in macchina.
51) Ethel Cain con “Perverts”: come poteva la Cain spingersi
oltre? Ecco “Perverts”, un viaggio di un’ora e mezza tra drone music e cantautorato
da ascoltare, questa volta, nelle campagne del gotico Sud statunitense.
50) Lebanon Hanover con “Asylum Lullabies”: il duo svizzero
porta a testa alta la bandiera del rock gotico. Musica coraggiosa, di questi
tempi.
49) The Zen Circus con “Il Male”: seppur lontani e diversi
dai primi, irriverenti lavori, il gruppo di Pisa rimane uno dei migliori esempi
in Italia di alternative rock. Parole mai banali e musica suonata alla grande,
con massima passione.
48) Messa con “The Spin”: sembrerebbe in tutto e per tutto un
disco internazionale, eppure si tratta di metal tutto made in Italy. Un disco
quasi clamoroso che aggiunge a quel genere anche tocchi di jazz. “The Dress” è
all’unanime uno dei pezzi migliori di tutto il 2025! Fossero tutte così
visionarie le band italiane …
47) Park Jiha con “All Living Things”: la sudcorea non è
soltanto K-POP, ma ci sono anche artisti del genere. Una donna
polistrumentista, che ci delizia con la folk music tramite strumenti
interamente tradizionali. La sua musica ricorda il suono degli uccelli nei
verdi boschi coreani.
46) Rob Mazurek con “Nestor’s Nest”: il clarinettista Mazurek
ci regala un disco caotico, immerso nelle atmosfere della natura, che mischia
schegge jazz e noise.
45) Aya con “Hexed!”: pura energia, esplosione di sonorità
elettroniche, hardcore, rock, in un calderone infernale e spiazzante.
44) Geese con “Getting Killed”: un art rock molto
promettente, soprattutto per il futuro della musica, con la voce del nostro
frontman fin troppo particolare, che la si ama o la si odia.
43) Mulatu Astakte con “Mulatu plays Mulatu”: l’ottantaduenne
etiope con un disco jazz e di world music davvero bello, suonato come fosse un
ragazzino.
42) Mac DeMarco con “Guitar”: il buon DeMarco non sbaglia
mai, è una garanzia nella sua comfort zone di un album di soft rock da
mezz’ora.
41) Mogwai con “The Bad Fire”: gli scozzesi Mogwai, ormai dei
veri e propri veterani, con il loro emozionante post-rock quasi interamente strumentale.
Suonato divinamente.
40) Patrick Watson con “Uh Oh”: un altro disco riuscito di
questo raffinato cantautore canadese, che canta in inglese e in francese senza
alcun problema, districandosi sempre alla grandissima.
39) Frankie Cosmos con “Different Talking”: artista molto
dolce, suffusa, che canta il suo indie rock molto orecchiabile e intimo, quasi
sussurrato. Sempre una garanzia, Frankie.
38) Billy Woods con “Williwog”: un disco di hip hop non
facile, molto inquietante, con campionamenti dalle tinte horror, che
arricchiscono un disco altrimenti “normale” e che invece lo innalzano a
qualcosa di diverso dal solito.
37) Backxwash con “Only Dust Remains”: il giovane rapper zambo-canadese
rimane uno dei più interessarti artisti del suo campo. Sempre vale la pena ascoltare
ciò che ha da dire. La sua musica è spettacolare, tra tradizione e avanguardia.
36) Clipse con “Let God Sort Em Out”: un gangsta rap
visionario, immersivo, perfetto per chiunque. Un rap vecchia scuola, ma che
guarda anche al futuro. Promosso a pieni voti.
35) Shame con “Cutthroat”: questa giovane band del Sud di
Londra cavalca l’onda del momento dalle loro parti, ovvero il post-punk. Quello
che suonano è dunque il più classico post-punk revival, ma lo fanno benissimo,
c’è poco da dire.
34) Deftones con “Private Music”: dopo cinque anni di pausa,
il ritorno di questa band che produce un notevole disco di alternative metal
che sfocia anche nella shoegaze, conferendo al tutto le giuste atmosfere.
33) Igorrr con “Amen”: l’artista polistrumentista francese
Gautier Serre torna anche lui dopo cinque anni di pausa con un nuovo disco di
black metal sperimentale, con influenze gotiche, suonato puntualmente, ma capace
anche di emozionare. Una messa infernale.
32) Faetooth con “Labyrinthine”: uno dei dischi metal più
belli, anzi, forse il più bello. Merita un ascolto da parte di tutti, anche da
quelli meni avvezzi al genere.
31) Tame Impala con “Deadbeat”: Kevin Parker realizza un
altro progetto solista di spessore, col suo solito synth preciso, chirurgico,
capace di colpire chi ascolta e di scaldargli puntualmente il cuore.
30) Venturing con “Ghostholding”: questa ragazza non è altro
che Jane Remover (vedi posizione 100) sotto falso nome; qui abbandona il suo
amato hyperpop per concentrarsi su sonorità indie, emo, soft … già ve ne avevo
parlato con l’EP uscito lo scorso anno; in questo 2025 amplia la durata del
progetto, ovviamente, e ci regala un disco interessante e che esce dalla sua
comfort zone.
29) Stereolab con “Instant Holograms On Metal Film”: dopo quindici
anni di attesa, ecco il ritorno di questa storica band anglo-francese, con un disco
di rock soffuso dalla durata di un’ora. Un’ora che passa velocemente e che vi farà
sembrare di vivere un sogno o stare tra le nuvole.
28) Cate Le Bon con “Michelangelo Dying”: una sicurezza
questa cantautrice gallese, che canta il suo personale folk come una mistica sacerdotessa.
27) Florence + The Machine con “Everydoby Scream”: il ritorno
di Florence e della sua banda con la sua classica musica femminile, femminista,
con cui lancia i suoi anatemi da strega. Altro lavoro imperdibile.
26) Glaive con “Y’all”: il giovanissimo Ash Blue Guitierrez,
classe 2005 (!), è già al terzo disco in tre anni. La sua musica è un miscuglio
perfetto tra hyperpop, indie rock e parti rap. Disco che ho amato a partire
dalla copertina, il disegno di un calciatore con la maglia della Juventus!
25) Yung Lean con “Jonatan”: il rapper svedese ci regala un
disco abbastanza bistrattato; io che ne capisco poco, per forza di cose, l’ho
amato! Tracce di hip hop, certo, ma soprattutto tantissimo rock, art rock,
indie, tracce di emo. Canzoni orecchiabili e memorabili. A me ha conquistato in
pieno, sarò strano io.
24) P38 con “DITTATURA”: allora, questi ragazzi sono i soli
in Italia capaci di scrivere testi veri, crudi, i più onesti e veritieri
possibili, capaci come nessun altro di criticare, imbarazzare e mettere in
mutande il sistema. E questo lo si nota con tutto quello che passano ogni volta
con le autorità. In più mettiamoci una trap fatta con criterio e dal respiro
internazionale e il più è fatto. Lunga vita ai compagni della P38!
23) Candelabro con “Deseo, carne y voluntad”: dal Perù arriva
questa band che suona un rock leggero unito alla folk music. Il mix di generi e
stili diversi funziona benissimo, regalando al pubblico un album indipendente
emozionante, anche nella sua lunga durata.
22) Gwenifer Raymond con “Last Night I Heard The Dog Star
Bark”: la musica totalmente strumentale di questa ragazza che sembra ricalcare,
con la sua chitarra, i passi di Sandy Bull.
21) Neil Young con “Oceanside Countryside”: dagli sterminati
archivi di questo leggendario artista, ecco recuperato un altro lavoro composto
nel 1977 a Malibu, subito dopo la registrazione di “Comes a time”. Il terzo
album del 2025 di Young è decisamente quello più bello, non avendo nulla da
invidiare ai lavori di quegli anni. Peccato sia stato scartato ai tempi,
fortuna sia stato conservato per tutti questi anni. Riesumato.
20) Pulp con “More”: tornano clamorosamente dopo 24 anni i
grandissimi Pulp, esponenti minori del Britpop, e lo fanno rinnovando le loro
sonorità e regalandoci un pop moderno e anche perfetto da ballare.
19) Neptunian Maximalism con “Le Sacre Du Soleil Invancu”: la
psichedelia è sana e salva grazie a questi ragazzi belgi che suonano musica
pura e spirituale come nessun altro in giro per il mondo.
18) Model/Actriz con “Pirouette”: sembrano dei veterani,
questi ragazzi che hanno all’attivo solo due dischi. La loro musica è difficile
da raccontata, va ascoltata. Vi basta sapere che il loro è un dance-punk sperimentale
e visionario.
17) U.S. Girls con “Scratch It”: il progetto solista di Meghan
Remy mi aveva catturato già dal 2018. Seppur diversa da quei tempi, la sua
musica è capace di emozionarmi, anche in questa nuova sua virata nel country più
intimo.
16) Thee Headcotees con “Man-Trap”: il disco punk dell’anno.
Un gruppo tutto al femminile che espone con rabbia la propria musica. Presente
anche una cover di “Paint It, Black” degli Stones.
15) Maruja con “Pain to Power”: la sorpresa dell’anno. Da Manchester
una band che picchia duro, muovendosi tra jazz, noise e rock. Un esperimento
imperdibile e che ha colpito più meno tutti, vedendo quante volte è stato
citato nelle svariate classifiche di fine anno. Mostruosi.
14) Wet Leg con “Moisturizer”: questa band, ma dove a cantare
sono due ragazze, l’ho sempre amata. I loro singoli power pop sono elettrizzanti
e potenti, una botta di adrenalina. Tre anni dopo il loro folgorante esordio,
li trovo migliorati sotto ogni aspetto.
13) Viagra Boys con “Viagr Aboys”: escluso il titolo, per il
resto ci troviamo dinanzi un altro lavoro eccezionale di questa band post-punk svedese
che rimane tra le più interessanti nel panorama internazionale.
12) Ciśnienie con “(Angry Noises)”: dalla polonia arriva
questa band dal nome particolare, “Pressione” in italiano, che con sole lunghe
quattro tracce decide di irrompere in modo furioso, pressando e schiacciando la
scena rock mondiale. Il loro jazz-rock acido, unito al noise e al progressive
non ha forse precedenti in questi ultimi anni. Assurdo.
11) Clipping con “Dead Channel Sky”: l’hip hop sperimentale,
industrial, di questa band mi ha folgorato e stregato, ipnotizzato. Sfiora di
poco la top 10, ma davvero di pochissimo. Eccellente.
10) Franz Ferdinand con “The Human Fear”: quanti avranno
abbandonato, nel corso degli anni, questa band esplosa durante la moda
dell’alternative rock dei primi anni duemila? In molti, ma di certo non io. Infatti,
la band di Glasgow si dimostra ancora capace di creare canzoni memorabili,
certamente cambiando un po’ lo stile e adattandolo al corrente decennio.
9) Jerskin Fendrix con “Once Upon A Time … In Shropshire”: il
compositore di fiducia del regista greco Yorgos Lanthimos tira fuori dal
cilindro un album sorprendente dall’inizio alla fine, componendo le musiche e
cantando (inedito per chi lo conosce solo per le sue colonne sonore).
Inconfondibile la sua musica, fatta di archi pomposi e spesso distorti.
8) David Byrne con “Who Is The Sky?”: l’ex cantante dei
Talking Heads torna a volare alto come non faceva da tempo con questo album strepitoso.
Diverse le canzoni da cantare a voce alta, da ballare, come solo e soltanto
Byrne ha sempre saputa fare, dagli anni ’70 fino ad oggi.
7) Swans con “Birthing”: sì, i Cigni non sono più quel gruppo
dirompente degli anni ’80 e ’90 capace di inquietare generazioni … eppure,
oggi, col loro post-rock riescono ancora a fare scuola a molti e ci dicono che
sono ancora loro i Maestri del panorama rock mondiale.
6) Squid con “Building 650”: la più grande speranza per la
musica rock nel mondo. Col loro art punk colpiscono al cuore dell’ascoltatore,
lasciandolo inchiodato sul posto, impossibilitato a muoversi e costretto ad
ascoltare i loro fantastici deliri musicali.
5) The Last Dinner Party con “From The Pyre”: secondo album
per questo gruppo femminile, che anche lo scorso anno era piombato nella mia
top 10. Nel giro di un anno riescono a mantenere lo stesso livello e a
stabilirsi nuovamente, salde, tra i primi cinque. Il loro pop barocco è una
boccata d’aria fresca. Preziose.
4) Black Country, New Road con “Forever Howlong”: disco
eccezionale, memorabile, ma difficile da descrivere al tempo stesso. Va
semplicemente ascoltato e apprezzato. Etereo.
3) Big Thief con “Double Infinity”: il super gruppo guidato
da Adrianne Lenker ci regala l’ennesima gemma folk, molto intimo, sussurrato,
delicato, come in pochi, oggi, sono ancora in grado di fare.
2) Anna Von Hausswolff con “Iconoclasts”: un viaggio di circa
due ore capace di suscitare quasi tutte le emozioni possibili nell’ascoltatore.
Dalla gioia all’inquietudine, passando per la rabbia o la tristezza.
Imprescindibile, tra i dischi usciti quest’anno.
1) Brian Eno & Beatie Wolfe con “Luminal”: ma il primo
posto di questa discutibile classifica se lo prende il mitico e infinito Brian
Eno, accompagnato dalla voce di una cantante anglo-americana a me prima
sconosciuta. Per l’esattezza nel solo 2025 il compositore ci ha regalato una
trilogia spaziale: “Lateral”, “Luminal” e, infime, “Liminal”. Lui che crea le
melodie, le composizioni, lei che canta con una voce gentile, rassicurante. 153
minuti di pura, cosmica e preziosa musica. Un inno alla vita.
.png)
.png)