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venerdì 23 gennaio 2026

CLASSIFICA DI 120 DISCHI DEL 2025 DAL PEGGIORE AL MIGLIORE

120) Addison Rae con “Addison”: questa giovane di 25 anni fa il pop come non lo intendo io, caotico e con testi banali, che inneggiano tutto ciò a cui non credo, non so se volutamente oppure no. Ma non m’interessa nemmeno saperlo.  

119) Gazzelle con “Indi”: non ce la faccio a sostenerlo proprio, questo tipo spicciolo di cantautorato indie (pop) italiano. Nonostante la voce del nostro riesca comunque a differenziarsi da molte altre.

118) Prima Stanza a Destra con “Amanda”: un brevissimo album per questo giovane, nuovo misterioso cantautore semi-sconosciuto dalla voce androgina. Canzoni indirizzate più per delle malinconiche ragazzine dal cuore infranto che ad un pubblico ampio.

117) TonyPitony con “TONYPITONY”: se preso come un gioco, questo album può risultare divertente da cantare a squarciagola con gli amici. Realisticamente parlando, invece, i testi politicamente scorretti colpiscono in parte, risultando spesso trash.

116) FKA Twigs con “Eusexua Afterglow”: seguito spirituale di un disco che troveremo fortunatamente più in alto; questo rimane decisamente più insipido, dalle buone sonorità, ma con nemmeno una canzone memorabile o degna di nota.  

115) Lady Gaga con “Mayhem”: una delle cantanti più sopravvalutate degli ultimi anni torna con un disco di pop estremamente orecchiabile e dalle canzoni quasi tutte uguali. È riuscito perfino a farmi arrabbiare perché, dopo tredici canzoni cantante dalla sola Germanotta, una rarità di questi tempi con dischi pieni zeppi di collaborazioni, l’ultima traccia è un duetto spocchioso con un randomico Bruno Mars.

114) Justin Bieber con “Swag”: lasciate da parte i pregiudizi che hanno sempre accompagnato questo ragazzo e provate ad ascoltare questo suo personale, intimo, nuovo disco (anche se alla lunga risulta stucchevole).

113) Imperial Triumphant con “Goldstar”: non un brutto disco, intendiamoci, ma viene suonato il metal come non lo intendo, né capisco, né digerisco. Peccato.

112) Yeule con “Evangelic Girl is a Gun”: acclamata artista da Singapore, con un breve disco pop dalle sonorità synth. Non male nel suo insieme, ma nessuna canzone resta memorabile, peccato.

111) Sophie Ellis-Bextor con “Perimenopop”: un bel disco dance-pop di vecchia scuola, d’altronde parliamo di una cantante dalla carriera quasi trentennale.

110) Taylor Swift con “The life of a Showgirl”: il mio primo approccio con la musica della cantante donna più famosa del mondo non è affatto catastrofico come temevo, anzi, diverse canzoni sono rimaste a lungo nella mia testa. Pop d’intrattenimento.

109) Sabrina Carpenter con “Man’s Best Friend”: anche con questo disco temevo il peggio; invece, mi ha colpito anche più del precedente. La Carpenter resta un personaggio costruito a tavolino, provocatorio solo in parte, ma dalla musica pop molto onesta e sempliciotta. Rimane anche più memorabile e simpatica della Swift!

108) Lucio Corsi con “Volevo essere un duro”: il fenomeno Lucio Corsi, punta di diamante dell’indie falsamente impegnato, e “solo” secondo al Festival di Sanremo di quest’anno, sforna un breve album di canzoni pop tutte orecchiabili e gradevoli, che fanno il verso a Renato Zero e Ivan Graziani. Forse Lucio, questa volta, non aveva molto da dire, data la scarna durata dell’album e delle canzoni in generale.

107) Rosalia con “Lux”: acclamato disco della giovane cantautrice spagnola, qui alle prese quasi con un concept sulle sante di vari paesi. Brava a scrivere testi interessanti e nel cimentarsi nel cantato in tantissime lingue diverse, dall’italiano (addirittura siciliano!) al cinese, passando per il francese; purtroppo, il disco rimane troppo lungo e spesso annoia.

106) Bad Bunny con “Debí tirar más fotos: uno dei dischi che ha fatto questo 2025. Non amando la musica di questo famosissimo rapper, non l’ho capito fino in fondo, ma ne ho apprezzato le influenze caraibiche e i ritornelli finalmente più memorabili del solito.

105) Cleopatrick con “Fake Moon”: catturato dalla copertina del disco, ho dato una chance a questo duo canadese. Purtroppo, il loro indie mi ha lasciato a bocca asciutta e indifferente.

104) Cleopatrick con “Scrap”: secondo disco in un anno di questo duo, leggermente meglio del sopracitato, ma nulla più.

103) Folk Bitch Trio con “Now Would Be a Good Time”: visto il titolo di questo trio tutto al femminile, mi aspettavo una musica ruggente; invece, mi sono trovato difronte un disco dalle sonorità fin troppo dolci. Spiazzante, di sicuro, ma non è certo un pregio in questo caso.

102) Tennis con “Face Down In The Garden”: l’ultimo album di questo duo composto da moglie e marito è un addio al loro progetto. La tragicità di questo momento si percepisce in parte, poiché il loro indie rock rimane fin troppo allegro e accessibile.

101) Neil Young con “Talkin to the trees”: un ormai decadente Neil Young, uno dei più grandi rocker di sempre, con un disco vecchio e assai poco memorabile, forse uno dei peggiori della sua lunghissima e longeva carriera. Per sua fortuna ha all’interno due o tre frecce ancora da scoccare. Lunga vita a Neil Young!

100) Jane Remover con “Revengesekeerz”: una delle punte di diamante dell’underground statunitense, con un hyperpop che a me risulta indigesto come poche altre cose al mondo. Per sua fortuna, l’immensa popolarità di questa musica smentisce i miei pareri errati.

99) Ear con “The Most Dear and the Future”: un breve EP di canzoni particolari, vorticosi, un synth da ascoltare con le cuffiette per percepire al meglio la circolarità del suono.

98) Miffle con “Goodbye, World!”: un disco molto breve con sonorità minimali e synth. Simpatica la copertina.

97) Noverte con “Life in Minor”: un piccolo EP di una band italiana di post-hardcore e dai testi urlati più che cantati.

96) The Mars Volta con “Lucro Sucio; los ojos del vacio”: i Mars Volta non saranno più il gruppo funky di una volta, ma la parte strumentale quasi psichedelica e tribale è perfetta, anche se il disco nel suo insieme non convince al 100%.

95) Anthony Szmierek con “Service Station At The End Of The Universe”: un disco di poetry-pop, ovvero spoken, parlato, con poche parti effettivamente cantate. Spesso ripetitivo, l’ho trovato tuttavia interessante.

94) Marco Castello con “Quaglia Sovversiva”: popolarità smisurata per questo giovane, nuovo cantautore italiano funky-folk di siracusa, con il suo terzo album. Un disco che ripete le sonorità del precedente, ma che convince più che altro per le parti in dialetto. Ah, se fosse stato tutto così …

93) Guided By Voices con “Universe Room”: questa band ha esordito addirittura nel 1983, e questo si nota soprattutto nella voce stanca e quasi provata del nostro cantante, Robert Pollard, giunto al quarantunesimo lavoro. Stanco, forse stanchissimo, ma resiliente.

92) Self Esteem con “A Complicated Woman”: un disco femminile molto personale, potente, che si divide quasi tra gospel e pop da cuffiette.

91) Joe Valence & Brae con “HYPERYOUTH”: il duo hip-hop sforna un disco sorprendente, perfetto persino per una serata in discoteca.

90) Mike con “Showbiz!”: disco di hip hop vecchia scuola, con molti campionamenti e influenze da generi diversi. Orecchiabile e godibile.

89) Tyler, The Creator con “Don’t Tap The Glass”: clamorosamente basso in questa classifica, ma dal rapper di “Igor” ci si aspetta sempre di più e non un album altalenante di soli 28 minuti. Peccato, forse doveva prendersi una piccola pausa dal precedente disco (dopotutto in classifica, ma molto più in alto, anche lo scorso anno).

88) Ninajirachi con “I Love My Computer”: musica elettronica memorabile. Un inno ai computer, alla tecnologica, ma orecchiabile per moltissimi fruitori.

87) The Callous Daoboys con “I Don’t Want See You In Heaven”: un metal di una band che, leggendo i commenti, è oggetto di meme. Non so perché, dato che il loro metal è influenzato da diverse sonorità pop e risulta tutto sommato gradevole.

86) L.S. Dunes con “Violet”: un bel disco di questa band post-hardcore e con tracce di emo, al ritorno sulle scene dopo tre anni. Particolare la voce del nostro, che potrà piacere oppure no.

85) I Cani con “Post Mortem”: I Cani tornano con un buon disco dai testi taglienti al punto giusto. Colpisce appunto più per le parole più che per la musica in sé.

84) Black Foxxes con “The Haar”: un disco oscuro, personale, sofferente. Un paio di canzoni estremamente memorabili, poi tanta atmosfera post-punk.

83) Steve Gunn con “Daylight Daylight”: una folk music molto dolce, sussurrata, come si faceva solo un tempo. Infatti, sembra un disco uscito negli anni ’70. Ma è un pregio.

82) Deafheaven con “Lonely People With Power”: acclamato disco di questa nota band post-metal, blackgaze, che torna finalmente dopo quattro anni di attesa. E lo fa alla grande. Si trova così in basso solo perché non sono fan del genere.

81) The Armed con “THE FUTURE IS HERE AND EVERYTHING NEEDS TO BE DESTROYED”: un disco hardcore che picchia duro, dal primo all’ultimo istante. Assolutamente non per il grande pubblico.

80) Agricolutre con “Spiritual Sound”: un disco metal notevole, dalle atmosfere rarefatte, dark, oscure.

79) Arcade Fire con “Pink Elephant”: una delle band di alternative rock migliori degli anni duemila, ma in questo caso non convincono appieno - c’è qualcosa che non va. Probabilmente la delusione dell’anno.

78) The New Eves con “The New Eve Is Rising”: mi aspettavo un qualcosa di più da queste ragazze. Un disco non così aggressivo e graffiante come mi aspettavo. Ma tutto sommato riuscito.

77) Suede con “Antidepressants”: ah, ed eccoci con i mitici Suede, band storica del fenomeno Britpop, che torna dopo tre anni con un disco post-punk dalle sonorità oscure, a partire dalla copertina! Una lezione di rinnovamento per parecchie altre band.

76) The Hives con “The Hives Forever Forever The Hives”: parte in sordina, poi il rock, quasi pop-punk, esplode e il disco diventa finalmente memorabile e una boccata d’aria fresca di questi tempi, anche se la band in questione non ha di certo esordito l’altro ieri.

75) Tori Amos con “The Music of Tori and The Muses”: si tratta della colonna sonora di un libro per bambini. L’ho ascoltato perché la dea Tori va sempre e per sempre ascoltata, anche nei suoi lavori meno probabili.

74) Brian Ferry & Amelia Baratt con “Loose Talk”: immagino conosciate tutti Brian Ferry, ex storica voce dei Roxy Music … ecco, qui ha spiazzato un po’ chiunque, con un disco dove lui suona il piano e la Baratt fa spoken, narrando storie che forse solo un autoctono può capire. Un progetto assurdo per uno come Ferry, ma che proprio soltanto uno con il suo passato poteva pensare e avere il coraggio di realizzare nel 2025.

73) Poor Creature con “All Smiles Tonight”: con questo disco si viene catapultati in Irlanda, con un folk intimo e, appunto, molto … irlandese!

72) Alex G con “Headlights”: Alexander Giannascoli, classe ’93, è già una garanzia e questo è il suo decimo album in appena quattordici anni. Nonostante ciò, il chitarrista di Havertown è ancora capace di creare canzoni pop-rock perfettamente orecchiabili e godibili.

71) Van Morrison con “Remembering Now”: 80 anni e non sentirli per uno dei cantautori folk più importanti di sempre, che ha da sempre sfornato un album dopo l’altro. Il livello forse può variare, ma la qualità e la classe sfoggiata è pur sempre quella di un Maestro.

70) Robert Plant con “Saving Grace”: un altro grande vecchio della musica rock, l’ex frontman dei Led Zeppelin, torna con un disco interessante, che solo con la maturità poteva creare. Accompagnato dalla voce di Suzi Dian, i due cantano cover o canzoni tradizionali, compiendo così quasi un viaggio spirituale attraverso la storica musica folk e country statunitense.

69) Neil Young con “Coastal”: ancora il grande Neil Young con la colonna sonora omonima del film documentario uscito quest’anno su un suo tour. Ci sono molte canzoni storiche che fa sempre molto piacere ascoltare. Emozionante.

68) Caparezza con “Orbit Orbit”: l’atteso ritorno di Caparezza, uno dei nostri cantanti più intelligenti, con un concept dedicato allo spazio e ispirato dai fumetti che lo hanno cresciuto. Un Caparezza cosmico ci accompagna per un’ora in giro per lo spazio con il suo solito humor e testi intellettuali.

67) La Niña con “Furèsta”: questa è una delle più grandi speranze della musica italiana. Una giovane cantautrice napoletana che usa la folk music (no, non il neomelodico, ma la vera musica folk del Sud) per esprimere la sua poetica femminista. Sembra di ascoltare una strega ballare e cantare i suoi incantesimi e anatemi in un bosco. Folgorante. Aspettiamo con trepidazione un LP.

66) Miley Cyrus con “Something Beautiful”: una delle sorprese dell’anno. Un album sentito, personale, di rinascita, con tante canzoni che rimangono nella testa del fruitore. Un pop quasi vecchio stampo, finalmente.

65) Danny Brown con “Stardust”: un discreto disco di hip hop da uno dei suoi esponenti più celebri. Alcune collaborazioni davvero azzeccate, come quella nella traccia “The End”, con l’ipnotico ritornello cantato in ucraino da Ta Ukrainka.

64) FKA Twigs con “Eusexua”: disco molto interessante dalle sonorità techno, sperimentali, eppure pop e orecchiabile per chiunque. Questa giovane ragazza rimane una delle voci più interessanti del panorama mondiale e una artista a 360 gradi.

63) Oklou con “Choke Enough”: Marylou Vanina Mayniel, giovane ragazza francese, in arte Oklou, debutta con un album apprezzato dalla critica e anche dal sottoscritto. Un synth-pop molto personale fa da cornice a questo progetto. Le premesse ci sono tutte.

62) Mark Pritchard & Tom Yorke con “Tall Tales”: quando c’è di mezzo Yorke, il cantante dei Radiohead, allora si va sul sicuro. Sempre. Anche quando collabora con altri artisti.  

61) Emma Louise & Flume con “Dumb”: dopo l’EP con JPEGMAFIA sempre del 2025, Flume fa un’altra collaborazione. Lui alla parte elettronica, tale Emma al canto. Ne esce fuori un disco molto bello, un mix dalle sonorità dirompenti e dal cantato dolce. Da ascoltare!

60) The Weeknd con “Hurry Up Tomorrow”: un disco forse troppo lungo, ma che suona benissimo grazie alle sue atmosfere soffuse, un omaggio al synth anni ’80 ma con un tocco di futurismo, quasi fosse uscito dalle immagini di un “Blade Runner”.

59) Hailey Williams con “Ego Death At A Bachelorette Party”: la cantante dei Paramore in un disco solista di pop-rock molto gradevole, dai ritornelli orecchiabili e da cantare a voce alta, da soli o in compagnia.

58) The Waterboys con “Life, Death and Dennis Hopper”: un disco altalenante, troppo lungo, ma con almeno metà canzoni riuscite alla grande. Un country rock old style per questi veterani scozzesi che suonano dal 1983. Si avvale dei featuring di Bruce Springsteen, Fiona Apple e Steve Earle!

57) NewDad con “Altar”: il pop-rock come dovrebbe sempre essere.

56) Twenty One Pilots con “Breach”: il duo di Columbus con il suo rock potente, sfrenato, ma fruibile da chiunque. Leggermente lungo, comunque sa come colpire, soprattutto per quanto riguarda i singoli.

55) Saint Motel con “Afterglow”: seconda parte di un dittico memorabile per una band con la quale sono cresciuto e che trovo sempre molto sottovalutata. Ricordate la hit “My Type”? Sì, erano loro.  

54) Saint Motel con “Saint Motel & The Symphony in the Sky”: il pop come dovrebbe sempre suonare in un mondo ideale.

53) MacMiller con “Balloonerism”: il compianto rapper con il secondo album uscito postumo dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 2018. Livelli altissimi, canzoni malinconiche ma stupende. Quando si ha a che fare con questi lavori, però, sorge sempre il dubbio: l’artista avrebbe voluto davvero così l’album? E quanto la produzione avrà realmente influito nel risultato finale …

52) Ethel Cain con “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You”: la più grande speranza per la musica alternativa a stelle e strisce, con due album in un solo anno, con la quale si è consacrata più o meno a tutti. Dalla durata di oltre un’ora, è un viaggio slowcore intimo e oscuro, perfetto da ascoltare al buio, o in macchina.

51) Ethel Cain con “Perverts”: come poteva la Cain spingersi oltre? Ecco “Perverts”, un viaggio di un’ora e mezza tra drone music e cantautorato da ascoltare, questa volta, nelle campagne del gotico Sud statunitense.

50) Lebanon Hanover con “Asylum Lullabies”: il duo svizzero porta a testa alta la bandiera del rock gotico. Musica coraggiosa, di questi tempi.

49) The Zen Circus con “Il Male”: seppur lontani e diversi dai primi, irriverenti lavori, il gruppo di Pisa rimane uno dei migliori esempi in Italia di alternative rock. Parole mai banali e musica suonata alla grande, con massima passione.

48) Messa con “The Spin”: sembrerebbe in tutto e per tutto un disco internazionale, eppure si tratta di metal tutto made in Italy. Un disco quasi clamoroso che aggiunge a quel genere anche tocchi di jazz. “The Dress” è all’unanime uno dei pezzi migliori di tutto il 2025! Fossero tutte così visionarie le band italiane …

47) Park Jiha con “All Living Things”: la sudcorea non è soltanto K-POP, ma ci sono anche artisti del genere. Una donna polistrumentista, che ci delizia con la folk music tramite strumenti interamente tradizionali. La sua musica ricorda il suono degli uccelli nei verdi boschi coreani.

46) Rob Mazurek con “Nestor’s Nest”: il clarinettista Mazurek ci regala un disco caotico, immerso nelle atmosfere della natura, che mischia schegge jazz e noise.

45) Aya con “Hexed!”: pura energia, esplosione di sonorità elettroniche, hardcore, rock, in un calderone infernale e spiazzante.

44) Geese con “Getting Killed”: un art rock molto promettente, soprattutto per il futuro della musica, con la voce del nostro frontman fin troppo particolare, che la si ama o la si odia.

43) Mulatu Astakte con “Mulatu plays Mulatu”: l’ottantaduenne etiope con un disco jazz e di world music davvero bello, suonato come fosse un ragazzino.

42) Mac DeMarco con “Guitar”: il buon DeMarco non sbaglia mai, è una garanzia nella sua comfort zone di un album di soft rock da mezz’ora.

41) Mogwai con “The Bad Fire”: gli scozzesi Mogwai, ormai dei veri e propri veterani, con il loro emozionante post-rock quasi interamente strumentale. Suonato divinamente.

40) Patrick Watson con “Uh Oh”: un altro disco riuscito di questo raffinato cantautore canadese, che canta in inglese e in francese senza alcun problema, districandosi sempre alla grandissima.

39) Frankie Cosmos con “Different Talking”: artista molto dolce, suffusa, che canta il suo indie rock molto orecchiabile e intimo, quasi sussurrato. Sempre una garanzia, Frankie.

38) Billy Woods con “Williwog”: un disco di hip hop non facile, molto inquietante, con campionamenti dalle tinte horror, che arricchiscono un disco altrimenti “normale” e che invece lo innalzano a qualcosa di diverso dal solito.

37) Backxwash con “Only Dust Remains”: il giovane rapper zambo-canadese rimane uno dei più interessarti artisti del suo campo. Sempre vale la pena ascoltare ciò che ha da dire. La sua musica è spettacolare, tra tradizione e avanguardia.

36) Clipse con “Let God Sort Em Out”: un gangsta rap visionario, immersivo, perfetto per chiunque. Un rap vecchia scuola, ma che guarda anche al futuro. Promosso a pieni voti.

35) Shame con “Cutthroat”: questa giovane band del Sud di Londra cavalca l’onda del momento dalle loro parti, ovvero il post-punk. Quello che suonano è dunque il più classico post-punk revival, ma lo fanno benissimo, c’è poco da dire.

34) Deftones con “Private Music”: dopo cinque anni di pausa, il ritorno di questa band che produce un notevole disco di alternative metal che sfocia anche nella shoegaze, conferendo al tutto le giuste atmosfere.

33) Igorrr con “Amen”: l’artista polistrumentista francese Gautier Serre torna anche lui dopo cinque anni di pausa con un nuovo disco di black metal sperimentale, con influenze gotiche, suonato puntualmente, ma capace anche di emozionare. Una messa infernale.

32) Faetooth con “Labyrinthine”: uno dei dischi metal più belli, anzi, forse il più bello. Merita un ascolto da parte di tutti, anche da quelli meni avvezzi al genere.

31) Tame Impala con “Deadbeat”: Kevin Parker realizza un altro progetto solista di spessore, col suo solito synth preciso, chirurgico, capace di colpire chi ascolta e di scaldargli puntualmente il cuore.

30) Venturing con “Ghostholding”: questa ragazza non è altro che Jane Remover (vedi posizione 100) sotto falso nome; qui abbandona il suo amato hyperpop per concentrarsi su sonorità indie, emo, soft … già ve ne avevo parlato con l’EP uscito lo scorso anno; in questo 2025 amplia la durata del progetto, ovviamente, e ci regala un disco interessante e che esce dalla sua comfort zone.

29) Stereolab con “Instant Holograms On Metal Film”: dopo quindici anni di attesa, ecco il ritorno di questa storica band anglo-francese, con un disco di rock soffuso dalla durata di un’ora. Un’ora che passa velocemente e che vi farà sembrare di vivere un sogno o stare tra le nuvole.

28) Cate Le Bon con “Michelangelo Dying”: una sicurezza questa cantautrice gallese, che canta il suo personale folk come una mistica sacerdotessa.

27) Florence + The Machine con “Everydoby Scream”: il ritorno di Florence e della sua banda con la sua classica musica femminile, femminista, con cui lancia i suoi anatemi da strega. Altro lavoro imperdibile.

26) Glaive con “Y’all”: il giovanissimo Ash Blue Guitierrez, classe 2005 (!), è già al terzo disco in tre anni. La sua musica è un miscuglio perfetto tra hyperpop, indie rock e parti rap. Disco che ho amato a partire dalla copertina, il disegno di un calciatore con la maglia della Juventus!

25) Yung Lean con “Jonatan”: il rapper svedese ci regala un disco abbastanza bistrattato; io che ne capisco poco, per forza di cose, l’ho amato! Tracce di hip hop, certo, ma soprattutto tantissimo rock, art rock, indie, tracce di emo. Canzoni orecchiabili e memorabili. A me ha conquistato in pieno, sarò strano io.

24) P38 con “DITTATURA”: allora, questi ragazzi sono i soli in Italia capaci di scrivere testi veri, crudi, i più onesti e veritieri possibili, capaci come nessun altro di criticare, imbarazzare e mettere in mutande il sistema. E questo lo si nota con tutto quello che passano ogni volta con le autorità. In più mettiamoci una trap fatta con criterio e dal respiro internazionale e il più è fatto. Lunga vita ai compagni della P38!

23) Candelabro con “Deseo, carne y voluntad”: dal Perù arriva questa band che suona un rock leggero unito alla folk music. Il mix di generi e stili diversi funziona benissimo, regalando al pubblico un album indipendente emozionante, anche nella sua lunga durata.  

22) Gwenifer Raymond con “Last Night I Heard The Dog Star Bark”: la musica totalmente strumentale di questa ragazza che sembra ricalcare, con la sua chitarra, i passi di Sandy Bull.

21) Neil Young con “Oceanside Countryside”: dagli sterminati archivi di questo leggendario artista, ecco recuperato un altro lavoro composto nel 1977 a Malibu, subito dopo la registrazione di “Comes a time”. Il terzo album del 2025 di Young è decisamente quello più bello, non avendo nulla da invidiare ai lavori di quegli anni. Peccato sia stato scartato ai tempi, fortuna sia stato conservato per tutti questi anni. Riesumato.

20) Pulp con “More”: tornano clamorosamente dopo 24 anni i grandissimi Pulp, esponenti minori del Britpop, e lo fanno rinnovando le loro sonorità e regalandoci un pop moderno e anche perfetto da ballare.

19) Neptunian Maximalism con “Le Sacre Du Soleil Invancu”: la psichedelia è sana e salva grazie a questi ragazzi belgi che suonano musica pura e spirituale come nessun altro in giro per il mondo.

18) Model/Actriz con “Pirouette”: sembrano dei veterani, questi ragazzi che hanno all’attivo solo due dischi. La loro musica è difficile da raccontata, va ascoltata. Vi basta sapere che il loro è un dance-punk sperimentale e visionario.

17) U.S. Girls con “Scratch It”: il progetto solista di Meghan Remy mi aveva catturato già dal 2018. Seppur diversa da quei tempi, la sua musica è capace di emozionarmi, anche in questa nuova sua virata nel country più intimo.

16) Thee Headcotees con “Man-Trap”: il disco punk dell’anno. Un gruppo tutto al femminile che espone con rabbia la propria musica. Presente anche una cover di “Paint It, Black” degli Stones.

15) Maruja con “Pain to Power”: la sorpresa dell’anno. Da Manchester una band che picchia duro, muovendosi tra jazz, noise e rock. Un esperimento imperdibile e che ha colpito più meno tutti, vedendo quante volte è stato citato nelle svariate classifiche di fine anno. Mostruosi.

14) Wet Leg con “Moisturizer”: questa band, ma dove a cantare sono due ragazze, l’ho sempre amata. I loro singoli power pop sono elettrizzanti e potenti, una botta di adrenalina. Tre anni dopo il loro folgorante esordio, li trovo migliorati sotto ogni aspetto.

13) Viagra Boys con “Viagr Aboys”: escluso il titolo, per il resto ci troviamo dinanzi un altro lavoro eccezionale di questa band post-punk svedese che rimane tra le più interessanti nel panorama internazionale.

12) Ciśnienie con “(Angry Noises)”: dalla polonia arriva questa band dal nome particolare, “Pressione” in italiano, che con sole lunghe quattro tracce decide di irrompere in modo furioso, pressando e schiacciando la scena rock mondiale. Il loro jazz-rock acido, unito al noise e al progressive non ha forse precedenti in questi ultimi anni. Assurdo.

11) Clipping con “Dead Channel Sky”: l’hip hop sperimentale, industrial, di questa band mi ha folgorato e stregato, ipnotizzato. Sfiora di poco la top 10, ma davvero di pochissimo. Eccellente.

10) Franz Ferdinand con “The Human Fear”: quanti avranno abbandonato, nel corso degli anni, questa band esplosa durante la moda dell’alternative rock dei primi anni duemila? In molti, ma di certo non io. Infatti, la band di Glasgow si dimostra ancora capace di creare canzoni memorabili, certamente cambiando un po’ lo stile e adattandolo al corrente decennio.

9) Jerskin Fendrix con “Once Upon A Time … In Shropshire”: il compositore di fiducia del regista greco Yorgos Lanthimos tira fuori dal cilindro un album sorprendente dall’inizio alla fine, componendo le musiche e cantando (inedito per chi lo conosce solo per le sue colonne sonore). Inconfondibile la sua musica, fatta di archi pomposi e spesso distorti.

8) David Byrne con “Who Is The Sky?”: l’ex cantante dei Talking Heads torna a volare alto come non faceva da tempo con questo album strepitoso. Diverse le canzoni da cantare a voce alta, da ballare, come solo e soltanto Byrne ha sempre saputa fare, dagli anni ’70 fino ad oggi.

7) Swans con “Birthing”: sì, i Cigni non sono più quel gruppo dirompente degli anni ’80 e ’90 capace di inquietare generazioni … eppure, oggi, col loro post-rock riescono ancora a fare scuola a molti e ci dicono che sono ancora loro i Maestri del panorama rock mondiale.

6) Squid con “Building 650”: la più grande speranza per la musica rock nel mondo. Col loro art punk colpiscono al cuore dell’ascoltatore, lasciandolo inchiodato sul posto, impossibilitato a muoversi e costretto ad ascoltare i loro fantastici deliri musicali.

5) The Last Dinner Party con “From The Pyre”: secondo album per questo gruppo femminile, che anche lo scorso anno era piombato nella mia top 10. Nel giro di un anno riescono a mantenere lo stesso livello e a stabilirsi nuovamente, salde, tra i primi cinque. Il loro pop barocco è una boccata d’aria fresca. Preziose.

4) Black Country, New Road con “Forever Howlong”: disco eccezionale, memorabile, ma difficile da descrivere al tempo stesso. Va semplicemente ascoltato e apprezzato. Etereo.

3) Big Thief con “Double Infinity”: il super gruppo guidato da Adrianne Lenker ci regala l’ennesima gemma folk, molto intimo, sussurrato, delicato, come in pochi, oggi, sono ancora in grado di fare.

2) Anna Von Hausswolff con “Iconoclasts”: un viaggio di circa due ore capace di suscitare quasi tutte le emozioni possibili nell’ascoltatore. Dalla gioia all’inquietudine, passando per la rabbia o la tristezza. Imprescindibile, tra i dischi usciti quest’anno.

1) Brian Eno & Beatie Wolfe con “Luminal”: ma il primo posto di questa discutibile classifica se lo prende il mitico e infinito Brian Eno, accompagnato dalla voce di una cantante anglo-americana a me prima sconosciuta. Per l’esattezza nel solo 2025 il compositore ci ha regalato una trilogia spaziale: “Lateral”, “Luminal” e, infime, “Liminal”. Lui che crea le melodie, le composizioni, lei che canta con una voce gentile, rassicurante. 153 minuti di pura, cosmica e preziosa musica. Un inno alla vita.  



venerdì 9 gennaio 2026

CLASSIFICA DEI LIBRI LETTI NEL 2025

MENZIONI D’ONORE:

“Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde (1890): superfluo anche solo metterlo in classifica questo Classico senza tempo della letteratura gotica, indubbio capolavoro. Mi ha colpito non solo per le sequenze horror inquietanti come l’omicidio del pittore, o il finale, ma soprattutto per lo stile utilizzato dall’esteta irlandese e per la descrizione satirica e minuziosa dell’alta borghesia inglese.

“We Are All Human” di Giuseppe Improta (2025): un testo di oltre trecento pagine interamente dedicato al fenomeno del K-Pop, sviscerato a 360 gradi, dalle band ai produttori, passando per i survival show, partendo dagli albori fino ad arrivare ai giorni nostri. Il tutto impostato come fosse una tesi universitaria, ma aggiungendo anche piccoli pareri personali e numerose fotografie; un testo perfetto sia per i neofiti che per gli appassionati di lunga data, che avranno riassunta tutta la storia del loro movimento musicale preferito.

“Le foto che hanno segnato un’epoca. Storie di Sport.” di Roberto Vitale (2025): libro biografico dedicato allo sport, dove ad ogni sportivo citato viene realizzato un piccolo ritratto della sua vita, associando, la maggior parte delle volte, una fotografia storica della sua carriera. Non mancano i grandi nomi (nella bella copertina possiamo ammirare Muhammad Alì), ma sono presenti anche parecchie chicche per gli appassionati dei volti dimenticati dello sport.

33) “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti” di Han Kang (2025): questo libriccino dal costo indicibile non è altro che la trascrizione del discorso di ringraziamento della scrittrice sudcoreana, fresca vincitrice del Premio Nobel, al momento del ritiro dell’ambito premio. Nonostante ciò, ci sono comunque interessanti spunti di riflessione. P.S.: letto rapidamente in libreria dato il costo di oltre 5 euro per circa 40 pagine … 

32) “L’Italia delle Meraviglie” di Vittorio Sgarbi (2008): un viaggio da Nord a Sud per tutta la penisola, alla ricerca di opere d’arte meno note nei grandi centri o nei più piccoli borghi. Cultura immensa, quella di Sgarbi, capace di nominare centinaia di artisti, tra pittori e scultori vari; l’unico problema del libro è essere spesso più un elenco di nomi e, in più, la povertà delle immagini presenti all’interno costringono il lettore a cercarsi su internet, per conto proprio, le opere di cui si parla, il che può risultare alla lunga scomodo.

31) “Una Storia Scomoda …” di Antonio Caiazza (2025): una storia folle, quella della (semi) realizzazione del film “Il Generale dell’Armata Morta” con Marcello Mastroianni, che originariamente doveva essere girato nella chiusa Albania di Enver Hoxha, ma che poi, per una vicenda che rasenta lo spionaggio, ha chiuso le porte all’ultimo momento la troupe italiana. Una storia tenuta nel dimenticatoio dal governo italiano per oltre quarant’anni, ma che il giornalista Caiazza riporta coraggiosamente alla luce dopo una montagna di ricerche.  

30) “Lo stesso mare” di Amos Oz (1999): forse il più grande scrittore israeliano di sempre, colpisce più per lo stile a metà tra prosa e poema che per la storia in sé, con più personaggi, ma molto rarefatta, radicata nella cultura giudaica e perciò difficile da capire fino in fondo a chi è al di fuori di quel mondo.

29) “Il Club Dumas” di Arturo Perez-Reverte (1993): ho letto questo libro perché ho da sempre amato il film di Polanski, “La Nona Porta”, tratto da questo romanzo. Anche questo si è rivelato un buon libro, capace di intrattenere, che spesso gioca con l’autore ed è infarcito di riferimenti; da leggere comunque, poiché, come ogni libro, si discosta in certi punti dal suo adattamento.

28) “Il Mar delle Blatte e altre storie” di Tommaso Landolfi (1939): una raccolta di racconti scritta molto bene, ma con un italiano che sembra ormai solo un ricordo, per una delle nostre migliori penne di sempre. Colpisce soprattutto per il racconto che dà il titolo al libro, il più lungo, in bilico tra il surrealismo e il romanzo d’avventura, partendo come una semplice storia d’amore non corrisposto, per poi trasformarsi in una sadica storia di pirati che si conclude con una assurda sfida a sfondo sessuale tra un uomo e una blatta! Anche gli altri racconti valgono la pena d’essere letti, per il loro surrealismo e per aver portato con anticipo il fantasy, il fantastico, in Italia.

27) “La Tredicesima Categoria della Ragione” di Sigizmund Krzizanovskij (1993): piccolo libriccino composto da tre racconti degli anni ’20 e ‘30 di questo scrittore russo, d’epoca sovietica, caduto nel dimenticatoio. Il primo racconto si interroga su una ipotetica morte di Dio, ed è davvero visionario e inquietante; il secondo è un grottesco racconto su una sepoltura. Mentre l’ultimo scritto è un breve saggio satirico, scritto in maniera profondamente ironica, sull’evoluzione delle insegne di Mosca, dall’epoca zarista a quella sovietica. Da riscoprire assolutamente.

26) “Romanzo Nero” di Rubem Fonseca (1992): in realtà una piccola novella pubblicata qui da noi, anni fa, da una piccola casa editrice, la Biblioteca del Vascello, per la collana “I Vascelli”. Un omaggio ai romanzi noir, oltre che ai thriller psicologici francesi degli anni ’60 e ’70. Un gioco al massacro pieno zeppo di colpi di scena, credetemi sulla parola, tra uno scrittore di successo e la sua amante, quasi interamente ambientato in una stanza d’albergo. Una bella sorpresa.

25) “L’ultima Seduta Spiritica” di Agatha Christie (1981): una raccolta dedicata esclusivamente ai racconti della nostra contenenti elementi o espedienti sovrannaturali (scoprirete come la Christie fosse affascinata dalle sedute spiritiche, che compaiono più e più volte, o sulla psicoanalisi). Paradossalmente, funzionano meno i racconti con Poirot e Miss Marple come protagonisti perché sono quelli, di conseguenza, dove il mistero “inspiegabile” viene infine smascherato. Miglior racconto: “La Radio”, davvero diabolico.

24) “Ci vediamo in Agosto” di Gabriel Garcìa Marquez (2024): un brevissimo libro pubblicato postumo più per lucro che per qualità dello scritto in sé (come ammettono coraggiosamente i figli dell’autore nella prefazione) ma che contiene sprazzi di vero Marquez. La storia, perfetta per l’estate, ambientata di anno in anno sempre lo stesso giorno di agosto, vede come protagonista una donna di mezza età sposata alle prese coi suoi rapporti occasionali lontani da casa, relegati proprio ad una sola notte. Dallo spunto tipicamente Marqueziano, questo racconto incompleto è capace di emozionare e divertire, risultando essere anche protofemminista.

23) “Volpe 8” di George Saunders (2013): uno degli autori più geniali del postmodernismo, con un piccolissimo libro che è più una fiaba per adulti e piccini sulle avventure di una volpe. Ciò che rende questo libriccino unico è lo stile adottato, ovvero aver scritto in prima persona, attraverso il punto di vista della volpe, che però non è capace a parlare con un corretto inglese, non essendo la sua lingua, dunque commettendo errori ortografici o storpiando tantissime parole!

22) “La Porta Proibita” di Tiziano Terzani (1984): raccolta di articoli, reportage ed esperienze condotte dal nostro più grande giornalista nel suo lungo periodo in Cina, dove ha addirittura vissuto con tutta la famiglia, con tanto di nuovo nome in cinese (Deng Tiannuo). Tutte le contraddizioni della Cina post-maoista, quella di Deng Xiaoping, che si stava aprendo piano piano al capitalismo. Impressionante quanto abbia visto e viaggiato il giornalista toscano in quel vastissimo paese, e in questo libro viene affrontata perciò ogni problematica e tematica immaginabile, dalla nuova gioventù cinese fino ai tibetani, passando per la politica del Figlio Unico.

21) “Triste, Solitario y Final” di Osvaldo Soriano (1973): un omaggio unico a Raymond Chandler e all’investigatore Philip Marlowe, qui riesumato e co-protagonista con … lo stesso Soriano! Metaletteratura e citazioni cinematografiche (darà il via alla storia proprio un vecchio Stan Laurel) illuminano questo piccolo romanzo crepuscolare, un canto del cigno di un certo tipo di letteratura noir-poliziesca e sulla Vecchia Hollywood.

20) “James” di Percival Everett (2024): ambizioso progetto per un veterano della narrativa black, che riscrive “Le avventure di Hucklebarry Finn” di Mark Twain, ma unicamente dal punto di vista dello schiavo letterato Jim (James). Ho deciso di leggerlo perché è stato un libro ultra-premiato, addirittura col Premio Pulitzer per la Narrativa 2025.  Non avendo letto il libro di partenza, datato 1884, non so quanto è frutto di Everett o di Twain. Nonostante ciò, risulta un libro avvincente, pieno di scene action, ma con un finale frettoloso e troppo supereroistico che forse influisce sulla totale credibilità del progetto.

19) “La persecuzione delle sorelle Mansfield” di Xenobe Purvis (2025): romanzo d’esordio ben scritto ambientato nelle campagne inglesi del XVIII Secolo. Un paesino è sconvolto da una estate torrida e da strani avvenimenti grotteschi e inquietanti … ma soprattutto cinque sorelle sono accusate di trasformarsi in cani ululanti e rabbiosi. Un libro che gioca molto sul confine del vero/non vero, raccontando la storia più che altro dal punto di vista dei retrogradi abitanti del paese. Si tratta di una maledizione o di una suggestione collettiva? Sta a voi scoprirlo.

18) “Musica Rock da Vittula” di Mikail Niemi (2000): la storia (semi)autobiografica dell’autore in questione e del suo amico Niila, intrappolati in una noiosa cittadina svedese al confine con la vicinissima Finlandia; noiosa, finché non approda il rock, come fosse un uragano, con Beatles ed Elvis in testa. Così i due decidono presto di formare una band! Ma il libro non parla solo di musica, ma anche di famiglia, di tradizioni, delle problematiche amorose con l’altro sesso. Un libro divertentissimo, spassoso, avvincente e che, essendo narrato dal punto di vista dei bambini, sfocia persino nel fantastico.

17) “Shadow Ticket” di Thomas Pynchon (2025): per più motivi, è stato pure l’anno di Pynchon, lo scrittore più misterioso di sempre, del quale abbiamo solo una manciata di vecchie fotografie e poco altro. E lo è stato anche perché è tornato nelle librerie con un nuovo romanzo, ben dodici anni dopo il precedente. Pensate, in oltre sessant’anni di attività questo è appena il suo decimo lavoro! Questa sua ultima fatica, scritta a ottantotto anni, fa eco a “Vizio di forma” ed è un omaggio ai libri noir di Raymond Chandler. Il calderone del nostro è il solito: nazisti, mafiosi italiani, gangsters, personaggi folli, perfino un Golem (!), in una storia che vede il nostro investigatore di Milwaukee, Hicks, alla ricerca, addirittura a Budapest, della figlia di un ricco boss del formaggio a stelle e strisce. Un divertito e spensierato Pynchon solo all’apparenza, poiché alla fine del libro ci presenta una ucronia, ovvero col Presidente Roosvelt deposto e un dittatoriale generale MacArthur al potere. Mai banale, questo scrittore, anche nelle sue opere meno memorabili.

16) “Jazz” di Toni Morrison (1992): libro scritto benissimo, d’altro canto si tratta di una penna (black) Premio Nobel. La storia, sofferente e a tratti straziante, si dipana attraverso gli anni, dalla schiavitù fino ai Ruggenti Anni Venti.

15) “Margherita Dolcevita” di Stefano Benni (2005): quest’anno ci ha lasciati quello che reputo uno dei più grandi scrittori italiani dagli anni Ottanta in poi e che ho avuto il privilegio di incontrare. Anche questo suo lavoro non fa eccezione. Anche se non può essere annoverato in una sua top 10, magari, è comunque spassoso, malinconico e con alcuni passi memorabili, capaci di far scompisciare dalle risate il lettore. Nonostante la spiccata ironia, non manca la critica feroce alla società borghese, alle cose futili, al consumismo. Grazie di tutto, Lupo!

14) “Poirot e i Quattro” di Agatha Christie (1927): libro (apparentemente) atipico dedicato al celebre investigatore belga, alle prese con intrighi spionistici interazionali e con complotti di vasta portata. Narrato in prima persona dall’aiutante Hastings, come fosse un nuovo Watson, le vicende narrate vedranno un inedito Poirot d’azione combattere contro Quattro influenti persone che tentano di rovesciare il mondo …

13) “Shy” di Max Porter (2023): metà anni Novanta, Inghilterra. Shy è un problematico ragazzo che frequenta una particolare scuola per ragazzi problematici, ahimé prossima alla chiusura; ho letto questo libro per due ragioni: primo, quest’anno è uscita la trasposizione (non l’unica, però, da questo scrittore, vedi anche “Il Dolore è una cosa con le piume”) dal titolo “Steve”, che capovolge il punto di vista della narrazione (con il preside Steve come protagonista e il ragazzo più sullo sfondo) e che troverete nella classica dei film del 2025. Secondo motivo, adoro lo stile sperimentale e geniale, avanguardistico, di Porter. Il booktuber Marco Cantoni lo definisce come un pittore che ha a disposizione una pagina bianca, come fosse una tela intonsa, e inizia a dipingerci sopra. Niente di più vero. Max Porter gioca con lo stile, a metà tra prosa e poesia, va a capo quando vuole, gioca con la dimensione e disposizione dei caratteri. I suoi libri non sarebbero poi così interessanti, privati del suo unico stile.

12) “Vizio di forma” di Thomas Pynchon (2009): spassoso libro dello scrittore post-moderno più misterioso di sempre, perfetto per l’estate. Ho letto questo romanzo neo-noir poiché sono da sempre un difensore del film omonimo, uno dei lavori più sottovalutati del regista Paul Thomas Anderson. Questo libro è capace di intrattenere e vive grazie al suo indimenticabile protagonista, Doc Sportello, un investigatore privato ex hippie, costantemente sotto acidi, coinvolto nei più impensabili complotti di LA.

11) “Che la festa cominci” di Niccolò Ammaniti (2009): senza ombra di dubbio il romanzo più divertente letto quest’anno; un Ammaniti senza freni, delirante e divertito, che ambienta il suo delirio grottesco nel parco (o meglio, giungla?) di Villa Ada, (ri)aperta da un eccentrico miliardario che vi organizza un safari all’interno. Cosa potrà mai andare storto? Il protagonista, uno scrittore depresso, dovrà fare i conti con una setta satanica pronta a compiere un folle gesto, una cantante pura e casta redenta, elefanti imbizzarriti e le strane creature che popolano quel posto, discendenti diretti degli atleti sovietici dell’Olimpiade del 1960 di Roma. Un folle calderone, come potete constatare, ma gestito e calibrato alla perfezione da uno scrittore capace di stupirmi ogni volta.

10) “Vaim” di Jon Fosse (2025): lo scrittore norvegese Premio Nobel 2023 finalmente ritorna, e lo fa con un breve libro, più che altro una novella, scritta con uno stile particolarissimo (infatti non troverete una gran punteggiatura: aboliti il punto, oltre alle virgolette dei dialoghi, si mantiene solo la virgola). In una storia che nelle prime venti geniali pagine è soltanto il racconto di un uomo che deve comprare ago e filo (da qui la copertina) perché deve ricucirsi un bottone del vestito. Poi ovviamente la storia si sviluppa e diventa quasi una storia di fantasmi (?), su un amore perduto, poi ritrovato, di una amicizia perduta anch’essa, per poi cambiare punto di vista. In poche pagine, c’è tutto. Mi ha conquistato.

9) “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace (1989): uno dei primi libri del compianto DFW, una raccolta di nove racconti che colpisce per la sua creatività, e che mostra già tutto il talento di quello che sarà il più grande scrittore della sua generazione. ‘Piccoli animali senza espressione’ colpisce per la descrizione dei media, così come ‘La mia apparizione’, ambientato durante il “Late Night Show” di David Letterman; ‘Lyndon’ è un ritratto esaustivo, duro e malinconico sulla figura del controverso Presidente L.B. Johnson; ma il racconto più particolare è senza dubbio quello omonimo che descrive il morboso rapporto tra un politico conservatore e un gruppo di ragazzi punk di LA!

8) “Streghe Fraterne” di Antoine Volodine (2019): libro sperimentale di uno scrittore francese senza dubbio tra i più geniali del XXI secolo. Questo libro si divide in tre parti ben diverse: nella prima, scritta sotto forma di interrogatorio, vengono narrate le brutali sorti di una compagnia teatrale itinerante, composta da quasi sole donne, che si muove in un mondo post-post-sovietico, in un futuro distopico e medievaleggiante; la seconda parte, drasticamente differente, elenca i sortilegi (come fossero dei dogmi) che venivano menzionati nella prima parte; l’ultima parte, la più ostica, consiste in un'unica frase lunga circa cento pagine. Una storia brutale, sofferente, cinica, dove le violenze descritte mi hanno ricordato la crudezza di “Trilogia della Città di K.”

7) “L’incanto del Lotto 49” di Thomas Pynchon (1966): il folle esordio del più misterioso scrittore di sempre, non è che un breve romanzo più simile a una allucinazione, con tutte le tematiche care al nostro già presenti all’interno, dai complotti ai personaggi grotteschi, passando per i dialoghi fuori di testa … in una trama che vede una giovane ereditiera coinvolta in un complotto su scala nazionale riguardante il sistema postale statunitense.

6) “Underworld” di Don DeLillo (1997): uno dei più grandi scrittori della seconda metà del Novecento, costruisce una storia ambiziosa, monumentale, che consta di quasi 900 pagine e che si muove in più linee temporali. Per la precisione, negli anni ’50, ’70 e infine ’90. Il tema centrale del libro è la Guerra Fredda e l’intenzione è quello di fare un ritratto degli USA di quel periodo storico. Emblematica è la tematica di perdizione del paese al termine del conflitto, come se non avere più un nemico, una nemesi, abbia come destabilizzato gli Stati Uniti stessi. Partendo da uno storico fuoricampo in una partita di baseball, la storia segue anche il percorso della pallina in questione, prima raccolta da un bambino nero, poi venduta dal padre e così via … questo maggufinn è il pretesto, per l’appunto, per viaggiare nel tempo e incontrare numerosi personaggi. Belli i momenti grotteschi del libro, quelli con l’artista Klara Sax, con la Poetica Dell’Immondizia, col (fittizio) film perduto del regista Eistenstejin. Molto riuscita anche la parte finale. In definitiva un romanzo complesso, dispersivo, ma anche affascinante e scritto di lusso come solo un genio del post-moderno di nome DeLillo è in grado di fare.

5) “Pastorale Americana” di Piliph Roth (1997): uno dei romanzi più noti del Maestro post-modernista americano, capace per questo di accaparrarsi il prestigioso Premio Pulitzer nel 1998. Questo libro è un lungo viaggio negli States del dopoguerra, immersi fino al collo nella guerra fredda e nelle tensioni interne, soprattutto legate alla guerra del Vietnam, il tutto filtrato attraverso gli occhi del ricorrente narratore alter-ego del nostro Roth, Nathan Zuckerman, che ci parla della vita di Seymour Levov, ribattezzato lo Svedese. La vita dello Svedese cambierà per sempre quando sua figlia Merry, legata ad attività sovversive di estrema sinistra, compirà un attentato mortale nella loro ridente cittadina di Newark, New Jersey, e in seguito costretta a fuggire e nascondersi per il resto dei suoi giorni. La ricerca disperata del padre, vittima dei sensi di colpa, sarà un pretesto per capire cosa ha spinto la ragazza a compiere quel gesto e ad analizzare a fondo un paese controverso e contraddittorio come gli Stati Uniti d’America. Un libro che è già un nuovo Classico della letteratura made in USA e una lettura imprescindibile.

4) “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi (2010) uno spassoso e lungo spaccato della storia italiana del Novecento, amato non solo dal sottoscritto ma anche dalla critica specializzata, che lo premiò con il Premio Strega nel 2010. Un viaggio lungo circa cinquecento pagine, che parte dalla Prima Guerra Mondiale fino ad arrivare alla Liberazione, soffermandosi naturalmente sul ventennio fascista e le bonifiche pontine. Non solo un romanzo che fonde sapientemente narrativa, storia italiana e personaggi storici realmente esistiti, ma anche un libro pieno zeppo di umorismo. Ho apprezzato il fatto che i dialoghi sono scritti soltanto in dialetto veneto-pontino, e ciò conferisce notevole umorismo. Il libro, narrando le vicende di ogni membro della numerosa famiglia Peruzzi, dalla loro povertà nella Pianura Padana fino all’emigrazione verso i poderi di Littoria, ricorda le saghe familiari che poteva raccontare visivamente un Ermanno Olmi, ma unendo l’umorismo nero di Ettore Scola. Per Pennacchi è stato il libro della sua vita, infatti nella prefazione ci dice che è venuto al mondo per scrivere questo libro. In definitiva, non posso che essere d’accordo!

3) “Il Soccombente” di Thomas Bernhard (1983): lo stile di Bernhard o lo ami o lo odi, pensai, mentre scrivevo queste poche righe. La storia di tre amici, pensai, che coinvolge il narratore, Werthmeier (il soccombente della storia, così lui), e Glenn Gould, l’unico personaggio reale, pensai, virtuoso del pianoforte del Novecento, celebre per le sue variazioni Goldberg, pensai. La storia di questa amicizia tormentata, pensai, non era altro che il pretesto per attaccare l’Austria di Bernhard, così lui. Mi trovavo di fronte ad un Capolavoro, pensai, non facile, ma scritto con una maestria eccelsa da parte dello scrittore, pensai, come fosse anch’egli un virtuoso pianista della letteratura, col suo particolare ritmo, pensai. Questa piccola recensione è stata scritta, pensai, con lo stile utilizzato dall’autore per tutto il testo, così lui.

2) “Cattedrale” di Raymond Carver (1983): con questi racconti Carver ricodificò il modo di scrivere storie brevi, inventando un vero e proprio stile asciutto, breve e crudo, ma anche vivido e incredibilmente realistico, basato sulla nostra vita di tutti i giorni. Ogni racconto, chi più chi meno, è un grande-piccolo Capolavoro. Ovviamente svetta quello col titolo omonimo, ma anche “Una cosa piccola ma buona” e “Vitamine” sono grandi, grandissimi esempi di narrativa breve. Nessuno, dopo di lui, ha saputo più scrivere in questo modo storie brevi. C’è un pre ed un post-Carver.

1) “Alla Linea” di Joseph Ponthus (2019): il mio
libro dell’anno. Intenso, doloroso, crudo, ma anche pieno di speranzosa rabbia. Ponthus, un giovane operaio francese scomparso tragicamente dopo un brutto male a soli 42 anni, apprende la lezione di Thierry Metz e del suo “Diario di un manovale” e dunque scrive un romanzo sottoforma di poema, suddiviso in numerosi capitoli, ben 66. Anche i ringraziamenti finali, per intenderci, sono scritti in versi! Ponthus, operaio letterato, ci descrive i soprusi della fabbrica, dei padroni, e l’alienazione di lavorare alla linea, ovvero alle catene di montaggio. Dapprima in una fabbrica di gamberetti (<<Dove almeno si poteva rubare un granchio, ogni tanto>>), per poi finire in un terribile mattatoio. Un romanzo proletario dove sembra riecheggiare la voce di denuncia di Ken Loach. Un romanzo, questo, che rimarrà nella storia e che verrà citato, per forza di cose, dai prossimi rivoluzionari, se mai ce ne saranno di nuovi.


venerdì 3 ottobre 2025

UNA BATTAGLIA DOPO L'ALTRA - PICCOLA ANALISI DI UN GRANDE CAPOLAVORO

0.1 Il film parte subito in quarta, spiazza lo spettatore, mostrando da una parte le azioni del gruppo rivoluzionario “French 75” di chiara estrazione marxista-leninista (uno di quei gruppi che un qualsiasi Stato bollerebbe come <<Organizzazione Terroristica>>), dall’altra la travolgente storia d’amore tra due membri dell’organizzazione, Ghetto Pat (Leonardo DiCaprio) e Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor). I due avranno una figlia, Willa (Chase Infiniti), ma Perfidia presto si sentirà inadatta al ruolo della madre e deciderà di scappare via, per di più tradendo i suoi vecchi compagni, dopo essere stata braccata dal folle colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn). Ghetto Pat, ora ribattezzato Bob, che nel frattempo si è rifatto una vita in incognito, sedici anni dopo gli eventi iniziali è un boomer depresso, che soffre di attacchi di panico e che beve alcool e fuma erba, preoccupato soltanto dei primi problemi adolescenziali della figlia. Il vecchio colonnello, però, è ancora sulle loro tracce, avendo un conto in sospeso con quella famiglia, e arriva a rapire Willa. Da quel punto in poi parte la ricerca disperata di Bob per poter riabbracciare la sua unica ragione di vita, sua figlia. La parte centrale del film, la più riuscita, ha un ritmo serrato, non ti fa respirare, fa diventare il film un action movie adrenalinico. Nonostante la situazione drammatica, il regista alleggerisce il tutto scrivendo siparietti comici davvero esilaranti, conditi da un black humor efficace e battute davvero memorabili (<<Che ore sono?>>, <<Pensa al mare>>, <<Devo caricare il cellulare!>>). Non scherzo se affermo che questa parte centrale mi ha ricordato il film d’animazione “Alla ricerca di Nemo”, ovvero un padre insicuro alla disperata ricerca del figlio in mare aperto, senza molti appigli. Ma è tutto il resto, quello che sta intorno e che adesso proverò ad analizzare, che caratterizza e differenzia questo lavoro da questo classico tipo di storie.

0.2 “Una battaglia dopo l’altra” è il film più politico e socialmente impegnato di Paul Thomas Anderson, il quale non si tira indietro mettendo in scena degli Stati Uniti d’America violenti, razzisti, controllati da un altrettanto violento Stato di Polizia. È anche uno dei film più complessi del regista, che in due ore e quaranta minuti mette su sicuramente tanta carne al fuoco e, per questo, il suo decimo lungometraggio merita fin da subito più di una visione, anche perché allo spettatore, all’inizio, serve un po’ di tempo per entrare all’interno della vicenda e per districarsi col linguaggio in codice usato dai Rivoluzionari. Il più grande atto d’accusa di questo film, però, secondo me, è quello contro le politiche anti-immigrazioni statunitensi (in particolare quelle coi vicini messicani, emblematica infatti la scena d’apertura coi migranti salvati): ci tengo a ricordare che il paese in questione, che si fa portavoce della Democrazia mondiale, prende a frustate gli immigrati messicani al confine, per mezzo di poliziotti a cavallo muniti di fruste, in scene degne del peggior Far West; ancora, il muro anti-migranti al confine con il Messico è ormai realtà, alla faccia di quello di Berlino! Dunque, PTA si schiera apertamente contro questo tipo di politica isolazionista e paranoica, anche perché la forza degli Stati Uniti – mi vien da dire proprio in ambito culturale o sportivo – è la sua unione di culture e razze diverse.   

0.3 Il livello di messa in scena portato da Paul Thomas Anderson è Totale (ci tengo a scriverlo con la maiuscola), districandosi in primissimi piani, macchina in movimento nelle scene action, campi larghi, POV di auto in movimento per lunghissime strade prima in salita e poi in discesa o piani sequenza di personaggi ripresi di spalle. I luoghi scelti, soprattutto quelli della seconda parte, vasti e visivamente impressionanti, sono un grande omaggio ai film western e ai road movie. Non sembrano passati quattro anni dal precedente “Licorice Pizza”, ma un solo giorno. Anzi, il nostro sembra rinvigorito, un ragazzino che scopre il cinema per la prima volta (se non fosse per la maturità tecnica) e che si diverte a sperimentare più tecniche di ripresa. In definitiva, PTA dirige come uno Stanley Kubrick dei giorni nostri, confermandosi il più grande regista occidentale vivente.  

0.4 Una menzione d’onore obbligatoria deve essere rivolta alla colonna sonora di Jonny Greenwood, giunto alla sesta collaborazione col regista; credetemi quando affermo che quella che ascolterete si tratta di una delle migliori recenti composizioni per un film, capace di tenerti in tensione come una corda di violino più delle immagini stesse anche solo a un dissonante tasto del pianoforte. Anche le canzoni non originali sono coerenti con il momento raccontato nella scena e inserite perfettamente, iniziando con gli Steely Dan, passando per i Fugees ed Ella Fitzgerald e chiudendo il cerchio col compianto Tom Petty e i suoi Heartbreakers.

0.5 Un capitolo importante di questa mia piccola analisi deve essere dedicato alla performance degli attori. Raramente si riesce ad assistere a un tale livello performativo in un unico film. Leo DiCaprio è semplicemente esilarante nel ruolo di questo paranoico papà ex-rivoluzionario. Bravissimo nel cambiare aspetto e interpretazione dalla parte introduttiva alla seconda parte. Forte dei 25 milioni di dollari percepiti (a fronte di un clamoroso budget di 130 milioni, il più alto di sempre per il nostro regista) l’attore da anima e corpo a far vivere il suo personaggio e a caratterizzarlo con mille diverse sfaccettature; Sean Penn, nel ruolo dell’antagonista, se possibile, ruba addirittura la scena a tutti gli altri, recitando in maniera credibile sostanzialmente il ruolo di un pazzo squilibrato, infarcendo la caratterizzazione del suo colonnello con numerosi tic e scatti d’ira davvero impressionanti. Con il tempo, non ho dubbi che lo ricorderemo come il ruolo della vita per il buon Penn. Un divertente e divertito Benicio del Toro, inoltre, interpreta il Sensei messicano, maestro di Karate di Willa e Deus Ex Machina per Bob. Anche se il suo minutaggio è ridotto rispetto a quello degli altri, il suo personaggio zen ti entra dentro, arrivando a diventare – ne sono sicuro - il tuo personaggio preferito. Anche le donne, però, reggono il gioco alla pari: una sconosciuta ed esordiente Chase Infiniti, venticinquenne, è perfetta nell’interpretare una ragazzina in crescita, risoluta e combattiva come la madre, facendoti credere che non si tratta del esordio sul grande schermo. La cantante Teyana Taylor domina la parte introduttiva della storia, interpretando una donna guerrigliera e seducente, che farà perdere la testa a più di un uomo.

0.6 Anderson si conferma come l’unico regista capace di mettere in scena le follie visionarie dello scrittore di culto Thomas Pynchon, uno dei più grande geni della letteratura a stelle e strisce del Novecento. Già c’era riuscito nel 2014, adattando in maniera abbastanza fedele il romanzo noir “Vizio di forma” in un ottimo film con Joaquin Phoenix. In questo caso prende solo spunto da “Vineland” (1990), trasportandolo ai giorni nostri e adattandolo alle esigenze del nostro mondo. Pynchon, per chi non lo sapesse, è forse il più grande esponente del postmodernismo (insieme forse al solo DeLillo), una corrente letteraria del secondo Novecento tra le più apprezzate, che si basa su una forte esagerazione dei personaggi, su dettagli grotteschi, su una scrittura delirante e cervellotica col fine di andare a criticare in maniera oserei dire satirica la società capitalista. Infatti, in questo film troverete tantissimi elementi grotteschi o esagerati: ci sono suore che sparano coi mitra, rivoluzionari con lo skate, sette ariane ...

0.7 Un grande regista è capace di inserire i suoi omaggi, i suoi riferimenti cinefili, senza scadere nel ridicolo o nel plagio … un buon cinefilo, d’altro canto, ha il compito di scovarli, aiutando il prossimo a riconoscerli. Nel mio piccolo, ci ho provato anch’io ed ecco cosa ho scovato. Le nostre eroine che sparano con il mitra, oltre a citare verbalmente il personaggio Tony Montana di “Scarface”, sono similari a una scena del capolavoro “Sonatine” di Takeshi Kitano, dove una protagonista spara con la medesima arma. Il personaggio di DiCaprio è intento a guardare, sul divano di casa sua, il film italiano “La Battaglia di Algeri”, dedicato alla guerra partigiana algerina contro gli imperialisti francesi. La scena dell’inseguimento su e giù per la lunga strada fatta di salite e discese, costruita magistralmente con un assordante silenzio e più simile a una esperienza su una montagna russa, mi ha ricordato gli inseguimenti nelle lunghe strade deserte di Mad Max. Più in particolare, però, possiamo fare un parallelismo d’immagine con una scena di “Reichsautobahn”, un film documentario di Hartmut Bitomsky sulle strade della Germania Nazista dove ce n’era una molto simile a questa. I geometrici piano sequenza dei soldati ripresi di spalle nel campo militare non possono non ricordare le immagini di “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick. La questione dei messicani nascosti rimanda al film “Bread and Roses”, anche se narrato con stile e modi differenti e diretto da Ken Loach. La medaglia al merito conferita al colonnello per aver sconfitto il “French 75” è fittizia, anche se è dedicata a un personaggio realmente esistito, ovvero Nathan Bedford Forrest, già generale dei Confederati durante la Guerra Civile e, in seguito, primo Grande Stregone del Ku Klux Klan. Nella vita reale, dunque, non esiste nessuna medaglia dedicata a questo controverso personaggio storico; tuttavia, la medaglia più importante che il Klan poteva conferire ritraeva proprio il volto di Forrest! Inoltre, la questione “sette” è estremamente importante nel film poiché il gruppo ariano de “I Pionieri del Natale” gioca un ruolo chiave all’interno della vicenda, riducendo il ruolo del colonnello a quello di mera marionetta nelle loro mani, facendo intuire come anche il più spietato uomo può essere manovrato da un potere superiore.   

0.8 In conclusione, PTA mette in scena il suo paese in chiave distopica e utopica al medesimo tempo; distopica perché lo rappresenta come uno stato per e di suprematisti bianchi, con repressioni continue da parte della polizia, dell’FBI. Però, c’è anche una nota positiva: i giovani. Sono i più giovani, secondo il regista, coloro che dovranno farsi carico del futuro e risollevare le sorti di un Paese intero, con le loro lotte, i loro sogni e le loro proteste, ereditate dai vecchi combattenti che hanno fallito la loro lotta. E lo dovranno fare attraverso una Rivoluzione dopo l’altra.

venerdì 14 febbraio 2025

M. Il Figlio del Secolo - una Serie Tv Capolavoro?

 “(…) Mi avete amato follemente; per vent’anni mi avete adorato, temuto, come una divinità….e poi m’avete odiato, follemente odiato, perché m’amavate ancora. Mi avete ridicolizzato, scempiato i miei resti perché di quel folle amore avevate paura, anche da morto. Ma ditemi, a cosa è servito? Guardatevi attorno, siamo ancora tra voi.” 

La voce del Duce fuori campo, contrapposta a violente e rapide immagini di repertorio restaurate, riecheggia nelle nostre teste come se ci parlasse dall’oltretomba, come se il suo spirito fosse ancora nel mondo dei vivi, inaugurando in questo modo la serie tv tratta dal best seller di Mario Scurati, “M. Il figlio del secolo”; un libro capace non solo di esser letto da mezza Italia, nel 2018 e negli anni successivi, ma anche di vincere il Premio Strega. Per un libro storico camuffato da romanzo, un risultato molto importante…

Il primo tomo, capostipite di una fortunata saga (che ora a breve vedrà alla luce il quinto e ultimo capitolo), si occupa di un periodo che va dal 23 marzo 1919, data della creazione dei Fasci di Combattimento, al 3 gennaio 1925, data del celebre discorso “difensivo” di Mussolini in parlamento, ovvero l’evento simbolo che consacrò una volta per tutte il ventennio successivo. 

***

M-il Figlio del Secolo è il perfetto prodotto d’intrattenimento. Non esagero. Tutto è studiato fino al più piccolo dettaglio per farsi piacere, se non addirittura amare, dal pubblico più vario e più vasto possibile perché ha al suo interno una narrazione dinamica e coinvolgente, un attore protagonista in voga che da sempre il meglio di sé e un argomento che, per forza di cose, è (almeno nel nostro paese) morbosamente affascinante. Ecco perché una puntata tira l’altra, come un buon grappolo d’uva (anche facilitati da una durata di un’ora scarsa ad episodio). 

La serie, inoltre, farà la felicità degli studenti liceali per il suo essere così tanto “scolastica”, nel senso che tutto viene spiegato (con dei veri e propri brevi e scattanti riassunti storici), ogni personaggio viene introdotto biograficamente e ogni evento è ben contestualizzato. Se si è uno studente alle prime armi, bene, ma per me che ho sempre amato la storia del Novecento ecco che ho trovato tutto ciò un po’ ridondante e superfluo. 

Il Mussolini messo in scena è un personaggio che, ogni tre per due, sfonda la quarta parete (molto più di un Jordan Belfort in “The Wolf Of Wall Street”); e lo fa o per parlare agli spettatori, oppure per fare delle faccette rivolte in macchina, come quando reagisce a ciò che gli viene detto, bloccando temporalmente quasi la narrazione; fa il dito medio, tira occhiatacce, dice parolacce: è un Duce fortemente (post) moderno, capace di creare sicura presa sullo spettatore. Non si fa amare, ma cattura l’attenzione. Questo aspetto, però, è sempre delicato perché rischia di creare fascinazione su personaggi storici controversi o negativi, come in questo caso. Bisogna essere parecchio bravi a bilanciare il tutto. 

Ma dalle ultime due/tre puntate questo aspetto viene bruscamente ridimensionato perché, dopo prime puntate anche con inaspettati tocchi di black humor, si passa a dei toni più tetri e drammatici mano a mano che la situazione in Italia, dal punto di vista storico, si fa sempre più delicata, fino a culminare con il caso Matteotti. L’ultima puntata, l’ottava, sfocia proprio nell’horror gotico, mi vien quasi da dire, poiché un paranoico Mussolini verrà visitato più volte dallo spettro della vedova Velia Titta, moglie dell’Onorevole parlamentare scomparso. 

Le scenografie sono il vero punto di forza, secondo me, per il loro essere quasi espressioniste, teatrali, piene di impalcature ovunque (si rifanno al cinema espressionista tedesco, vedi “Il Gabinetto del Dottor Caligari”). 

La fotografia va a ruota, con tagli di luce impressionanti e colori bui, tetri, conformi al periodo trattato. 

Marinelli è stato mostruosamente perfetto ad interpretare un personaggio storico così difficile da rendere sullo schermo senza cadere nel macchiettistico. Per di più il suo personaggio compare al 99% delle scene, per otto ore circa, dunque non era facile essere così credibile per tutto il tempo con una costanza stakanovista. Il suo Mussolini è buffo, furbo, calcolatore, opportunista (prima fa la guerra alla borghesia, poi ci si allea); bluffa sempre, mente, è animalesco con le donne. Marinelli, inoltre, bravissimo nell’imparare gli accenti italiani, riesce a parlare romagnolo in modo credibile, almeno per quanto mi riguarda. Eccetto quando ride e torna ad essere il classico Marinelli, col suo ghigno e il sorriso alla Stregatto, a tutto denti. La somiglianza, comunque, spesso è inquietante, con le sue calvizie e gli occhioni completamente neri. Il suo non è un Mussolini patetico o volutamente ridicolo, ma teatrale per il suo modo di porsi, una consuetudine per le persone di quegli anni, che usavano parole e modi di fare che oggi sembrano buffi e inusuali. Tra l’altro, apro questa piccola parentesi, questo libro era stato già trasposto proprio a teatro (poi mandato in onda dalla Rai), con l’esperto Massimo Popolizio a interpretare il capo dello Stato. Questo a testimonianza di quanto la storia sia facilmente adattabile anche per il teatro. 

Mi ha fatto un po’ ridere, ma in senso buono, che ogni puntata si avvalga di una sorta di “Guest Star” storica: nella prima è senza ombra di dubbio D’Annunzio, che sbarca a Fiume; nella seconda è Marinetti, il poeta futurista, mentre nella terza abbiamo la comparsa del controverso aviatore Italo Balbo e un primo accenno di Matteotti. Nella quinta c’è Don Luigi Sturzo, lasciato solo dalla sua Chiesa. Poi arriva il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, <<il Nano>>. 

Il coprotagonista, invece, è a sorpresa tal Cesare <<Cesarino>> Rossi, nome poco conosciuto ai più, quando è stato un fascista della prima ora, storico collaboratore di Mussolini per il loro celebre quotidiano, Il Popolo d’Italia. Bellissimo, nella serie, vedere il passaggio della redazione da una sede più umile a quella sfarzosa, dopo il successo del Partito. È lui l’unico fascista, in questa serie, verso il quale lo spettatore prova simpatia: viene descritto come un ometto buffo, dal divertente e marcato accento toscano, dallo sguardo compassionevole verso le vittime (femminili) del Duce. Eppure, nella realtà dei fatti, era un fascista come tutti gli altri, dedito all’esaltazione della violenza, creatore della “Ceka nera”, la polizia segreta fascista, di sicuro vittima della stessa macchina nella quale era coinvolto, poiché alla fine è stato preso come capro espiatorio per il delitto Matteotti, finendo confinato a Ponza, mentre dopo la guerra, assolto dalle accuse legate all’affaire Matteotti, finì per scrivere per il giornale democristiano di Giulio Andreotti. 

Questo personaggio, seppur gradevole e ben interpretato dal buon Francesco Russo, risulta anche forzato perché troppo “buono”, dandomi la sensazione come se avessero dovuto mettere per forza qualcuno meno violento e simpatico per bilanciare il tutto. 

Passiamo ora al reparto tecnico: montaggio interessante, dinamico, che passa anche da scene a colori a quelle in bianco e nero, simili ai cinegiornali dell’epoca, con un B/N grezzo, sporco, d’annata. Ovviamente nulla di rivoluzionario, ma apprezzabile la scelta, dedicata anche per i meno avvezzi a un certo tipo di sperimentazione visiva.

Mentre le scene in bianco e nero sovrapposte a Mussolini che parla in primo piano e con le immagini in B/N alle spalle, non sono per nulla originali…lo faceva già Oliver Stone negli anni ‘90 con “Assassini Nati”! 

La regia di Joe Wright è fin troppo perfetta nella scelta simmetrica delle inquadrature, nelle numerosi sghembature e nei virtuosi movimenti di macchina, e rimane davvero difficile da criticare. 

Una colonna sonora moderna, ritmata, dai toni synth poteva stridere con gli anni ‘20 narrati, ma invece si plasma perfettamente con ciò che viene mostrato, rendendo piene di suspense o d’adrenalina anche semplici 

scene di dialogo o introspezione. 

Dopo aver visto la prima puntata avevo paura che la violenza fosse ridotta, perché nel primo episodio c’è ma è quasi sempre nascosta, nell’ombra, mentre mi sono ricreduto (per fortuna) dal secondo episodio in poi, quando ci sarà una scena di una violenza brutale, meravigliosa, con un montaggio alternato degli infami delitti delle “Squadracce” e di un primo piano del poeta Marinetti mentre decanta una sua classica poesia futurista. La scena migliore di tutta la serie, senza ombra di dubbio. È vero anche che la violenza fisica ha il suo apice nella seconda puntata, per poi passare a una maggiore violenza psicologica, fino ad un’altra esplosione di sangue legata all’omicidio del povero Matteotti. 

Nella quarta puntata, però, sono presenti le due scene più brutte non solo di questa serie ma forse tra le più brutte mai viste in una serie da molto tempo a questa parte, come quella della frase in inglese pronunciata dal Duce (non la scriverò per non rovinare la sorpresa, perché è davvero inaspettata, dovete credermi), davvero una scelta a dir poco squallida e poi, pochi minuti dopo, la classica battuta sui treni italiani che si potevano anche risparmiare. Comunque, due esempi esplicativi del perché questa serie sia stata così amata dalla maggior parte degli italiani medi. 

Nella sesta, invece, ci sono due battute che riprendono da diversi film cult: la prima viene pronunciata da Balbo, riprendendo un classico insulto del sergente Hartman in “Full Metal Jacket”; la seconda, detta da Cesarino, omaggia il Padrino e la sua celebre “offerta”. Entrambe le ho trovate un po’ fuori luogo e forzate. 

Infine, ecco i miei alle singole puntate: 

1a = 6,5/10 

2a = 8/10 

3a = 6/10 

4a = 5,5/10 

5a = 6,5/10

6a = 7/10 

7a = 7,5/10 

8a = 8/10

venerdì 17 gennaio 2025

CLASSIFICA DEI FILM USCITI NEL 2024 DAL PEGGIORE ... AL MIGLIORE!

77)“Madame Web” di S.J. Clarkson: semplicemente uno dei cinecomic più tremendi di sempre, perfino legato all’universo di Spider-man …

76)“The Crow-Il Corvo” di Rupert Sanders: un remake del cult del 1994, che più che altro è un oltraggio a quel bel film dalle atmosfere dark. Anche preso come film in sé … fa comunque schifo, grazie ad una trama raffazzonata, rapporti tra i vari personaggi ridicoli, veloci, e una recitazione imbarazzante.

75)“Mean Girls” di Arturo Perez Jr. & Samantha Jayne: altro remake di un altro film cult. Qui quantomeno si adatta dal teatro e il film precedente lo si lascia stare. Si è cercato di far qualcosa di diverso, dunque, realizzando un musical. Peccato che le coreografie facciano schifo (perché non esistono) e le attrici non possano essere iconiche come quelle del 2004. Scialbo.

74)“Here After” di Robert Salerno: un horror co-prodotto da Italia e Usa, ma che non fa paura manco per sbaglio, anzi. Un’esperienza premorte è il pretesto della classica storiella sulle possessioni.

73)“Night Swim” di Bryce McGuire: un altro horror che annoia soltanto. Qui abbiamo una piscina maledetta. Peccato che, da come è ripresa, dia allo spettatore soltanto voglia di farcisi un tuffo all’interno, altro che scappare!

72)“Dall’alto di una fredda torre” di Francesco Frangipane: l’eterno dilemma: a chi vuoi più bene, a mamma o a papà? Anonimo.

71)“Miller’s girl” di Jade Halley Bartlett: il classico film su rapporto non-tanto-scabroso alunno-professore, qui in una evidente versione per teenager.

70)“French Girl” di James A. Woods & Nicolas Wright: commedia poco divertente che mescola i film alla “Ti presento i miei” ai film sulla cucina. Unico motivo per guardarlo il mitico Zach Braff (JD in “Scrubs”), tristemente invecchiato.

69)“Dear Santa” di Bobby Farrelly: filmetto natalizio dove un satanico Jack Black, sempre divertentissimo, arriva in soccorso di un bambino dislessico (<<Dear Satan>>, scrive nella sua letterina, invocandolo per sbaglio) per farlo diventare più sicuro di sé. Nulla di originale, ma può strappare qualche risatina.

68)“January 2” di Zsofia Szilagyi: film ungherese abbastanza noioso incentrato su un trasloco di una donna appena divorziata. Girato anche bene, ma la pellicola non decolla mai. Visto su MyMoviesOne.

67)“Romina” di Michael Petrolini & Valerio Lo Muzio: sempre sulla stessa piattaforma è uscito questo documentario italiano socialmente impegnato che narra la vita di Romina, giovane ragazza di Bologna, divisa tra problemi familiari (madre ex delinquente) e la sua passione per la boxe.

66)“Apartment 7A” di Natalie Erika James: su Paramount+ è presente questo filmetto horror, prequel del capolavoro “Rosemary’s baby”; il film non fa paura manco per sbaglio, ma alcune scene sono comunque riuscite, come quelle più oniriche. I cattivi sembrano avere più ragione dei buoni, però …

65)“Race for Glory: Audi vs Lancia” di Stefano Mordini: questo film italiano sembra la brutta versione del recente “Ferrari” del grande Mann. Classico film sulle corse, si lascia guardare, nonostante uno Scamarcio non troppo in parte.

64)“Here” di Robert Zemeckis: incredibile delusione questo film parzialmente sperimentale di questo regista cult, che decide di utilizzare un’unica inquadratura all’interno di una casa, giocando col tempo (vedi la stessa tematica nel suo “Ritorno al futuro”), partendo dai dinosauri fino ai giorni nostri – c’è davvero di tutto, dai coloni, alla guerra, fino al periodo Covid. Peccato che il tutto sia uno spot per fare vedere quanto l’America sia brava, buona, felice e borghese. Montaggio temporale anticipato da sorta di ‘riquadri’ rettangolari che non ho proprio apprezzato, anche se rimandano al fumetto dal quale è tratto. Musiche pompose e CGI prepotentemente presente (mi avete distrutto “Irishman” per questo motivo, io ricambio così) …

63)“Emilia Pérez” di Jacques Audiard: eccoci qui con uno dei film più chiacchierati dell’anno, sicuro protagonista ai prossimi Oscar e già vittorioso a Cannes e ai Golden Globe. Un film indubbiamente ben diretto, che fonde gangster movie e musical (solo due le canzoni riuscite, per me), in più con il cambio di sesso come tema delicato inserito. Film che ha fatto infuriare i messicani per la rappresentazione stereotipata del paese. Spesso sembra scritto per una pubblicità-progresso. Bene Zaldana e Gascon (anche se non sanno parlare messicano, il che risulta tragicomico), male Selena Gomez. Ampiamente sopravvalutato.

62)“Materia vibrante” di Pablo Marin: cortometraggio sperimentale in bianco e nero dedicato a una città cara al cineasta.

61)“Extremely Short” di Koji Yamamura: corto d’animazione molto breve, in bianco e nero, ma ‘vorticoso’ e dinamico.

60)“Back to Black” di Sam Taylor-Johnson: la regista di quella perla di “Nowhere boy” (sull’infanzia di John Lennon), qui toppa - in parte – in quest’altro biopic musicale. Amy Winehouse torna in vita in una rappresentazione lineare, ben fotografata, ma piatta e senza sorprese.

59)“L’Empire” di Bruno Dumont: questo grande regista francese prova a fare un “Guerre Stellari” comico ambientato ai giorni nostri, nella nostra società. Il risultato, questa volta, non mi ha convinto del tutto, annoiandomi più volte. Comunque, da recuperare se si amano gli esperimenti tra generi cinematografici.

58)“Lisa Frankenstein” di Zelda Williams: la figlia del compianto Robin Williams esordisce con una commedia-horror per ragazzi, purtroppo non così originale, fondendo Burton e le storielle Disney. Tantissimi gli omaggi al genere horror e dark all’interno.

57)“Dagon” di Paolo Gaudio: purtroppo ‘soltanto’ un brevissimo corto italiano d’animazione, realizzato brillantemente in stop-motion, tratto dalla celebre storia di Lovecraft.

56)“A night at the rest area” di Saki Muramoto: altro corto d’animazione, ambientato in un’area di servizio popolata da animali antropomorfi delicatamente disegnati. (Piccola postilla: tutti i corti di cui ho parlato sono/erano su MyMoviesOne)

55)“Escape From Eden” di Lampros Kordolaimis: su Youtube ho trovato questo cortometraggio sperimentale di animazione in stop-motion, insieme a molti a diversi altri corti del regista usciti nel 2024. Ho preso questo come “simbolo”, in quanto è il più apprezzato su Letterboxd. Un’animazione grottesca, disturbante, quasi mostruosamente carnale e piena zeppa di simbolismi ma indubbiamente diretta con uno stile personale. Animazione estrema.

54)“Drive-Away Dolls” di Ethan Coen: il solo Ethan, senza il fratello Joel, delude molti suoi fan dirigendo un film brevissimo che sembra una parodia dei suoi successi, mischiando tantissimi argomenti in poco tempo. Un road movie sconclusionato che ha pochi momenti brillanti al suo interno.

53)“Challengers” di Luca Guadagnino: il tennis, caro Luca, non si “gioca” in tre, ma in due o in quattro, magari … il nostro regista non studia da Hitchcock e ci regala un triangolo amoroso che forse non ha colpito solo il sottoscritto. Regia per niente originale, “Intruder” ha inventato le inquadrature “trasparenti” decenni prima. Buona la colonna sonora.

52)“Sasquatch Sunset” di David Zellner & Nathan Zellner: una commedia praticamente muta su una famiglia di simil-uomini primitivi. Divertente soltanto a tratti, irriverente soltanto in poche scene, una pellicola che vive di una buona location naturale e di un ottimo trucco.

51)“Wolfs” di Jon Watts: divertissement relegato alla sola Apple Tv, questo film è la classica storia sui cleaner, coloro che ripuliscono la scena di un crimine. Dunque, si prende molto dai vari Tarantino, Soderbergh e dai Coen. I nostri divertenti Brad Pitt e George Clooney sono i classici personaggi che prima non si sopportano, ma poi fanno squadra contro qualcosa di più grande di loro. Un film divertente e divertito, ma anche vecchio e mediocre, che forse avrebbe dovuto essere solo un mediometraggio, perché funziona molto bene per i prima 30 minuti, tutti ambientati in un’unica stanza, quella del misfatto.

50)“Deadpool & Wolverine” di Shawn Levy: mentirei se dicessi che questo film non mi ha intrattenuto o fatto ridere almeno una volta. Un giocattolone che non ha una trama, quasi letteralmente, bed è un pretesto per generare gag ed effetto nostalgia a propulsione. Vincente il duo Reynolds-Jackman.

49)“Marcello mio” di Cristophe Honoré: Chiara Mastroianni sulle orme del padre in questo strambo film autobiografico, quasi documentaristico, che gioca su cosa è vero e cosa è falso. Un omaggio al cinema di un attore immenso e che manca moltissimo al nostro cinema.

48)“La vigilia di Natale nel Paese delle Meraviglie” di Peter Baynton: un film d’animazione natalizio per i più piccini, ambientato nel Paese delle Meraviglie e con protagonisti Babbo Natale, le sue renne, Alice e la Regina di Cuori. Buone le canzoni e le animazioni.

47)“Sleep n.2” di Radu Jude: l’irriverente regista rumeno ama sperimentare e con questo documentario di appena un’ora realizza un omaggio coerente ad Andy Wharol, riprendendo con un’inquadratura fissa la sua tomba, giorno e notte, mostrando i turisti e gli animali di fronte ad essa. D’altronde Wharol, come Dalì, ha fatto della sua persona arte/merce stessa.

46)“It’s not me” di Leos Carax: altro regista irriverente, il grandioso Leos, che dirige un documentario sperimentale, autobiografico, anche basandosi su tutti i suoi precedenti lavori.

45)“Among the palms the Bomb, or: looking for reflections in the toxic field of plenty” di Lukas Marxt & Vanja Smiljanic: questo documentario dal nome impronunciabile, che ho potuto visionare su MyMoviesOne, è notevole perché è un atto di denuncia sulle conseguenze delle continue sperimentazioni della Bomba Atomica nell’area del Salton Sea, dove c’è il più grande lago della California, ormai devastato. Interessante, girato con lunghi piani sequenza, ma forse dal ritmo troppo lento.

44)“Terrifier 3” di Damien Leone: terzo capitolo della saga horror dedicata ad Art il Clown, che qui veste i panni di una sorta di crudele e inedito Babbo Natale. Il film non ha una grande trama sulla quale sorreggersi, per questo punta tutto sullo splatter, sul gore, e sulle uccisioni sempre più estreme. E riesce a vincere, da un certo punto di vista.

43)“Another End” di Pietro Messina: il film aveva tutte le potenzialità per essere una piccola perla, anche se si è andati a prendere molto da “Black Mirror”; il regista italiano, aiutato da un cast internazionale d’eccezione, dirige un delicato film di fantascienza ambientato in un futuro prossimo trattando il tema del lutto.

42)“Where we used to sleep” di Matthaus Worle: documentario rumeno visto su MyMoviesOne, che mostra gli ultimi giorni di una donna ormai anziana nella sua vecchia abitazione, nei pressi di una imponente miniera, costretta a cambiare casa per la devastazione del territorio iniziato nell’epoca di Ceaucescu. Un atto di denuncia ecologista ma anche molto malinconico.

41)“Il Gladiatore 2” di Ridley Scott: un film di intrattenimento che ha diviso molti. Forse uscito un po’ fuori tempo massimo, ma per questo capace di riunire vecchi fan e nuove generazioni. Le scene di battaglia sono grandiose. Colpiscono, ma in negativo, gli errori storici e le pacchiane scritte in inglese. Buona, tuttavia, la ricostruzione storica (gli scorci di Roma sono maestosi, imperiali). Buona prova di tutto il cast, capeggiato da un Denzel Washington nella sua forma migliore.

40)“Vampire Zombies … from Space!” di Micheal Stasko: da recuperare se si è fan dei film di serie B horror degli anni ’50 e, ancor più nel dettaglio, dei crossover di mostri, come si evince dal titolo. Molto lo splatter, sempre gradito. Folgorante il bianco e nero utilizzato.

39)“Gloria!” di Margherita Vicario: esordio per questa giovane regista italiana (e attrice) che dirige con innata grazia e sensibilità un film quasi tutto al femminile e che ha moltissima musica al suo interno. La vita di alcune ragazze, rinchiuse in un convento nei pressi di Venezia, verrà sconvolta dall’arrivo di un pianoforte e dall’imminente visita del Papa in persona. Soddisfacente il finale: distruzione per la Chiesa reazionaria!

38)“A Man Fell” di Giovanni C. Lorusso: altro giro, altro documentario da MyMoviesOne … diretto da un regista italiano, ma girato in Palestina, con precisione all’interno di un vecchio ospedale ormai dismesso e ora abitato da palestinesi in riparo dalla guerra. Quello che colpisce sono le inquadrature perfette e la fotografia mirabile, quasi espressionista. La critica che gli è stata mosse è: serve davvero estetizzare al massimo una situazione di conflitto, di guerra, di povertà e disperazione? Quasi una questione morale, io non sento di dare giudizio. Visivamente impressionante, quello è sicuro.

37)“I saw the TV glow” di Jane Schoenbrun: un fantasy-horror parecchio apprezzato in giro per il mondo; un film di formazione che, aiutato da una fotografia dai colori al neon e da effetti speciali vincenti, parla dell’identità, della sessualità, ed è un omaggio alle serie tv (mediocri) della nostra infanzia.

36)“Confidenza” di Daniele Luchetti: l’attore feticcio del regista, il nostro grande Elio Germano, interpreta un professore alle prese con un segreto pesante, che lo tormenterà per l’intera vita. Belle le atmosfere cupe, quasi da thriller, peccato per l’indecisione sul finale (ce ne mostra ben tre!).

35)“Joker – Folie à Deux” di Todd Phillips: quanto ha fatto discutere questo film! Conosco cinefili che si sono tolti dai social, per un po’ di tempo, per via delle accese discussioni … detto questo, si riprende la tecnica e lo stile del primo film, ma si aggiunge l’elemento del musical, una scelta coraggiosa e (solo a tratti) vincenti. Bello l’inizio in animazione, peccato poi abbandonata. Come spesso accade, tra chi lo ha amato e chi lo ha detestato … io sto nel mezzo!

34)“A quiete place – Day One” di Michael Sarnoski: ammetto di apprezzare parecchio questa saga sci-fi horror, giunta già al terzo capitolo, che ne risulta essere il prequel. In un cinema dove si punta sempre più all’azione, alle esplosioni, alla frenesia, “A Quiete Place” rallenta i tempi e gioca col silenzio (i mostri alieni vengono aizzati dai rumori), abituando lo spettatore odierno ad essere più paziente. In questo film ci sono molti difetti, ma è capace di intrattenere. Bello l’arrivo degli alieni a New York. <<È IL RUMORE!>>

33)“Monkey Man” di Dev Patel: il celebre attore indiano, specializzato nelle commedie, esordisce a sorpresa alla regia con un thriller d’azione fortemente debitore della saga di John Wick. Botte da orbi, dunque, ma anche un omaggio alle bellezze dell’India, nella parte centrale.

32)“Alien Romulus” di Fede Alvarez: discusso capitolo della saga di “Alien”, che cerca di avvicinare un pubblico più giovane utilizzando un cast di soli attori under 30. Cerca pure di richiamare e collegarsi con trama e atmosfere allo storico primo storico film, riuscendoci solo in parte, tra ingenuità e scene visivamente riuscite.  

31)“In a violente nature” di Chris Nash: un horror molto particolare perché prende quasi tutto da “Venerdì 13”, ma lo unisce ai film più lenti di Gus Van Sant. Non mancano le scene disturbanti, di una violenza quasi inaudita, ma non mancano neppure i lunghi piani sequenza con i personaggi ripresi di spalle. Interessante, poi, il discorso sulla natura.

30)“The Last Showgirl” di Gia Coppola: operazione nata forse più per far vincere premi a una Pamela Anderson mai così brava; un film che ricorda fin troppo “The Wrestler” (ma al femminile) o il recente “Anora”, se non addirittura “Pearl”. Non ci si inventa nulla di nuovo, dunque, ma apprezzo sempre questi film dove viene mostrata una decadente esistenza difficile, se non impossibile, vissuta in terra statunitense. Gia Coppola, nipote del grande Francis, ha il pregio di dirigere con delicatezza (un po’ come sua zia) e la scaltrezza di far durare il film solo 1h20m, evitando di appesantirlo.

29)“I Dannati” di Roberto Minervini: coproduzione italo-statunitense. Siamo negli Stati Uniti d’America durante la Guerra Civile e un gruppo di soldati nordisti deve mappare alcuni desolati territori dell’Ovest. Film che appartiene di fatto allo “Slow Cinema”, al cinema più lento, ma capace di regalarci scene girate molto bene e fotografate con luce naturale. Il risultato è una sensazione di realismo impressionante.

28)“Saturday Night Live” di Jason Reitman: i 90 frenetici minuti che anticipano la prima messa in onda dello storico programma comico newyorkese. Ritmo frenetico, forsennato, attori giovani in parte, l’ansia che sale. C’è in ballo un appuntamento con la storia. Da vedere assolutamente.

27)“Caracas” di Marco D’Amore: diretto e recitato dallo stesso D’Amore (attore di “Gomorra”), ma capitanato da un immenso Toni Servillo. Un film molto particolare, ambientato nella Napoli più povera, che gioca con la realtà e con la finzione e che parla di tantissime altre cose, dal ruolo dello scrittore, alla società, passando per l’eterno fascismo. Colpisce, e non poco.

26)“The Devil’s Bath” di Veronika Franz & Severin Fiala: questa consolidata coppia di registi austriaci è una sicurezza. Anche con questo film folkloristico fanno centro, raccontando le credenze di un popolo e le difficoltà di una nuova vita coniugale, unendo il tutto a una tensione man mano sempre più palpabile. Quasi horror la sequenza finale, che lascia a bocca aperta. Location boschive d’impatto.

25)“A Fidai Film” di Kamal Aljafari: documentario sperimentale palestinese che racconta della distruzione dell’archivio palestinese a Beirut, nel 1982, a seguito dei tremendi bombardamenti sionisti in terra libanese. Un film sulla memoria importante e visivamente incredibile, a tratti.

24)“Dahomey” di Mati Diop: altro documentario, diretto questa volta da una regista francese giovane e sempre interessante. Film che ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino, nel 2024, e per un documentario non è roba da poco. Si parla del ritorno in patria, nel Mali, per una serie di manufatti locali rubati dai colonizzatori francesi e portati via, al loro arrivo. La cosa interessante è aver fatto prendere vita, come narratori, anche ad un paio di statue, aggiungendo quel tocco grottesco che eleva il documentario!

23)“Abiding Nowhere” di Tsai Ming-Liang: il mio regista preferito continua la sua serie sul “camminatore”, giunta ora al decimo capitolo, e che vede un uomo rasato e vestito con una tunica rossa che si muove letteralmente a passo di lumaca, sempre rigorosamente a piedi nudi. A Washington, il mitico Lee Kang-Sheng (l’attore feticcio del nostro regista), si muove tra luoghi iconici e strade secondarie; parallelamente, Anong (già visto in “Days”), si muove anch’egli fino ad incrociarsi, forse, col nostro camminatore. Inquadrature perfette, ritmo lentissimo, siete avvisati. Meditativo.  

22)“Chime” di Kiyoshi Kurosawa: un mediometraggio horror di una quarantina di minuti che sembra partire come un film di cucina (!), per poi passare ad una storia di fantasmi. Un lavoro che solo un regista come questo poteva fare, riuscendo ad essere sempre spaventoso e mai banale, raccontando la società odierna come pochi altri colleghi. E non è l’unico film di questo geniale regista presente in classifica!

21)“MaXXXine” di Ti West: l’ultimo capitolo di questa iconica trilogia, interpretata dall’immensa eroina Mia Goth, è un omaggio al cinema horror degli anni ’70, ma non solo: anche ad Hollywood intesa come industria, al nostro Argento, a Psycho e ai film erotici del cosiddetto Periodo d’Oro. Un thriller (non più un horror, questa volta) come non se ne girano più, fotografato divinamente e anche accusatorio verso gli estremismi religiosi.

20)“Dune – parte 2” di Denis Villeneuve: il regista canadese realizza un seguito del suo primo capitolo di questa nuova versione della saga fantascientifica per eccellenza. Migliorando ogni aspetto del primo film, realizza un sequel fotografato in maniera perfetta, con molta più azione e con i vermi del deserto sfruttati ancora meglio. Aspetto il terzo capitolo “Dune: Messiah” con ansia.

19)“Parthenope” di Paolo Sorrentino: c’è chi lo ha esaltato e chi lo ha detestato, per sapere la mia vi rimando alla mia analisi: adieu au cinéma: PARTHENOPE DI PAOLO SORRENTINO: TRA MITO, RIMANDI CLASSICI E PERFEZIONE TECNICA.

18)“The Fall Guy” di David Leitch: un sentito omaggio al (pericoloso) lavoro degli stuntmen. Un action comedy veramente adrenalinico e spassoso. Iconica tutta la sequenza con l’unicorno. Grandioso Ryan Gosling, bravissima come sempre Emily Blunt e altrettanto bravo Aaron Taylor-Johnson nel farsi odiare. Una piccola perla da non perdere per nessun motivo! Su Sky.

17)“Vermiglio” di Maura Delpero: film giustamente premiato a Venezia e candidato anche ai Golden Globe. Un film che richiama i vecchi film di Olmi, lenti, meditativi, realistici e immersi nella natura. Qui siamo in Trentino, si parla in dialetto, e abbiamo a che fare con una famiglia nel contesto della Seconda Guerra Mondiale. Inquadrature memorabili. Solo applausi per quest’altro ottimo lavoro della nostra Delpero.

16)“Cloud” di Kiyoshi Kurosawa: eccolo di nuovo il Maestro giapponese che, con questo film, denuncia la società di oggi, convinta di ottenere tutto truffando e con due semplici click. Il film è incredibile per come cambi pelle in continuazione, si parte da una base drammatica, si passa al thriller, si prosegue con l’home invasion, si arriva a toccare il western e si chiude quasi con l’horror. Semplicemente una lezione di cinema.

15)“From Ground Zero” di A.A.V.V.: su MyMoviesOne ho visto quello che è il miglior documentario dell’anno, girato e ambientato in Palestina. Una serie di numerosi cortometraggi girati ognuno con uno stile diverso, ma tutti autobiografici e ambientati nel bel mezzo del genocidio: c’è quello drammatico, ovvio, ma anche il corto d’animazione, uno con le marionette, un altro perfino musicale. L’insieme è meraviglioso, straziante, ma l’unico avvertimento che mi sento di dare è che questo film è veramente devastante, fa malissimo al cuore, forse sarebbe meglio perfino prenderlo a piccole dosi. Due ore di fila sono forse insostenibili. Devastante.

14)“The Apprentice – alle origini di Trump” di Ali Abbasi: di questo divisivo film biografico ne ho parlato recentemente in questa breve recensione: adieu au cinéma: IL FILM SU DONALD TRUMP: THE APPRENTICE!

13)“La stanza accanto” di Pedro Almodovar: il Maestro spagnolo al suo primo lungometraggio in lingua inglese. Un dramma che tratta il tema dell’accettazione del lutto capace di vincere il Leone d’Oro a Venezia. Visivamente impossibile da criticare, forse si perde un po’ narrativamente, man mano che la storia va avanti. Julianne Moore e Tilda Swinton sono due dee. Geniale l’omaggio al racconto “I morti” di Joyce. <<Cade la neve. Nella solitaria piscina che mai usammo. Nel bosco, dove passeggiammo e tu ti sdraiasti, esausta, sul suolo. Cade sopra tua figlia e sopra di me, sopra tutti i vivi e i morti.>>

12)“Rumours” di Guy Maddin & Galen Johnson: geniale commedia horror, dai tratti grotteschi, ambientata durante un summit dei politici del G7. I Capi di Stato si troveranno alle prese con una apocalisse zombie. Caratterizzazione di ogni politico semplicemente perfetta, satirica al punto giusto. Parecchio strambo il finale.

11)“Kinds of kindness” di Yorgos Lanthimos: film a episodi con gran parte del cast di “Povere Creature!”. Il primo capitolo è il migliore, il secondo sempre su buoni livelli, il terzo non mi ha appagato del tutto. Ne ho parlato nel dettaglio qui: Facebook

10)“Mads” di David Moreau: un horror di infetti girato in un unico piano-sequenza all’interno di un intero quartiere di una città francese. Non colpisce soltanto per l’arduo metodo in cui è stato girato, ma anche per la critica che si vuol fare ai giovani e alla loro vita povera, effimera, senza valori. Un lavoro tra i più interessanti usciti nel 2024 e un sicuro Cult futuro nel suo genere.

9)“Grand Tour” di Miguel Gomes: il regista portoghese realizza un road movie in giro per tutta l’Asia, narrando la storia di un amore (im)possibile agli inizi del Novecento. Lei cerca lui, innamorata, mentre lui scappa, quasi senza un motivo. Alla fine, il dramma. Nel mezzo, un film dalla doppia anima: prima viene mostrato solo lui, nella seconda parte lei; si alterna il bianco e nero e il colore; si vedono le loro storie, poi c’è una voce narrante durante scene di vita quotidiana filmata ai giorni nostri. Poesia allo stato puro.

8)“Civil War” di Alex Garland: un film che mostra una non molto improbabile Guerra Civile in tutti gli States dei giorni nostri è di per sé un film che non potevo non amare in partenza. Un road movie con un gruppo di giornalisti con l’obiettivo di arrivare alla Casa Bianca per filmare quello che nessun altro ha il coraggio di filmare. Un film crudo, psicologicamente violento, recitato benissimo soprattutto da Kristen Dunst e Jesse Plemons. Il finale, con quella sorta di passaggio di testimone, è il simbolo della spietatezza di un paese. Gli Stati Uniti d’America non esistono più, e io non potevo non amarlo.

7)“Giurato n.2” di Clint Eastwood: probabilmente l’ultimo film del Maestro. E che ultimo ballo. Un film sulla giustizia, perfettamente coerente con le storie sulla moralità che Clint ha da sempre raccontato. Cosa faresti se venissi chiamato a fare il giurato in un processo dove il colpevole, in realtà, sei proprio tu stesso? Clint non copia da Lumet (“La parola ai giurati”), come hanno detto alcuni, ma ne comprende la lezione per scaturire nuove domande e interrogativi morali. Finale da incorniciare. La fine di un’era.

6)“The Substance” di Coralie Fargeat: un body horror che non sarà poi così tanto originale, prendendo non solo dai maestri del genere Yuzna e Cronenberg, ma da tutta una serie di film divenuti cult … ma che ce ne importa, quando le immagini sono così stupende, da incorniciare. Trucco a livelli incredibili. Demi Moore pronta per vincere un Oscar con una prova inedita, vissuta, disgustosa; la giovane Margaret Qualley che si consacra come nuova stella del cinema. Un horror che distrugge Hollywood e che con il finale esplicito sulla Walk of Fame chiude un cerchio iniziato con l’incipit stesso del film. Mostruoso. 

5)“Longlegs” di Oz Perkins: ancora più bello questo piccolo capolavoro che fonde il thriller con l’horror esoterico. Un Nicolas Cage inedito, poi, sugella il tutto. Atmosfere malsane. L’ho già recensito qui: adieu au cinéma: LONGLEGS - LA CONSACRAZIONE DI OZ PERKINS

4)“Anora” di Sean Baker: un film di una delicatezza unica. Mikey Madison diventa grande interpretando la giovane sex worker Anora, detta ‘Ani’, in un film debitore del cinema realista di Loach, ma anche del nostro Fellini (“Le notti di Cabiria”). L’ho approfonditamente recensito qui: adieu au cinéma: ANORA, DAI BASSIFONDI ALLA PALMA D'ORO

3)“Megalopolis” di Francis Ford Coppola: un film sul quale non ho scritto nulla perché è di una complessità unica e merita di essere visto più volte per essere compreso del tutto. Eppure, un lavoro affascinante, sofferto (doveva uscire negli anni ’70), eppure critico verso una società allo sbaraglio. Podio più che meritato. Grazie, Francis.

2)“Furiosa: a Mad Max Saga” di George Miller: semplicemente un film d’intrattenimento perfetto … tecnicamente, visivamente, narrativamente tutto funziona alla perfezione. Essendo un prequel la storia la conosciamo già, eppure riesce lo stesso a tenerti in tensione per tutto il tempo come solo un esperto del settore come Miller sa fare. Sarà che questo film l’ho visto completamente da solo in sala – non mi era mai successo – ma l’ho amato ancor più del capolavoro “Fury Road”. Qui la mia recensione completa: (1) Facebook

1)“Nosferatu” di Robert Eggers: il giovane regista britannico aveva due mostri sacri da superare, la versione del 1922 di Murnau e quella del 1979 di Herzog, mica pizza e fichi. Ci sarà riuscito? Beh, se l’ho messo al primo posto del 2024, questo suo remake, un motivo di certo ci sarà … qui la mia recensione più seria e articolata: Facebook

CONSIDERAZIONI: il 2024 è stato un notevole anno, dal punto di vista cinematografico, anche se lontano anni luce dalla qualità eccelsa di un 2019 o 2023. Il 2024 è stato l’anno del cinema di genere, di intrattenimento, in particolar modo dell’horror. Nella mia top 10, infatti, così come in quella di molti, sono presenti diverse pellicole cosiddette "dell’orrore", nel mio caso ben 4 su 10 ne fanno parte! Il grande assente in questa mia classifica è senza ombra di dubbio “The Brutalist” che, mentre scrivo, è a soli una quindicina di giorni dall’uscita in Italia. Il film, già acclamato nel resto del mondo, sarà sicuro protagonista a marzo, nella serata degli Oscar.

CLASSIFICA DI 120 DISCHI DEL 2025 DAL PEGGIORE AL MIGLIORE

120) Addison Rae con “Addison”: questa giovane di 25 anni fa il pop come non lo intendo io, caotico e con testi banali, che inneggiano tutto...