Dopo il successo dello scorso anno del film di Walter Salles “Io sono ancora qui”, il cinema brasiliano, che sta vivendo un nuovo periodo d’oro dopo i primi anni duemila (“Central do Brasil”, 1998, City of God”, 2002), ci sforna un altro capolavoro con questo “L’Agente Segreto”; un’altra epopea ambientata, ancora una volta, durante la Dittatura Militare, più precisamente nel 1977.
Il film, infatti, si apre con la scritta “La nostra storia si svolge nel Brasile del 1977, un’epoca piena di bizzarrie”. Da qui in poi si dipana una storia grottesca, dura, che fa dell’umorismo nero e dell’impegno politico i suoi punti di forza. Bisogna credere alle stramberie che vediamo, altrimenti non si può godere di quest’opera già immensa. Bisogna entrare nell’ottica surrealista di una vicenda verosimile al medesimo tempo. E la prima di queste stranezze si trova proprio nella scena di apertura, degna dei migliori western di Sergio Leone. Una pompa di benzina, un cadavere coperto soltanto da un cartone buttato sopra, e un maggiolino giallo che arriva, guidato da colui che sarà il protagonista del film, Armando. L’uomo che lo serve alla stazione gli dice che il corpo è lì da giorni e che la polizia non ha fatto nulla poiché occupata col carnevale. Appena nominata, la polizia compare come per magia. Il dettaglio fugace di una macchia di sangue sulla camicia di uno dei due poliziotti è emblematico; la richiesta di una mancia, dopo una ispezione alla macchina del nostro, altrettanto. Della polizia non ci si può fidare!
TRAMA:
diamo anche un accenno alla trama. Armando sta fuggendo dal temibile uomo d’affari, Ghirotti, che lo vuole morto dopo una diatriba avvenuta anni prima, quando Armando era ricercatore e inventore presso il suo reparto in un’università. Da quel litigio, di cui apprendiamo tramite un flashback, comprendiamo le differenze di ricchezza tra Nord e Sud, un po’ come qui in Italia, ma rovesciate dal punto di vista geografico. Perciò, l’uomo si nasconde in una sorta di comune per rifugiati politici gestita da Dona Sebastiana, una simpatica vecchietta, che gli dà a disposizione un appartamento con gatto siamese annesso. Armando ha un figlio piccolo, ossessionato dal film di Spielberg “Lo Squalo”, avuto da Fátima, la donna della sua vita, purtroppo morta dopo una febbre alta. In questa comune Armando stringe diverse amicizie con altre persone sulla sua stessa barca e ottiene un lavoro, sotto il falso nome di Marcelo, in un ex archivio ora divenuto commissariato. Ironico il fatto che lavori, dunque, per un altro uomo pericoloso come Euclides e i suoi due figli-scagnozzi, che formano quasi una triade fascista. Armando, per ottenere dei passaporti al fine di lasciare il paese con il figlio, confessa la sua storia a una sorta di volontari di un programma di protezione testimoni. Proprio in quel momento, però, scopre che due killer sono sulle sue tracce.
COLPO DI GENIO:
ciò che differenzia maggiormente questo film da “Io sono ancora qui” è il fatto che quello fosse una epopea familiare tutto sommato lineare, raccontato dal punto di vista della madre e dei figli; questo qui, invece, ha il colpo di genio di essere narrato dal punto di vista di una delle due ragazze che stanno ascoltando delle vecchie cassette con le confessioni di Armando e di altri personaggi della storia, andando a creare una storia di vero/non vero davvero geniale e interessante. Il film, dunque, parla anche di memoria, ricerca, della storia di un paese intero e della difficoltà di ricostruire la verità, soprattutto per gli storici. Emblematico il fatto che ad occuparsene siano dei giovani, per di più ostacolati dai più grandi, da chi ha vissuto quel periodo (come intuiamo da un dialogo finale). Un’altra differenza sostanziale è che il film del 2024 entra più a contatto con la dittatura militare vera e propria, mostrando la dura vita del carcere a quel tempo, mentre questo si focalizza più sull’anarchia a stampo mafioso che una dittatura può portare e sostenere, cibandosene. La dittatura militare è presente anche in questo caso, certo, ma è più una presenza offuscata, che ti osserva, proprio come il ritratto del Presidente Ernesto Geisel ripreso più volte con diversi zoom nel corso del film.
PERSONAGGI:
uno dei punti a favore del film, ma allo stesso tempo a sfavore, è la creazione di decine e decine di personaggi veramente memorabili. Ognuno poteva avere un film a sé. Un po’ come i personaggi memorabili dei film di Tarantino o dei fratelli Coen. Non esagero. Dai tre killer fino a Dona Sebastiana, passando per Alexandre e Hans, ognuno di essi ha una caratterizzazione fortissima e si vede come il regista abbia pensato a ogni dettaglio per rendere ognuno di questi personaggi il più epico possibile!
SURREALISMO:
questo lavoro è la cosa più vicina al cinema di Lynch che il Brasile ci abbia regalato da diverso tempo a questa parte. Dopo una introduzione quasi fiabesca, il surrealismo fa da padrone l’intera storia. Anzi, meglio chiamarlo “Realismo Magico”, visto che siamo in Sudamerica! Impossibile non menzionare la gamba umana mozzata trovata all’interno dello stomaco di uno squalo di un istituto di “Oceanografia”. (Espediente che giustifica la riproposizione del film di Spielberg, Lo Squalo, nei cinema). Mi ha ricordato molto l’orecchio mozzato e in decomposizione di “Velluto Blu”. A nessuno interessa l’appartenenza di questo arto, a partire dalla studiosa, che è interessata soltanto a preservare l’animale. Che poi, se si nota bene, la gamba potrebbe appartenere a uno studente disperso da tempo, come notano svogliatamente i due killer Bobbi e Augusto. Da quel momento in poi i media brasiliani creeranno un vero e proprio mito sulla <<Gamba Pelosa>>, che una notte colpirà (letteralmente) perfino degli omosessuali in un parco della città! Un espediente che è del tutto realistico, perché in quegli anni, in Brasile, c'era davvero quella leggenda metropolitana, che ha addirittura portato ad una serie di libri per bambini!
SIMBOLISMI:
parecchi sono i simbolismi nel film, penso alle iconografie cattoliche, di cui il Brasile è pregno; il film ci gioca tanto e ironizza sul fatto che nei luoghi dove sono presenti, ad esempio come gli edifici pubblici, il messaggio di Gesù di <<fare del bene>> venga ignorato completamente, come ad esempio nella scena della finta deposizione della donna ricca colpevole della morte del figlioletto della sua domestica. Il Carnevale, menzionato fin dalla prima scena, può essere inteso o come oppio per il popolo, <<Panem et circenses>>, o come consolazione alternativa a dei momenti storicamente bui. Dona Sebastiana, poi, secondo me, rappresenta il Brasile: accogliente per tutti come una madre, o nonna, politicamente schierata, ma anche capace di alleggerire la tensione con la sua musica e i suoi colori. Emblematica la scena della serata in casa dove, in un momento profondamente malinconico, la vecchia esclama: <<Andiamo a cambiare questo clima, mettiamo della musica!>>.
TECNICA:
il film, molto pompato a livello mediatico, ha portato a casa già diversi premi importanti, come quello della miglior regia, la <<mise en scène>> al Festival di Cannes. Non che sia una esagerazione! La tecnica di Kebler è allucinante, piena zeppa di movimenti di macchina notevoli e inquadrature memorabili. Zoom e dettagli fanno il resto. Il montaggio è grandioso, capace di passare da una scena all’altra collegandosi meravigliosamente e con dissolvenze alla “Guerre Stellari” che creano ironia e mantengono alto il tono fiabesco del tutto. Ma una menzione speciale va al sonoro, che fa diventare il film anche molto percettivo. Il Brasile è anche caos e, grazie al fantastico sonoro, questo si percepisce, come nelle scene del carnevale o nella scena dell’inseguimento finale. La colonna sonora utilizza tantissime canzoni della musica popolare, mentre le composizioni principali sono dei pezzi al pianoforte molto malinconici.
KLEBER MENDONÇA FILHO:
a proposito di regia, in pochi, forse, conosceranno il nome del regista di questo film, dunque andiamo a scoprire meglio di chi si tratta. Classe 1968, questo cineasta ha esordito prima con “Neighboring Sounds” nel 2012, poi con il più noto “Aquarius” del 2016; ma è solo con “Bacurau”, 2019, che il suo nome si afferma nella cinematografia mondiale, passando per Cannes. Il film, acclamato, racconta della invasione neocoloniale da parte di un gruppo di ricchi bianchi mercenari ai danni della popolazione di un villaggio. Quel film era una fantastica follia esplosiva. “O Agente Secreto”, con la scena della sparatoria sul finale, riprende la follia splatter di quel film e la voglia di rendere trash un momento del genere, quasi dicendoci che la dittatura È ridicola alla base. Nel 2023 aveva poi diretto il documentario “Picture of ghosts”, che parlava della città di Recife e dei suoi cinema, aspetto che ritorna anche in questa sua ultima fatica.
CITAZIONI:
grazie al personaggio di Alexandre, il suocero del protagonista, che lavora come proiezionista in un cinema, vengono citati numerosi film, da “Lo Squalo” a “Omen-Il Presagio” (Armando sembra quasi segnato da una maledizione). Non manca la locandina di “Dona Flor e i suoi due mariti”, in questa storia che sembra scritta quasi da un Jorge Amado sotto acidi. Accanto, più in risalto, c’era quella di “Pasqualino Settebellezze”, in un film che ha anche molto di Italia al suo interno; l’agente segreto del titolo, poi, non è altro che quello di una celebre serie tv!
CAST:
Oltre che per il Miglior film Internazionale (che secondo me non vincerà, perché si trova di fronte “Sentimental Value”, candidato a 9 Oscar), il film è protagonista anche nella nuova categoria di Miglior Casting. Una candidatura più che meritata perché gli attori sono tutti perfetti e bravissimi. Wagner Moura, ovviamente, ruba un po’ la scena, interpretando addirittura un doppio ruolo. Già vincitore al Golden Globe come attore in un film drammatico, oltre che a Cannes, dubito però possa avere la meglio anche in questo caso, poiché Chalamet e DiCaprio sembrano più accreditati alla vittoria finale. Ovviamente questo non va a sminuire una prova dura, complessa, memorabile, dalle mille sfaccettature. Una menzione d’onore va al grande Udo Kier, storico attore di serie B, che qui è al suo ultimo ruolo, dato che è morto poco dopo le riprese. Nel film precedente del regista, “Bacurau”, era il cattivo, spietatissimo, in questo caso il suo minutaggio è ridotto, ma ciò non si percepisce affatto anche perché riesce a rendere la sua unica scena davvero memorabile, interpretando un ebreo scampato alla macchina della morte nazista, ma scambiato dai fascisti Euclides e figli, a causa della loro ignoranza, per un autentico soldato tedesco della WWII pieno zeppo di ferite. Vorrei chiudere questo post dedicandolo, nel mio piccolo, proprio a questo compianto, grandissimo attore.
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