PARTE PRIMA: OBSESSION
Bear è (quasi) segretamente innamorato di Nikki, sua amica
d’infanzia. Bear è un ragazzo impacciato e introverso. Non è cattivo, anzi. All’inizio fa molta tenerezza, ma capiamo anche che c’è qualcosa che non va
nella sua salute mentale, perché prende psicofarmaci. Ne ha l’armadietto pieno.
Lei d’altronde lo considera solo come un amico, o al massimo un fratello. Una
sera, quasi per caso, Bear compra un bastoncino dei desideri. Ovvero una
riproduzione di un ramo di salice versione giocattolo che, una volta spezzato a
metà, esaudisce un tuo desiderio. Ecco che, come per magia, la ragazza dei suoi
sogni, Nikki, adesso lo ama immensamente, anzi è presto ossessionata da lui.
Quella che all’inizio sembra una storia d’amore idilliaca, diventa presto un
incubo a occhi aperti, senza via d’uscita, con i comportamenti di lei che
diventano sempre più ossessivi, inquietanti (lei che lo fissa dormire in un
angolo della camera nel cuore della notte, tanto per fare un esempio) ed
estremi.
Semplicemente incredibile pensare che questo regista, Curry
Barker, classe ‘99, abbia solo 25 anni e che questo sia il suo esordio. Ancor
di più se pensiamo che il ragazzo è nato come comico sul web, aiutato da Cooper
Tomlinson (che in questo film interpreta l’amico del protagonista), andando a
girare cortometraggi horror comici. In Obsession, però, asciuga quasi
completamente l’ironia, che troviamo in rari frangenti.
Infine, un’altra cose incredibile è l’andazzo che sta avendo la pellicola al
botteghino: a fronte di un budget che a stento raggiunge il milione, il film ha
già incassato, nel momento in cui sto scrivendo, la cifra da capogiro di 148
milioni! Questo potrebbe portare a sequel o, come ha detto il regista stesso, a
una serie tv antologica dove ogni puntata che andrebbe ad esplorare un
desiderio differente.
Obsession è un film asfissiante, che non lascia un attimo di tregua,
soprattutto nella seconda parte.
Per questo è un film che cresce piano piano, soprattutto quando lo finisci di
vedere e lo metabolizzi.
I ruoli di vittima e carnefice si scambiano continuamente, si confondono: chi è
davvero la vittima della faccenda, Bear o Nikki? La risposta, man mano che il
film va avanti, pare evidente.
Oltretutto in uno dei pochi momenti ilari del film, un commesso del negozio dei
bastoncini fa a Bear: <<Beh, poteva andarti peggio, no?>>.
Dopotutto, Bear non ha desiderato altro che l’amore incondizionato da parte
della ragazza dei suoi sogni! Ma è questo l’amore reale? La proiezione
dell’amore che vorresti ricevere? Possedere l’altro?
Ho anche apprezzato il fatto (assurdo) che questa storia dei bastoncini venga
trattata sul serio, all’interno della storia, come fosse normale il fatto che
questi oggetti infernali esaudiscano davvero i desideri delle persone! Nessuno
cerca di minimizzare o nascondere la cosa. La lezione sembra chiara: la magia
(nera) esiste, in questo universo, e bisogna fare attenzione a ciò che si
desidera.
Geniale, inoltre, usare il bastoncino del desiderio come magguffin, farlo
vedere all’inizio e poi farlo sparire, tralasciarlo completamente, prima del
tour de force degli ultimi dieci minuti dove viene ripreso in mano dai vari
personaggi con risvolti da lasciare a bocca aperta.
Alcune trovate sono infatti geniali, ma le citerò “in
codice”, per non rivelarle del tutto a chi non ha ancora visto il film: penso
alla scena della porta, a quella del soldi, alla voce fuori campo ad invadere
la scena finale…
Altro colpo di genio è quello di far (ri)comparire, ogni
tanto, la vera Nikki, che implora pietà, invoca la morte per far finire lo
strazio che sta provando, si autoinfligge lesioni.
A tal proposito la recitazione della (semi)sconosciuta Indi Navarette è
formidabile, così come quella di Michael Johnston, capaci di mutare espressioni
nel giro di un istante. Tutto il gruppo di amici, comunque, appare
affiatato.
La possessione di Nikki ha ricordato a molti quella di Isabelle Adjani in
“Possession”, ed è un grande complimento, dato che parliamo di una delle
performance più intense della storia del cinema.
Anche la fotografia però fa il suo, poiché gioca sulle
tonalità scure, evidenziando le ombre, andando a rimarcarle sulla ragazza
posseduta, che spesso vediamo come una figura totalmente scura e dagli occhi
neri senza vita.
La colonna sonora è in bilico tra i synth anni ‘80, ormai tanto tornati di
moda, e un crescendo inquietante quasi insostenibile.
Questo film è stato un fulmine a ciel sereno in questo 2026
che non sta ancora lasciando scossoni, a meno che non si citi l’atteso ritorno
di Sam Raimi…anche da Cannes non sembrano essere stati rilasciati così tanti
film indimenticabili come gli anni passati. Staremo a vedere.
Tuttavia, Obsession non è un film perfetto, ci mancherebbe altro. Per chi è
avvezzo col genere, l’andazzo è forse ampiamente prevedibile.
La scena della macchina, ad esempio, era quanto di più telefonato ci potesse
essere. Ma funziona lo stesso, in un modo o nell’altro.
Anche il finale è forse intuibile fin dall’inizio, ma Barker è stato bravo ad
utilizzare un crescendo di tensione emotiva non indifferente, capace di colpire
anche lo spettatore meno impressionabile.
Insomma, il genere horror attualmente è quello più in salute, lo testimoniano questo film, Backrooms, Talk to me e Bring Her back, Us e Nope, Longlegs e Keeper, Sinners e Weapons, ma anche gli horror italiani…forse perché questo genere, l’horror, serve ad esorcizzare questi tempi bui, più spaventosi di tutti questi film sopracitati messi assieme, ed è l’unico cinema in grado di farlo con coraggio.
****
PARTE SECONDA: BACKROOMS
Parallelamente ad “Obsession”, l’altro grande film del
momento, anch’esso etichettabile nel genere horror, è Backrooms, film nato da
una creepypasta, leggenda metropolitana ai tempi di Internet, e già portata al
grande pubblico dallo stesso regista di questo film, Kane Parsons, grazie a dei
cortometraggi caricati sul suo profilo YouTube che hanno avuto un notevolissimo
successo. Così tanto da aver spinto la A24 a dar carta bianca al ragazzo per
poter girare il suo primo lungometraggio.
Le backrooms, per chi ancora non lo sapesse, non sono altro che stanze “sul
retro”, uno spazio nascosto, parallelo al nostro, formato da stanze simili a
uffici vuoti senza alcuna logica, con oggetti sparsi e casuali, spesso
inquietanti, e dalla mappatura che si snoda infinita e senza alcuna logica
umana. Gli spazi liminali, ad esempio lunghi corridoi vuoti dalle luci
giallastre, sono già stati trattati in film come “Shining” (i lunghi e vuoti
corridoi dell’hotel) …
In questo caso è incredible pensare che Parsons abbia
solo…vent’anni! A livello tecnico può solo che migliorare, ma il punto di
partenza è già invidiabile. La macchina da presa si muove bene tra gli spazi,
sia nelle carrellate, sia nei movimenti a 360 gradi, sia nelle scene più
movimentate e d’inseguimento.
Nulla di clamoroso, s’intende, ma neanche qualcosa di così piatto come si è
criticato.
Paradossalmente ho trovato anche le scene degli esterni ben riprese, con le
inquadrature che riempivano lo schermo, fossero quelle di un tramonto, o del
negozio ripreso da fuori oppure della periferia cittadina.
La vera impresa del giovanissimo regista era quello di creare
una storia forte e, detto brutalmente, allungare il brodo, dato che partiva
soltanto da una leggenda urbana e da cortometraggi.
Ci sarà riuscito? Secondo me, solo in parte.
Ho trovato l’evoluzione del personaggio di Clark (interpreto da Chiwetel
Ejiofor: un attore una garanzia), un aspirante architetto di mezza età,
divorziato, costretto a vivere nel grande magazzino in cui lavora (proprio il
luogo dove scopre le backrooms, al piano di sotto) - ecco, ho trovato la sua
involuzione psicologica troppo frettolosa, poco credibile, troppo esagerata.
Chi terrebbe mai una testa umana in un frigorifero?!
Ho trovato molto più riuscito il personaggio della psicologa, Mary Kline -
interpretata da una glaciale ma a tratti emotivamente scossa Renate Reinsve,
attrice norvegese che sta conquistando il mondo - molto più riuscito, anche
grazie ai flashback sulla sua infanzia, dove ci viene mostrata la sua casa e la
sua cameretta, arricchite dalle atmosfere similari alle caotiche follie delle
backrooms, anche a causa dei disturbi mentali della madre!
Il film perde proprio quando si discosta dal cortometraggio,
dunque principalmente sul finale, quando svela “il mostro”, diverso
dall’inquietante figura scheletrica del corto; mi si permetta di dire, poi, che
mostrare così nel dettaglio una creatura del genere, smonta pezzo dopo pezzo
tutta la tensione creata attraverso i lontani (?) suoni fuoricampo e la
lentezza della prima parte; la seconda, sarebbe stata più forte, vincente, se
non avesse mostrato, ma solo fatto intuire. Inoltre, il punto di forza originale
erano le riprese sgranate fatte tramite una vecchia videocamera (il film è
ambientato negli anni ‘90), che qui viene presa in mano dai personaggi solo
nella parte centrale e per un breve lasso di tempo (e forse anche il migliore
del film), quando poteva invece essere sfruttata di più, per creare ancor più
tensione!
Comunque la si pensi, Obsession e Backrooms ricordano quasi il fenomeno di
Barbie e Oppenheimer, quando quei due film si contendevano lo scettro di film
del momento, nel 2024, infrangendo ogni record d’incassi. Ad oggi entrambi
questi film che ho analizzato hanno incassato la cifra da capogiro di oltre 200
milioni di dollari (a testa!). In questo caso pare ovvio, però, che ci siano
molte più affinità di quante un film su una bambola e uno scienziato atomico
possano mai sperare d’avere.
**1/2
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