Ora che abbiamo decisamente più tempo, costretti in casa, e ora che abbiamo bisogno di distrazione, ne approfitto per consigliare rapidamente dieci film straordinari, ma lunghi, da vedere ad ogni costo, ora che ne abbiamo l'opportunità.
10) TILL MADNESS DO US PART - WANG BING
E' del 2013 l'opera del documentarista cinese più celebre al mondo; in quasi quattro ore, il regista porta alla luce il lato oscuro della Cina contemporanea, i manicomi. Se da un lato possiamo ammirare la Cina per la sua avanzata tecnologia e per la potente economia, il cineasta ci ricorda che ogni paese ha il suo lato oscuro.
9) AN ELEPHANT SITTING STILL - HU BO
Recente film, anch'esso cinese e anch'esso dalla durata di quasi quattro ore; un viaggio nella Cina contemporanea, che segue le vicende di alcuni protagonisti; della pellicola colpisce la messa in scena, la tecnica di Hu Bo, che ha girato il suo primo e ultimo film a soli trent'anni. Il film non è così pesante e l'impostazione che ricorda quella di una serie tv aiuta anche lo spettatore meno cinefilo.
8) THE WOMAN WHO LEFT - LAV DIAZ
Grazie a questo film, che ha vinto il Leone d'Oro a Venezia nel 2016, il celebre regista filippino ha trovato la notorietà in tutto il mondo. Una donna, ingiustamente incolpata, esce di galera dopo trent'anni e proverà a farsi giustizia da sola...
7) C'ERA UNA VOLTA IN AMERICA - SERGIO LEONE
C'era una volta in America. Sergio Leone. Robert De Niro. Lo trovate su Sky ... guardatelo!
6) NYMPHOMANIAC - LARS VON TRIER
Da recuperare la versione estesa di oltre cinque ore, Lars Von Trier usa il sesso per trattare la società contemporanea. Escluso l'orrendo finale, questo film resta una opera d'arte.
5) LOVE EXPOSURE - SION SONO
Tra i miei film preferiti in assoluto di un folle ma geniale regista. In quattro ore (che sembrano, purtroppo, dieci minuti) il regista giapponese parla di tutto, di desiderio, di religione, di potere. Un film d'azione indescrivibile, la storia d'amore degli anni 2000 più iconica di sempre, un film che non va spiegato ma semplicemente visto.
4) I NIBELUNGHI - FRITZ LANG
Colui che avrebbe dovuto essere a capo del cinema hitleriano, ma che ha scelto di scappare prima a Parigi e poi in America, nel 1924 ha dato alla luce un film epico, I Nibelunghi, un inno alla cultura tedesca e un caposaldo della settima arte.
3) JEANNE DIELMAN, 23 QUAI DU COMMERCE, 1080 BRUXELLES - CHANTAL AKERMAN
Capolavoro della regista belga già dall'originale titolo; questo film ci fa riflettere sulla condizione della donna negli anni '70. Un film ipnotico, che vede una madre di un ragazzo adolescente, senza la figura paterna, costretta agli obblighi domestici e alla prostituzione per tutte le quattro ore (circa) del film, una routine agghiacciante. Il finale ha influenzato tanto cinema contemporaneo.
2) SATANTANGO - BELA TARR
Capolavoro assoluto della storia del cinema del grandissimo regista ungherese Béla Tarr. Nell'anno di Pulp Fiction, il 1994, usciva anche questo film di oltre sette ore, un inno all'apocalisse. Tra le pianure ungheresi, fangose e devastate dalla pioggia, alla fine del sogno comunista, i personaggi vagano come spettri. Una vera esperienza. Non facile da digerire, non per tutti, ma un film che cambia lo spettatore.
1) SHOAH - CLAUDE LANZMANN
Documentario di oltre dieci ore, esso è un documento esaustivo su uno degli atti più atroci dell'essere umano. Vi lascio le importanti parole di Simone de Beauvoir, una delle menti più grandi del secolo scorso:
«Non è facile parlare di Shoah. C'è della magia in questo film, e la magia non si può spiegare. Abbiamo letto, dopo la guerra, un gran numero di testimonianze sui ghetti, sui campi di sterminio; ne eravamo sconvolti. Ma oggi, vedendo lo straordinario film di Claude Lanzmann, ci accorgiamo di non aver saputo niente(...) non avrei mai immaginato una simile mescolanza di orrore e di bellezza. Certo, l'una non serve a mascherare l'altro, non si tratta di estetismo: al contrario, essa lo mette in luce, con tanta inventiva e tanto rigore che siamo consci di contemplare una grande opera. Un puro capolavoro»
Visualizzazioni totali
martedì 17 marzo 2020
sabato 18 gennaio 2020
RICHARD JEWELL - RECENSIONE DEL NUOVO FILM DI CLINT EASTWOOD
Richard Jewell è obeso.
Richard Jewell vive ancora con sua madre.
Richard Jewell è un Perdente.
E' così che si apre il nuovo film di Clint Eastwood,
presentandoci la situazione del povero Richard, un ragazzo che, sul finire
degli anni '80, ambisce a diventare un poliziotto perché <<ama proteggere
la gente>>. Ma in quel periodo della sua vita, egli è ancora un umile
uomo delle pulizie in uno studio di avvocati. Ma è lì che si presenta la prima
svolta, ancora "invisibile", della sua vita, perché conosce un
avvocato, Watson Bryant, interpretato dal grande Sam Rockwell, un avvocato alle
prime armi, che lo prende subito in simpatia.
Poi, un balzo temporale - eccoci catapultati nel 1996, l'anno
delle Olimpiadi ad Atlanta, la città del nostro protagonista. Richard fa ora parte
del personale della security per i concerti nel parco più importante della
città. Un lavoro noioso, anche se egli è l'addetto più premuroso, ma anche
quello più paranoico. Una sera, però, Richard trova uno zaino sospetto sotto una
panchina. Nello stesso momento, una chiamata anonima annuncia che c'è una bomba
nel parco e che rimangono trenta minuti prima dell'esplosione. Richard s'incarica
così di avvertire più persone possibili e di creare un perimetro di sicurezza. La
bomba esplode. La vita di Richard Jewell cambia per sempre.
Richard, il giorno seguente, è subito un eroe. Ha offerte per
scrivere libri, tutti lo vogliono intervistare: ha scoperto lui la bomba, dopo
tutto. E' diventato l'uomo più famoso d'America nel giro di qualche ora. Poi,
passa qualche giorno, e tutto cambia nuovamente. L'FBI sospetta di lui. Perché
no, dopotutto? Richard da sempre desidera fare carriera, ma è stato sempre
escluso, ha una situazione particolare - vive ancora con la madre - è un
Perdente, insomma, e ha anche dei precedenti. Il paese intero, così, lo
tradisce, improvvisamente. Tutti vogliono un colpevole e, in assenza di idee,
perché non incolparlo? Tutti lo vogliono vedere sulla forca - tutti, tranne sua
madre, interpretata dalla grande Kathy Bates, candidata all'Oscar per questa
straziante performance, e l'avvocato che Richard ha conosciuto qualche anno
prima, disposto ad aiutarlo perché crede nella sua innocenza.
Con questo film biografico, ispirato alla vera storia di
Richard Jewell, Clint Eastwood, arrivato alla veneranda età di ottantanove
anni, ci fa commuovere e riflettere al medesimo tempo - da una parte c'è la
sofferenza di una famiglia, e dall'altra la curiosità di capire come Richard,
da eroe, venga additato, subito dopo, traditore della patria in assenza di
sospettati; sicuramente, il buon Clint ci fa simpatizzare con il protagonista
fin dalla prima scena - ci sembra di conoscere Richard da una vita. Il celebre regista
americano fa del patriottismo una delle fondamenta del lungometraggio, anche se
non manca una forte critica ai media e agli agenti di polizia più potenti che,
in mancanza di sospettati, non ci pensano due volte a crocifiggere un eroe.
Ne esce fuori un film grandioso, che riesce ad essere teso e
divertente - Sam Rockwell è bravissimo a sdrammatizzare in alcuni momenti - che
sembra girato da un ragazzino per la freschezza e la precisione delle
inquadrature e dei movimenti della cinepresa. Un'opera, questa, da vedere al
cinema, anche solo per la scena della bomba: sembra di assistere ad un
thriller! Eastwood nei suoi film è sempre stato impeccabile nel creare tanta
tensione, mi vengono in mente gli esempi di "Potere assoluto" o
"Gran Torino" e "Mystic River", e anche in questo caso non
è da meno.
Il casting, inoltre, è stato impeccabile: l'attore
protagonista, Paul Walter Hauser, avrebbe meritato almeno una candidatura per i
prossimi - e ormai imminenti - Premi Oscar; Sam Rockwell, nei panni
dell'avvocato di Richard, ci dimostra ancora una volta la sua versatilità
cinematografica; la Bates, come già ho scritto, era davvero in parte; da
citare, infine, una brava Olivia Wilde, che interpreta un personaggio leggermente
sopra le righe, ovvero una giornalista della città che non ci pensa due volte
ad infamare Richard e a fomentare l'odio del paese intero. Tutto il cast,
dunque, è in forma smagliante, diretto - bisogna dirlo - da un Maestro della
settima arte - e il cast riesce, in questo modo, a sostituire Hauser quando
egli non è presente nel corso della storia.
Una pellicola da recuperare a tutti i costi, uno di quei film
che non escono tutti i giorni: una vera perla rara, di questi tempi. L'unico
rimpianto è di vederlo ampiamente snobbato dalla critica, specialmente dall'Academy
(Premio Oscar). E, anche in questo caso, il potere dei media ci fa riflettere.
giovedì 2 gennaio 2020
RECENSIONE: THE LIGHTHOUSE
"Se la pallida morte col suo acuto terrore, dovesse far
dei marosi le nostre dimore, Signore, che ascolti il crepitio delle onde,
concedi la salvezza alle anime moribonde" Thomas Wake, interpretato da
Willem Dafoe.
Robert Eggers, cineasta classe 1983, mi aveva stregato - termine più che opportuno - con il suo primo lungometraggio, "The VVitch", un film horror che raccontava la storia di una giovane strega, dove il folklore si univa a una perfezione tecnica senza precedenti nel cinema horror contemporaneo; oggi, dunque, posso affermare che il regista americano ha addirittura fatto un passo avanti con il suo secondo film, "The Lighthouse".
Robert Eggers, cineasta classe 1983, mi aveva stregato - termine più che opportuno - con il suo primo lungometraggio, "The VVitch", un film horror che raccontava la storia di una giovane strega, dove il folklore si univa a una perfezione tecnica senza precedenti nel cinema horror contemporaneo; oggi, dunque, posso affermare che il regista americano ha addirittura fatto un passo avanti con il suo secondo film, "The Lighthouse".
Esso racconta la storia di un guardiano del faro in una
piccola isola e del suo nuovo (ma temporaneo) tutto fare, che aspira tuttavia a
diventare un guardiano del faro anch'egli. Che cosa rende speciale il film,
allora?
Innanzitutto, le interpretazioni monumentali di Willem Dafoe
e Robert Pattinson - il primo, da esperto e longevo attore, sa come regalare al
pubblico un'altra grandiosa interpretazione, notevolmente superiore a quella
ottima nel biopic su Van Gogh, dove interpretava alla grande proprio il pittore
stesso. Qui s'immedesima nei panni del guardiano del faro ed ex marinaio,
cambiando il suo accento e recitando con una dizione dell'inglese perfetta; il
secondo, Robert Pattinson, è qui nel ruolo della sua consacrazione: un'interpretazione
silenziosa nelle prime scene, fino alla sua "esplosione" da metà film
in avanti. Ora finiamola di ricordare Pattinson soltanto come il protagonista
di "Twilight", grazie.
E' un film, questo,
dalla messa in scena fortemente teatrale: due attori per tutto il corso
della
pellicola, una solida sceneggiatura e un'ambientazione perfetta e ben
descritta. Una storia che potremmo vedere rappresentata nei teatri, in futuro,
insomma. Ma Eggers con la sua macchina da presa dà quel tocco in più, ha
quell'estro necessario per rendere la storia in questione unica esclusivamente
sul grande schermo. Dal punto di vista tecnico, egli si conferma come uno dei
migliori registi in circolazione: è appena al suo secondo lungometraggio ma già
ricorda - e non ha nulla da invidiare - Maestri come Kubrick, Bergman, Tarr e Dreyer,
scusate se è poco!
Anche se complesso, più la vicenda narrata nel film si
sviluppa e più un senso lo spettatore riesce a coglierlo; ma non è questo un
film semplice ed immediato, anzi è un prodotto che ama giocare con lo
spettatore, tende perfino ad infastidirlo, lo ubriaca - come i due personaggi
del film, mano a mano dediti all'alcol per colpa di una tempesta che li isola
definitivamente dal resto del mondo - fino a confonderlo e a fargli vivere un
vero e proprio trip horror! The Lighthouse ha al suo interno varie chiavi di
lettura, spirituali e non, dantesche e non, ma è certo che i simboli al suo
interno sono numerosi … così come le tematiche e i temi trattati - tantissimi,
in poco meno di due ore (forse il difetto del film è proprio la sua breve
durata), come per esempio:
- La solitudine, quella che devono affrontare i due
protagonisti per tutto il corso della storia, quasi confinati e tagliati fuori
dal mondo nella piccola isola del faro.
- Razionalità vs Animalità: due elementi che caratterizzano i
due personaggi che, piano piano, cambiano totalmente aspetto, anche per colpa
del già citato alcol e della solitudine.
- La sete di potere, quella del tuttofare, che ambisce al
posto del suo "Maestro", il guardiano del faro, ed è pronto a tutto
pur di ottenerlo.
Certo è che non finiscono qui le tematiche proposte da Eggers
nel suo nuovo lavoro, poiché ce ne ripropone alcune a lui care come il
folklore, le credenze popolari (questa volta meglio dire dei marinai), una
certa mentalità retrograda di fine ottocento e la fede, secondo me la chiave
per comprendere "The Lighthouse".
Seppur ispirato da un racconto incompiuto di Edgar Allan Poe,
il film è anche una chicca per gli amanti di Lovecraft - il migliore scrittore
dell'orrore di sempre - perché ci sono sprazzi della sua creatività. Non è
sicuramente un film lovecraftiano nel vero senso del termine, ma lo scrittore è
correttamente citato e i fan, come ho detto, non possono che rimanerne
entusiasti.
In conclusione, questo 2019 è ormai agli sgoccioli e per
quanto riguarda il campo cinematografico, esso termina con una grande perla
targata Robert Eggers, che è ormai sinonimo di alta qualità: film come questo,
infatti, fanno bene al cinema. E lo spettatore, inoltre, al termine della
visione non può che dire solennemente: grazie.
28/12/19
28/12/19
lunedì 30 dicembre 2019
LA SERIE TV PIU' BELLA VISTA QUEST'ANNO
Nella piccola città di BandBridge, situata nell'Irlanda del
Nord, si trova un monumento dedicato a Francis Cozier, l'ultimo capitano della
mitica nave "Terror", della Royal Navy britannica. Essa sarà la
protagonista di questa recensione, poiché ho deciso di parlarvi della serie tv
dedicata alla celeberrima nave e al suo capitano; uscita nel 2018 per Amazon
prime essa si chiama "The Terror", riferendosi perciò non principalmente
ad un terrore astratto, ma al nome stesso della nave. Perché la vicenda è
quella di due navi di Sua Maestà la Regina Vittoria, siamo nel 1848, nel bel
mezzo dell'Età Vittoriana, ed esse sono stracolme di uomini che vogliono fare
la storia: trovare un passaggio a nord - ovest per nuove e vantaggiose rotte
commerciali e tornare da eroi in patria. Il problema? I ghiacci del profondo
nord, che bloccano e inchiodano letteralmente le navi (oltre la Terror c'è la
Erebus), e il terrificante freddo. Perciò, la serie tv parte da un vero evento
storico, molto preciso e accurato, per aggiungere l'elemento sovrannaturale, un
ALTRO terrore.
La serie tv, composta da dieci episodi, si prende il suo tempo,
esplora ogni angolo, lo spettatore non può che ascoltare immobile ogni
scricchiolio e cigolio, fino ad averne paura. La macchina da presa si aggira
per la nave con estrema esperienza, diventa un tutt'uno con essa, finché il
tempo passa, gli uomini iniziano a morire misteriosamente e il cibo inizia a
finire. A questo punto, gli uomini, insieme al capitano Cozier, sono costretti
a incamminarsi tra le gelide terre del nord, per trovare un aiuto, fronteggiare
i pericoli e razionare il cibo rimasto.
Tra i moltissimi interpreti spiccano su tutti Jared Harris,
che interpreta il già citato Cozier, regalandoci una performance davvero
mozzafiato; come non menzionare Paul Ready, che interpreta il dottore della Terror,
Goodsir; Adam Nagaitis interpreta l'arruolato Cornelius Hickey; e, infine, Nive
Nielsen, interpreta Lady Silence, una nativa dei ghiacci.
Ma sono il Capitano e Hickey i due personaggi che compiono
una totale evoluzione nel corso della serie: il primo, da capitano dedito
all'alcol, diventa un uomo deciso, finalmente maturo, con il passare del tempo,
che riesce finalmente a guidare i suoi disperati uomini; il secondo, da
semplice arruolato, diventa un disertore assetato di potere e pronto a tutto
per il suo scopo. Due personaggi davvero ben caratterizzati che compiono la
loro evoluzione a trecentosessanta gradi.
La serie tv parte piano, come ho detto, per poi crescere ed
esplodere negli episodi finali e, quando lo fa, lo spettatore non può che
rimanere senza parole, sconvolto ma appagato per l'attesa. Essa fa del suo
punto di forza proprio l'attesa, ma anche il silenzio (la colonna sonora è
praticamente assente, e anche quando c'è sembra non esserci), le
interpretazioni eccellenti degli attori da noi quasi tutti sconosciuti, la ricostruzione
storica e l'ambientazioni tra i ghiacci, oltre che ad un terrore strisciante
che si fa percepire sempre di più, episodio dopo episodio.
Basata sull'omonimo romanzo di Dan Simmons, uno scrittore
horror spesso affiancato a Stephen King, e prodotta da Ridley Scott, questa è
una serie tv che sento di consigliarvi caldamente e che ogni amante della
storia inglese, dell'avventura e dell'horror non può lasciarsi sfuggire.
"(…) Aveva portato tutte quelle navi i cui nomi sono
come gioielli sfavillanti nella notte del tempo, dal Golden Hind che tornava
coi fianchi rotondi colmi di tesori, per ricevere la visita di Sua Maestà la
Regina e uscire così dalla saga gigantesca, all'Erebus e al Terror, partiti per
altre conquiste - che non tornarono mai più."
Joseph Conrad - Cuore di tenebra, 1899, pag. 7
mercoledì 25 dicembre 2019
I MIGLIORI FILM VISTI NEL 2019
N.B. Gran parte dei film da me citati in
questo post sono stati proiettati per la prima volta lo scorso anno; tuttavia,
essi sono usciti IN ITALIA quest’anno, in ritardo rispetto al loro paese di
produzione, e quindi sono stati visti dal sottoscritto soltanto nel 2019 e, di
conseguenza, fanno parte della classifica. Quest’ultima, inoltre, ci tengo a
precisare, è puramente soggettiva, e rispecchia banalmente i miei gusti.
Nota positiva: sono riuscito a vedere la maggior parte dei film qui sotto elencati al cinema, empatizzando ancora di più con le vicende proposte.
- “The souvenir” di Joanna Hogg, 2019/USA-UK : di questo film conoscevo soltanto
l’onnipresente Tilda Swinton, che interpreta la madre della protagonista,
Julie, una aspirante regista che avrà una relazione con un uomo, la quale
diventerà tossica per entrambi.
- “Noi” di Jordan Peele, 2019/USA: dopo “Scappa – get out”, un
altro grande film politico di Peele, che sfrutta ancora il tema del razzismo
per criticare il sistema americano e la sua storia.
“Un giorno di pioggia a New York” di Woody Allen, 2019/USA:
tanto jazz, tanta pioggia, un cast stellare e una magnifica New York dei giorni
nostri fanno di questo travagliato film un piccolo bijoux.
- “Rocketman” di Dexter Fletcher, 2019/UK-USA-CAN: dopo il
biopic su Freddy Mercury, Fletcher ci regala la biografia di Elton John,
facendo un passo avanti rispetto al precedente film, aggiungendo parti di vero
e proprio musical. Interessante.
15) “Dolor y gloria” di Pedro Almodovar, 2019/SPA: in questo intimo film, che racconta la storia di un regista omosessuale in crisi con il suo passato, il celebre cineasta spagnolo dirige un grandioso Antonio Banderas, che recita come mai aveva fatto prima, firmando una interpretazione sentita e sofferta. La tv italiana dovrebbe trasmettere film come questo, piuttosto di pubblicità con una gallina e un grande attore reso irriconoscibile da tremende battute ...
14) “I morti non muoiono” di Jim Jarmusch,
2019/USA-SVE: intelligentissimo film politico, a sfondo horror, ambientato in
piena apocalisse zombie. Spassoso e profondo allo stesso tempo. Da recuperare
assolutamente.
13) “Storia di un matrimonio” di Noah
Baumbach, 2019/USA: il titolo spiega già il tema trattato nella pellicola; ma
essa andrebbe vista per le incredibili performance di Adam Driver e Scarlett
Johansson, che firmano le migliori interpretazioni della loro carreria, impersonando
una coppia nella delicata fase di divorzio.
12) “L’ufficiale e la spia” di Roman
Polanski, 2019/FRA-ITA: questa volta Polanski s’ispira a Kubrick (in particolar
modo a “Barry Lyndon”) per il suo film in costume sulla vicenda dell’affare
Dreyfus nella Francia antisemita di fine ottocento. Il J’accuse del
regista polacco è dunque un potente film politico, girato con una grazia
sopraffina, degna del vecchio Stanley, appunto.
11) “Suspiria” di Luca Guadagnino,
2018/ITA-USA: da noi uscito soltanto a Gennaio, dopo il successo di “Chiamami
col tuo nome” il buon regista italiano firma il remake del capolavoro di
Argento ispirandosi più al cinema di Zulawski (c’è tanta guerra fredda in
questo remake ambientato a Berlino) che a quello del buon vecchio Dario. Di
questo film parlerò sicuramente in futuro, perché va approfondito.
10) “Joker” di Todd Phillips, 2019/USA: ed
eccoci al film più chiacchierato dell’anno; esso mi ha colpito moltissimo più
per le sue atmosfere scorsesiane (questa Ghotam ricorda tantissimo la New York
di “Taxi Driver”) rispetto alla pur ottima interpretazione di Phoenix – ma che
in altri film ha dato il meglio di sé. Film introspettivo capace di catturare
le masse: wow!
9) “Van Gogh – sulla soglia dell’eternità”
di Julian Schnabel, 2018/USA-FRA: lo spettatore, in questo film, diventa letteralmente
il pittore olandese e viene catapultato in un mondo a contatto con la natura,
dove le sensazioni risultano l’unica cosa importante. Già immortale
l’interpretazione di Willem Dafoe. Soprendente ed emozionante.
8) “Green book” di Peter Farrelly, 2018/USA: c’è tanto jazz in questo road movie premiato con l’oscar al miglior film; una storia d’amicizia davvero emozionante e coinvolgente tra un autista e un pianista classico di colore nell’america razzista dei primi anni sessanta. Un piccolo gioiello.
7) “Midsommar” di Ari Aster, 2019/USA-SVE: in questo superbo horror ambientato nel nord europa c’è tantissima luce, cosa che non capita spesso in un film di questo genere. Un’incredibile discesa negli inferi per dei giovani amici americani, in vacanza in un paesino legato alle sue “particolari” tradizioni. Dopo “Hereditary”, il giovane regista americano continua a sconvolgere e a inquietare lo spettatore.
6) “C’era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino, 2019/USA-UK: di questo film ne ho già parlato in una apposita recensione dopo averlo visto. Dai, cos’altro aggiungere?! Quentin non perde un colpo …
8) “Green book” di Peter Farrelly, 2018/USA: c’è tanto jazz in questo road movie premiato con l’oscar al miglior film; una storia d’amicizia davvero emozionante e coinvolgente tra un autista e un pianista classico di colore nell’america razzista dei primi anni sessanta. Un piccolo gioiello.
7) “Midsommar” di Ari Aster, 2019/USA-SVE: in questo superbo horror ambientato nel nord europa c’è tantissima luce, cosa che non capita spesso in un film di questo genere. Un’incredibile discesa negli inferi per dei giovani amici americani, in vacanza in un paesino legato alle sue “particolari” tradizioni. Dopo “Hereditary”, il giovane regista americano continua a sconvolgere e a inquietare lo spettatore.
6) “C’era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino, 2019/USA-UK: di questo film ne ho già parlato in una apposita recensione dopo averlo visto. Dai, cos’altro aggiungere?! Quentin non perde un colpo …
5)“Il primo re” di Matteo Rovere,
2019/ITA-BEL: un film epico sulla storia di Romolo e Remo di un regista
italiano, per lo più recitato in protolatino e interpretato dal bravissimo
Alessandro Borghi non poteva che entrare nei piani alti di questa classifica.
4) “Vice – l’uomo nell’ombra” di Adam McKay,
2018/USA: in pieno stile del regista, questo eccentrico film biografico,
incentrato sulla vita del vicepresidente Cheney (intepretato da un
irriconoscibile Christian Bale), sa come soprendere continuamente lo spettatore;
inoltre, McKay, come per il suo precedente lavoro “La grande scommessa”, sa
come criticare il sistema americano, facendoti, però, allo stesso tempo,
empatizzare tantissimo con i personaggi.
3) “La favorita” di Yorgos Lanthimos,
2018/IRL-UK-USA: il regista greco sa come rinnovarsi, capolavoro dopo
capolavoro. Qui realizza un film in costume pieno di black humor, tipico del
cinema europeo, nonostante la produzione fortemente americana, il successo
commerciale e le vittorie agli Oscar 2019. Grandissima regia, la sua,
nonostante la giovanissima età, cosa che mi lascia incredulo ogni volta.
Maestoso.
2) “The Irishman” di Martin Scorsese,
2019/USA: dalla durata di tre ore e mezza, appena approdato sulla piattaforma
Netflix, esso rappresenta il testamento del cinema gangster del regista
americano; una vera e propria epopea. Un film stanco, volutemente lento, che si
distacca tanto da “Quei bravi ragazzi” e, infine, <<interpretato dagli
amici>> di Scorsese (De Niro, Al Pacino, Joe Pesci & Harvey Keitel).
Il film equivale ad un “C’era una volta in America” a tinte scorsesiane. Forse è da ricercare in questo capolavoro la
migliore regia, in termini tecnici, del 2019. Imponente.
1) “Parasite” di Bong Joon – Ho, 2019/CDS:
mai un film coreano aveva trionfato a Cannes; forse questo basterebbe per
scatenare la curiosità di chiunque. Ma voglio dire di più:
è difficile rammentarmi di un film di un paio d’ore che mischi alla perfezione
il dramma, la commedia, il black humor, il thriller, il giallo e, perché no,
anche l’horror … un film completo, a dir poco perfetto, che si ribalta sequenza
dopo sequenza e fa dei colpi di scena e delle trovate originali i suoi punti di
forza. L’ho già visto due volte e a ogni visione sa scuotere come se fosse la
prima. Quando dovrò rispondere, in futuro, <<cos’è un capolavoro nel
cinema?>>, allora risponderò menzionando questa pellicola.
Iscriviti a:
Post (Atom)
OBSESSION & BACKROOMS - IL FENOMENO DEL MOMENTO
PARTE PRIMA: OBSESSION Bear è (quasi) segretamente innamorato di Nikki, sua amica d’infanzia. Bear è un ragazzo impacciato e introverso. Non...
-
Se oggi sono il cinefilo che conoscete, che ha questo piccolo blog e che è più o meno bravo ad analizzare i film, ebbene questo lo devo tutt...
-
Marty è un sognatore, hanno scritto tutti. Sì, è vero, ma in parte. Marty è anche un ego...
-
0.1 Il film parte subito in quarta, spiazza lo spettatore, mostrando da una parte le azioni del gruppo rivoluzionario “French 75” di chiara ...

































