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lunedì 6 gennaio 2025

CLASSIFICA DEI LIBRI LETTI NEL 2024

MENZIONE D’ONORE: “Il richiamo di Cthulhu” di H.P.Lovecraft: non tanto per la storia in sé, che già avevo letto e che rimarrà per sempre un caposaldo dell’horror cosmico, ma per l’edizione Mondadori della collana Coralli, un acquisto obbligatorio per gli appassionati. Un’edizione tascabile, illustrata e con una copertina stupenda.

35) “Alabama” di Alessandro Barbero (2021): avevo grandi aspettative per questo romanzo, ma la scrittura di Barbero forse non fa per me. Il libro, seppur scritto benissimo (sembra davvero di sentir parlare un veterano della Guerra Civile americana, dato che l’autore ne copia perfettamente lo slang), è altresì monotono e piatto: ogni capitolo si apre sempre con le parole vomitate a raffica dal vecchissimo veterano e poi si chiude con due righe di pensieri della giovane intervistatrice evidenziati in corsivo. Il nostro Barbero continuo a preferirlo come divulgatore, anziché romanziere.

34)“Ombelicale” di Andres Neuman (2023): qui parliamo del miglior scrittore di racconti brevi dei giorni nostri … purtroppo in questo caso sceglie di scrivere un brevissimo libro di memorie, sotto forma di pensieri, legato alla nascita del primo figlio. Un lavoro figlio più della noia imposta dal lockdown che da un vero intento artistico. Molti pensieri, infatti, sono inutili o ripetitivi.

33)“Il sogno dello zio” di Fedor Dostoevskij (1859): ho preferito certamente altro del buon vecchio “Dosto”, questa novella umoristica mi ha lasciato poco o nulla.

32)“Dalla mia terra alla terra” di Sebastiao Salgado (2014): una sorta di autobiografia del maestro della fotografia in bianco e nero. Purtroppo, non abbastanza approfondita. Sembra di leggere, infatti, a grandi linee, quelle biografie in pillole che si trovano a inizio libro, solo un poco più approfondita. Da recuperare solo se si è fan dell’artista brasiliano.

31)“Giorni di grazia” di Arthur Ashe (1993): l’autobiografia del vecchio campione di tennis, primo nero campione a Wimbledon e primo campione slam dell’era Open, poi scomparso tragicamente a causa dell’AIDS. Straziante il finale.

30)“La sovrana lettrice” di Alan Bennett (2007): spassoso questo brevissimo romanzo di un autore forse più a suo agio con il teatro. Il finale, però, è davvero indimenticabile.

29)“Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach (1970): un vero classico del ‘900 più recente, questo brevissimo testo riesce sicuramente a colpire ancora oggi per la sua originalità e i discorsi filosofici e per le grandi metafore.

28)“Dialoghi in cielo” di Can Xue (1989): c’è anche un po’ di Cina in questa classifica, con Can Xue, scrittrice da anni candidata alla vittoria finale del Nobel. Questa esile raccolta di racconti è davvero stramba, molto criptica, con racconti che flirtano con le assurdità di Kafka. Mi aspettavo altro da questa autrice, ma resta una penna da approfondire.

27)“Collezione di sabbia” di Italo Calvino (1984): una raccolta di brevi saggi e recensioni del celebre scrittore ligure. Alcuni colpiscono più di altri, per forza di cose, come quelli sulla Colonna di Traiano, su un artista creatore di francobolli molto particolari, su un saggio dettagliato sulle fate e i folletti scritto da un vecchio reverendo, sul Codex Seraphinianus e molti altri ancora ...

26)“Mucchio d’ossa” di Stephen King (1998): una storia di fantasmi abbastanza classica, anche per un maestro del brivido come il Re, in questo caso. Si legge con piacere, ma non ti cambia la vita.

25)“La fuga del Signor Monde” di Georges Simenon (1945): un romanzo che non è un giallo, come si potrebbe pensare, ma un ritratto psicologico di un uomo borghese che decide di scappare da tutto e da tutti, dai suoi doveri lavorativi e dalla sua odiosa famiglia, ricominciando una nuova squallida esistenza da zero. La trama è decisamente avanti con i tempi e forse avrà influenzato altre storie come questa, perché oggi ce ne sono a iosa.

24)“Il club dei parenticidi” di Ambrose Bierce (1989): breve raccolta composta da quattro racconti, che risulta incredibilmente macabra anche ai giorni nostri, nonostante i circa centocinquanta anni sul groppone. Fidatevi di me, le descrizioni degli omicidi sono davvero disgustosi e senza alcuna pietà.  

23)“Alla gola” di Henry Hoke (2023): chiacchierato libro dalle tinte ecologiste che narra di un puma che abita proprio sotto la celebre scritta “H O L L Y W O O D” e che spesso ha a che fare con gli esseri umani che vi fanno visita. Il puma in questione non ha mai mangiato un essere umano, sarà giunto il fatidico momento? Il libro è narrato dal puma stesso, dunque in prima persona, sotto forma di poema romanzato. Le premesse sono notevoli, lo svolgimento un po’ prolisso. Se si amano gli ibridi di fiction e poesia, un esperimento da non perdere.

22)“Goethe Muore” di Thomas Bernhard (2010): una piccola raccolta di quattro racconti, che è stato anche il mio approccio a questo gigante della letteratura. I racconti sono, in questo caso, molto autobiografici (tema ricorrente della famiglia) e più di un Bernhard degli esordi.

21)“La donna mancina” di Peter Handke (1976): lo scrittore austriaco, vincitore del Nobel nel 2019, realizza un ritratto psicologico di una donna di mezza età ancora oggi molto forte, avanti coi tempi, e scritto con perizia tecnica.

20)“Questa è l’acqua” di David Foster Wallace (2009): questa raccolta è celebre per ospitare l’omonimo illuminante discorso pronunciato dallo scrittore a una cerimonia dei diplomi; inoltre, buttati in mezzo un po’ a casaccio, ci sono dei bellissimi racconti, la maggior parte degli esordi. Non ho capito soltanto la scelta di abbinare racconti di stampo satirico-psicologici e immaturi a un discorso filosofico e, al contrario, estremamente maturo.

19)“You like it darker” di Stephen King (2024): il grande ritorno di King ai racconti brevi con una raccolta davvero indimenticabile che col tempo sarà ricordata come uno dei suoi vertici in questo campo. Come da tradizione col King più recente, il sovrannaturale non serve per provocare spavento, quanto per caratterizzare il ritratto psicologico del protagonista della storia o per suscitare tanta malinconia. ‘Serpenti a sonagli’, ‘L’incubo di Danny Coughlin e ‘Due bastardi di talento’ i migliori racconti.

18)“Notizie dalle tenebre” di Joe R. Lansdale (2014): altro giro, altra raccolta. Che dire? Un altro scrittore che fa della fantasia orrorifica il suo marchio di fabbrica, rafforzato dalla sua passione sconfinata per il noir, il western, il cinema, la musica blues. ‘Mr. Orso’ e ‘La caccia: prima e dopo’ sono senza ombra di dubbio due racconti IMPRESCINDIBILI.

17)“Manodopera” di Diamela Eltit (2002): un romanzo cileno socialmente impegnato che tratta dell’alienazione sul luogo di lavoro descritta in maniera davvero originale e sorprendente, in due parti ben distinte, ma sempre in egual modo spiazzanti.

16)“McGlue” di Otessa Moshfeg (2014): arrivato con dieci anni di ritardo, in Italia, l’esordio della scrittrice di origini iraniane, che ormai, ad oggi, è già una penna affermata. Ne parlo nel dettaglio qui: (5) Facebook

15)“L’amante fedele” di Massimo Bontempelli (1953): una raccolta di racconti di realismo magico italiano, in buona sostanza, premiata col Premio Strega. Una valida alternativa ai racconti di Buzzati. Se vi piacciono quei racconti lì, allora questa raccolta è per voi indispensabile.

14)“Futbol” di Osvaldo Soriano (1998): delle storie folli, quasi tutte che hanno a che fare in maniera più o meno diretta con il calcio. Realtà, politica, fantasia e sport intrecciati da un legame indissolubile. Ho amato questa raccolta dalla prima all’ultima pagina.

13)“Vite istantanee” di Andres Neuman (2018): qui decisamente più in alto, lo scrittore argentino è al pieno della sua forma con questi geniali racconti brevi.

12)“I baffi” di Emmanuel Carrère (1986): un hitchcockiano Carrère degli esordi, ancora lontano dai lavori di non-fiction. Ne parlo in maniera più dettagliata qui: (5) Facebook

11)“La panne. Una storia ancora possibile” di Friedrich Durrenmatt (1956): un racconto inquietante e folle allo stesso tempo. Un venditore con l’auto in panne è ospite di tre pazzi ex magistrati e avvocati che decidono di metterlo a processo. Kafkiano è dir poco.

10)“Povere creature!” di Alasdair Gray (1992): incredibilmente diverso dal film di Lanthimos, capace però di condividere certe vibes. Un lavoro metaletterario a scatole cinesi che risulterà indubbiamente divertente e intrattenente per il lettore.

9)“Tennis, tv, trigonometria e tornado” di David Foster Wallace (1997): una raccolta di saggi e reportage similare a “Considera l’aragosta”. Un Wallace al meglio della sua forma vi racconterà delle sue esperienze tennistiche interrotte da un tornado, di una anonima fiera dell’Illinois, esplorerà poi con lungimiranza l’arte cinematografica di David Lynch e, infine, analizzerà il rapporto degli scrittori con la tv.  

8)“Bengodi e altri racconti” di George Saunders (1996): una raccolta di racconti fondamentale di uno degli scrittori post-modernisti più importanti di sempre. La scrittura di Saunders è qui a livelli altissimi.

7)“Midland a Stilfs” di Thomas Bernhard (1971): altra brevissima raccolta del maestro austriaco, in cui svetta il kafkiano racconto “Il mantello di loden”. Anche l’omonimo racconto, però, è da considerare un piccolo capolavoro.

6)“Luce d’agosto” di William Faulkner (1932): il sud, il lavoro, la religione, il razzismo, il doppio, il senso di colpa, tutti argomenti perennemente trattati dal premio Nobel del ‘49, maestro del genere Gotico Sudista. ‘Luce d’Agosto’ è da annoverare senza ombra di dubbio tra i suoi libri migliori. Scrittura a livelli impensabili.

5)“Il giovane Holden” di J.D. Salinger (1951): un vero classico, che finalmente ho letto (e amato). Tutti si saranno riconosciuti, almeno una volta, in Holden. Un racconto on the road, per le strade di New York, davvero avanti coi tempi, specialmente per la scrittura in prima persona, volgare e anarchica.

4)“Moby Dick” Herman Melville (1951): non soltanto un romanzo che vive d’epica (l’eterna battaglia tra il Capitano Achab e la balena bianca, in primis), ma anche un trattato naturalistico, per grandi tratti, di questo fantastico ed enorme cetaceo. Un Capolavoro di quelli che andrebbero letti almeno una volta nella vita.

3)“Lonesome Dove” di Larry McMurtry (1985): un romanzo western come oggi non se ne scrivono più. L’epica fatta romanzo. L’ho già recensito qui, nell’ultimo post dell’anno passato: adieu au cinéma: LONESOME DOVE: EPOPEA WESTERN

2)“I terrestri” di Murata Sayaka (2018): un romanzo di formazione realmente anticonformista. Una geniale storia che riesce a non mostrare mai le sue carte, nel senso che il lettore non capisce mai dove l’autrice voglia andare a parare, almeno non prima della parte finale. Raramente i romanzi riescono a incollarmi alle pagine, ma se avessi potuto questo libro lo avrei letto in un giorno solo!

1)“Compulsion” di Meyer Levin (1956): il padre dei saggi true-crime. Prima di ‘A sangue freddo’ c’era ‘Compulsion’, che ispirò Hitchcock per “Nodo alla gola”. Che storia! Terribile ma affascinante. Ne parlo in maniera esaustiva qui: (5) Facebook

domenica 29 dicembre 2024

LONESOME DOVE: EPOPEA WESTERN

È il 1985, negli Stati Uniti d'America siamo in piena epoca reganiana, ma al medesimo tempo escono due romanzi in controtendenza, due western: il più noto, “Meridiano di sangue”, scritto da Cormac McCarthy, e “Lonesome Dove”, di Larry McMurtry. Al secondo, però, spettano gli elogi maggiori, perché la critica lo premia l'anno seguente con il prestigioso Premio Pulitzer per la narrativa. Ma cosa ha spinto la giuria del Pulitzer a premiare un romanzo western proprio nel 1986, quando le storie predilette erano le scalate al successo a Wall Street? Lonesome Dove è non solo un’epopea western che raggiunge le quasi 1000 pagine, che ha al suo interno centinaia (non scherzo) di personaggi, dunque parliamo anche di un romanzo corale; è stato definito “Il signore degli anelli in salsa western”. In un certo senso può ricordarlo. Ci sono personaggi memorabili, l’epica, una missione da compiere, dei cattivi ben delineati. Non sembra di assistere ad un’opera di Sergio Leone, quanto ad una di John Ford. Gli Indiani sono i cattivi della storia, fanno paura a tutti. Popolano gli incubi degli americani, discendenti dei coloni europei. Gli indiani, i nativi, sono stati mezzi sconfitti, ma alcune terre le bazzicano ancora loro. I messicani, invece, vanno impiccati, non si va molto d’accordo con loro. È l’America divisa, vasta, immensa, rurale. È l’America crudele, individualista, dura, arida. 

Non ci sono ancora le città moderne, o se ci sono appaiono irraggiungibili (come la San Francisco desiderata ardentemente da Lorie). È già presente, tuttavia, il tema del sogno americano: i protagonisti (la compagnia) decide di spostare una vasta mandria da una zona all’altra del Paese (dal Texas al Montana, i due poli opposti degli States) in cerca di ricchezza e di un futuro migliore. 

I maschi del libro sono malinconici, piangono di nascosto, hanno quasi tutti sprecato la loro giovinezza in cerca di fama effimera. I giovani, invece, sognano di diventare dei cowboy, il premio più alto a cui un uomo possa ambire in un mondo selvaggio come quello. 

Le donne in “Lonesome Dove”, invece, sono stereotipate, ci sono tantissime prostitute. Eppure i personaggi più forti sono proprio quelli femminili, e forse anche quelli caratterizzati meglio, con tutti i loro sogni, le loro paure e il loro coraggio di voler cambiare la propria vita. Le donne, anche se succubi di un mondo maschilista (il fucile, nei western, si sa, è simbolo di virilità), sono di gran lunga più intelligenti della loro “controparte” maschile: Lorie>Jack, Elmira>July, Janey> July, ancora lui, Clara>Bob. 

Le scene maggiormente riuscite sono a sorpresa non tanto quelle di azione, ma quelle più introspettive, molto spesso intime e sempre un pizzico malinconiche. 

Esilaranti, invece, i botta e risposta tra il capitano Call e il suo braccio destro Augustus (Gus), i due principali protagonisti dell’epopea, due vecchi popolari Texas Rangers con immensa esperienza e saggezza; il primo più taciturno e pragmatico, l’altro più esuberante e divertente, sempre con la battuta pronta. I dialoghi tra loro due sono scritti benissimo e faranno divertire parecchio il lettore. 

Questo libro mi ha fatto sorridere in più punti, spesso mi ha fatto ridere, a pagina 856 mi ha fatto perfino piangere. E questo vuol dire che un libro del genere regala emozioni forti al lettore, questo è poco ma sicuro. È un libro che si prende il suo tempo, che si chiama “Lonesome Dove”, in onore della cittadina (uno sputo in mezzo al nulla) dove parte la storia ma che poi, da pagina duecento, non vediamo più: un po’ come se “Il signore degli anelli” fosse stato chiamato “La Contea”. E questa cosa mi ha fatto sorridere. Il titolo italiano, invece, “Colomba Solitaria”, è stato accantonato con il corso del tempo, per una valida ragione. 

È un libro, pensate, che poteva durare benissimo altre mille pagine, perché verso il finale c’è una accelerata ben visibile, come se McMurtry non vedesse l’ora di mettere un punto alle vicende della Compagnia - cosa che in realtà non farà mai del tutto perché continuerà a scrivere di questo mondo con un prequel, “Il cammino del morto”, dedicato all’ascesa dei nostri due Texas Rangers; e con un sequel, “Le strade di Laredo”. Larry McMurtry, capace anche di vincere un Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per il cult del 2005 “I misteri di Brockeback Mountain”, ha visto molti dei suoi romanzi trasposto felicemente per il grande schermo, come il capolavoro “L’ultimo spettacolo”, il cult “Voglia di tenerezza”, con Jack Nicholson e Shirley McLaine, il classico “Hud il selvaggio” e altri ancora. Anche Lonesome Dove è stato trasposto, ma non per il cinema, bensì per la televisione, in una lunga miniserie, con attori del calibro di Robert Duvall, Tommy Lee Jones, Danny Glover, Steve Buscemi, Anjelica Huston e Diane Laine. 

McMurtry, texano doc, si è spento non molto tempo fa, nel 2021, a 84 anni. Nella sua Archer City, una cittadina che conta soltanto poco più di mille anime e che forse ricorda un po’ l’immaginaria Lonesome Dove, lo scrittore aveva aperto nel 1987 una libreria, Booked Up, che aveva finito col contenere circa 400.000 testi (!), attirando turisti e lettori da tutto il paese. Con la sua dipartita, però, il futuro della preziosa libreria è incerto, ed è stata acquistata da un vecchio concittadino divenuto famoso per la trasmissione del programma televisivo “Casa su misura” ... 







giovedì 19 dicembre 2024

IL FILM SU DONALD TRUMP: THE APPRENTICE!

Questo film biografico del 2024 narra principalmente l’ascesa nel campo immobiliare del giovanissimo Donald J. Trump, anche e soprattutto per merito del celebre e spietato avvocato Roy Cohn, il vero e unico mentore del futuro presidente. 

Ho amato il fatto che questa pellicola giochi molto con i filtri (e sono uno che non ha amato il chiacchierato “Skinamarink” per il suo essere forzatamente patinato): la prima parte, infatti, che descrive gli anni ‘70, è classicamente patinata come i filmati in super8; la seconda, che tratta i “favolosi” anni ‘80, sembra come uscita da una vecchia VHS. 

Ali Abbasi aveva un compito molto difficile nel realizzare il biopic su Donald J. Trump, una figura così dirompente, controversa e dominante da ben mezzo secolo a questa parte. Stiamo parlando dell’Imperatore dell’Occidente, dopotutto. 

Ebbene, il regista iraniano naturalizzato danese - per di più al suo primo film in lingua inglese - se ne esce alla grande, secondo me, con una prima parte per forza di cose più coinvolgente della successiva, perché si vede la genesi del giovane e acerbo Donald; e una seconda parte più introspettiva e descrittiva  dove vengono elencati i successi e le sconfitte di Trump in tutti i campi della sua vita, da quella d’affari a quella amorosa e familiare. 

I due attori principali fanno a gara di bravura tra di loro per tutto il corso della pellicola: Sebastian Stan (il Soldato d’Inverno nei film Marvel), diventa letteralmente D.J.Trump, imitandone perfino le classiche movenze, senza sembrare patetico o forzato; ma è Jeremy Strong a rubare la scena, perché è davvero tosto, donando anima e corpo per caratterizzare al meglio il suo personaggio e farlo svettare su tutti gli altri. Per quanto possa valere, Strong “deserves a nomination”, merita una candidatura ai prossimi Premi Oscar, credetemi. E qui mi tocca aprire una piccola parentesi su chi è stato realmente Roy Cohn, nell’arco di tutta la sua vita, ovvero un celebre avvocato che ha costruito una carriera imbevuta di un fortissimo anticomunismo - è stato infatti il viceprocuratore federale nell’infame processo ai danni dei Rosenberg, oltre ad essere stato il consulente capo del temibile senatore McCarthy - e impuntata anche sulla corruzione e ritorsione, aspetti che vengono ben descritti nella prima parte di questo film, quando facciamo la sua conoscenza, insieme al giovane Trump, che a sua volta viene affascinato e stregato da questo mondo di illegalità ed eccessi. Cohn era un personaggio complesso, molto forte e autoritario ma anche (probabilmente) omosessuale, in un’epoca dove ai gay era vietato persino d’occupare rilevanti cariche pubbliche, per esempio. Un mondo, quello, combattuto ipocritamente anche dallo stesso avvocato, che nascondeva la sua “diversità”. 

A metà anni ‘80, però, dopo essere stato radiato dall’albo per quello che aveva combinato in tutti gli anni di servizio, l’avvocato si ammalò come molti di AIDS, fatto passare dallo stesso per un cancro al fegato fino all’ultimo dei suoi giorni. Molto di tutto questo viene trattato nel corso del film, rendendo questo personaggio più interessante del protagonista, per lunghi tratti. Non so quanto sia romanzato il tutto e quanta importanza abbia effettivamente avuto l’avvocato nella crescita e nella vita stessa del giovane imprenditore, ma nel film i due sono connessi da un legame quasi indissolubile. Più di amicizia, ma di certo non amore. Quasi dipendenza, però. 

Inoltre, viene ripescata anche Maria Bakalova (anche lei proveniente di recente dalla Marvel, dai Guardiani della Galassia vol. 3) per interpretare la storica prima moglie del tycoon, l’ex modella cecoslovacca Ivana. 

La regia di Abbasi è fenomenale e riesce a valorizzare i suoi virtuosismi. Gli zoom e i dettagli ricercati, invece, funzionano sempre nei film biografici. La colonna sonora è piena zeppa di grandi canzoni del periodo trattato, passando dai Suicide (70s) ai New Order (80s). Il finale è buono, ma non eccelle (ci si poteva inventare qualcosa di più, in effetti), sembra quasi la fine di una prima parte, ti aspetti quasi di vedere il “to be continued…” sullo schermo, alla fine dell’ultima inquadratura! 

Questo 2024 è stato davvero un anno dominato dall'ingombrante figura di Donald Trump, tra l'altro da poco eletto personaggio dell'anno dal "Time". Ovviamente, lo è stato a livello politico, con la netta vittoria nelle elezioni più roventi di sempre, ma anche con l'attentato nei suoi confronti e, in dosi molto più piccole, in campo artistico, con l'uscita del film appena descritto, tra l'altro a ridosso delle elezioni americane.   

Ed ecco le tre regole del successo per il duo Roy Cohn-Donald Trump, quasi un mantra in questa trasposizione: 

1) Attacca, attacca, attacca 

2) È vero quello che io dico che è vero 

3) Mai, mai, mai ammettere la sconfitta, dichiara sempre che hai vinto: SEMPRE. 


- <<Sembra la politica estera americana degli ultimi 25 anni…>>

- <<Ma a differenza di quella, questa funziona davvero.>> 



venerdì 6 dicembre 2024

ANORA, DAI BASSIFONDI ALLA PALMA D'ORO

Immaginate di essere un giovane regista, classe 1971, proveniente dal New Jersey e di avere pochissimo in mano, se non altro una smisurata passione per la settima arte, coronata dal collezionismo di vecchie locandine. Immaginate di realizzare diversi film con pochissimi mezzi, uno di questi addirittura con soli tre IPhone 5S. Arrivate però ad avere un buon riscontro della critica perché avete talento e, il vostro nuovo film, avrà addirittura un budget di 6 milioni di dollari (comunque una cifra irrisoria nel settore) … ma in qualche modo riuscite a portarvi a casa la Palma d’Oro al Festival di Cannes! Bene, è quello che è successo a Sean Baker giusto qualche mese fa. Il sogno americano, che tanto viene criticato nelle sue opere, per lui è divenuto finalmente realtà. Baker ce l’ha fatta. Il prossimo passo potrebbe essere l’oscar, chissà. 

Il film, nonostante abbia 6 milioni di budget e sia arrivato facilmente al pubblico mainstream, rispetta lo spirito indipendente del regista e riesce allo stesso tempo ad essere il suo film più maturo. Tuttavia, è il film di Baker che presenta più scene di interni, come quelle del night club e quelle nella sfarzosa villa. 

Il film si suddivide in tre parti ben distinte, nei classici tre atti: nel primo facciamo la conoscenza di Anora - che ama farsi chiamare Ani - e che lavora come spogliarellista nei classici night club americani, in questo caso nel sobborgo russo di Brooklyn, New York. Una notte, però, si presenta un giovanissimo ragazzo, Ivan - che ama farsi chiamare Vanja - in vacanza dalla lontana Russia. Anora viene chiamata per parlare con lui, poiché è di origini russe anche lei e conosce benissimo la lingua. Tra i due nasce una certa complicità e per Anora, Vanja, rappresenta un qualcosa di differente dai soliti clienti di mezza età. Successivamente la ragazza verrà invitata nella villa del giovane russo dove le verrà proposto di diventare la sua ragazza <<esclusiva>>, ma solo per 15.000 $. Vanja è in realtà il ricco figlio di una ricchissima famiglia russa, i Zacharov, dove il padre ha una non meglio specificata importanza come uomo d’affari.

Per Anora è come aver trovato la gallina dalle uova d’oro, in buona sostanza. Piano piano tra i due, a sorpresa, nasce anche un sentimento speciale. Insieme agli amici di lui, i due viaggiano con aerei privati fino a Las Vegas, dove si danno alla pazza gioia tra le suite e i casinò. Questa parte del film mi ha ricordato tanto “Spring Breakers”, il cult movie di Harmony Korine, con tanta musica a palla, divertimento, eccesso e riprese movimentate. Vanja, una sera, propone ad Anora perfino di sposarla, così da non tornare in Russia dai suoi “odiati” genitori. La ragazza accetta e i due si sposano nei più classici matrimoni-lampo di Las Vegas. 

Per Ani è come vivere in una favola, tutto per lei è un sogno ad occhi aperti. La vita non potrebbe andare meglio. 

Tuttavia, i gorilla del padre, capeggiati da Toros (un sacerdote della chiesa armena in città, nonché padrino del ragazzo) più l’armeno Ganik e il russo Igor, il quale all’inizio appare marginalmente ma che poi assumerà sempre più importanza, scoprono che il ragazzo si è sposato per davvero e intendono prelevarlo dalla villa per farlo divorziare al più presto, prima dell’arrivo dei genitori di lui. 

Il ragazzo, però, riesce in qualche modo a fuggire, lasciando Anora sola con i tre uomini, abbandonandola, forse per sempre. 

Da qui si capisce che, da colto cinefilo, “Le notti di Cabiria” ha avuto un forte impatto sulla formazione del regista, come confessato nelle interviste successive all’uscita di “Anora”. 

La parte più divertente del film ha così inizio: dopo aver distrutto mezza villa, lottando tra loro, il singolare quartetto girerà tutta la notte a New York in cerca del ragazzo, tra mille avventure grottesche e situazione disperate. Questa seconda parte del film non può che ricordare i film alla “Tutto in una notte”, però con personaggi usciti dalle migliori commedie nere dei Coen. Questa parte del film è, non esagero, davvero esilarante, come mai era accaduto nei film di Baker (si rideva, sì, ma a denti strettissimi). Qui, al contrario, si ride di gusto! Riaffiorano dunque pretesti comici già utilizzati in precedenti film dello stesso, come la scena del vomito nell’automobile, vedi “Tangerine”, ma sviluppati meglio. 

Scopriamo, piano piano, che Igor e Anora sono più simili di quello che sembrano. Sono due anime pure, semplici, alienati da una società sfruttatrice - Ani sfruttata per il suo corpo e la sua bellezza, Igor sfruttato per la sua forza fisica. Igor, per farvi capire, guida ancora la vecchia macchina di sua nonna, nonostante il lavoro dovrebbe essere quantomeno redditizio! 

Nel finale, i due si avvicineranno sempre di più, sia spiritualmente sia fisicamente, anche grazie al piccolo plot twist finale. La scena finale, di una struggente bellezza, corona il tutto e assume un significato - che va ad interpretazione da spettatore a spettatore - senz’altro più che poetico. 

Come dicevo all’inizio, il nostro Baker riesce a mantenere il suo spirito indipendente, nonostante il successo. Ebbene, ad inizio film, nelle scene del night club, gli uomini che interagiscono con la protagonista non sono comparse, bensì veri clienti ripresi “illegalmente” (così come, illegalmente parlando, aveva girato il finale de “Un sogno chiamato Florida”, nel parco giochi). Questi uomini sono stati ripresi tramite teleobiettivo, mentre l’attrice Mikey Madison era guidata dal regista tramite un auricolare nascosto. Così come la scena post-matrimonio per le strade di Las Vegas, secondo me; anche la scelta della villa è stata improvvisata, poiché il regista l’ha trovata per caso su Google maps! Il film si colloca coerentemente nella filmografia del regista, con la tematica del “sex worker” alienato quasi sempre messa in primo piano: in “Tangerine” le due protagoniste sono due transessuali; in “Un sogno chiamato Florida” la ragazza madre usava il suo corpo come espediente per sopravvivere; infine, in “Red Rocket”, il protagonista, un ex pornoattore, tornava a casa sua, in Texas, per tornare alla normalità. C’è un filo rosso che collega tutti questi film e Baker, su questo aspetto, ha compiuto un ottimo percorso. 

Per quanto riguarda la tecnica registica, i movimenti di macchina sono perfetti e i piano sequenza con i protagonisti ripresi di spalle (ricorrenti nel suo cinema) tornano alla ribalta, raggiungendo il loro apice all’interno del night club, nella parte centrale. Le inquadrature geometricamente perfette sul lungomare sono le uniche tipicamente bakieriane presenti in questo film (Baker è un maestro nello sfruttare la luce naturale e i luoghi più particolari realmente presenti nelle varie città). 

Anche in questo caso si ha un rapporto strano osservando la storia narrata: lo spettatore desidererà vivere in quel mondo lì, non può non empatizzare con i personaggi principali, anche se il mondo che viene svelato sia profondamente marcio e alienante! Mi è sempre capitato con ogni film di questo regista e anche qui ho provato la medesima sensazione. 

Ed ecco la mia interpretazione finale riguardo a questo film…la morale della favola è la seguente: solo l’unione degli ultimi, degli emarginati, può sconfiggere le brutture di questo mondo, governato da dei pochi ricchi superficiali e/o insensibili. Il messaggio non è nuovo, ma Baker lo esprime con la grazia innata del cinema indipendente. Un po’ come se Ken Loach incontrasse prima Harmony Korine e poi i fratelli Coen. 

E io non posso che dire grazie.



giovedì 21 novembre 2024

LONGLEGS - LA CONSACRAZIONE DI OZ PERKINS

 La famiglia Perkins nel campo artistico ci ha sempre saputo fare, prima con nonno Osgoord, poi con suo figlio Anthony (il grande Norman Bates di Psycho) e ora, a sua volta,  con Osgoord nipote, accorciato in “Oz” per amici e cinefili. Anche suo fratello Elvis, musicista, lavora ai suoi film, curandone la colonna sonora.

Oz, giunto al suo quarto lungometraggio, realizza un angoscioso horror mascherato, dalle premesse, da thriller poliziesco sovrannaturale, una sorta di miscuglio tra True Detective, Seven e Il silenzio degli innocenti … ma solo nelle premesse, sia chiaro! La storia parla della detective Lee Harker, semi-sensitiva alle prime armi, che la vede impegnata in un caso misterioso dell’FBI, sulle tracce di un misterioso serial killer, che si firma con il nome “Longlegs”, e che terrorizza intere famiglie, le quali si sterminano apparentemente senza motivo, senza che lui faccia nulla, visto che non è presente sul posto nel tragico momento. Come fa questo assassino a uccidere “a distanza”? Già dopo i primi minuti, l’atmosfera si fa a poco a poco angosciante e si percepisce benissimo come l’horror sia il vero genere dominante di questa pellicola. 

Basterebbe la prima scena per far capire la grandezza raggiunta da Perkins nel corso degli anni, anche solo per comprendere quanto sia abile nel suo mestiere. Il film si apre con un POV, un point of view, all’interno di una vettura. La soggettiva non è del guidatore, bensì di una seconda persona seduta sui sedili posteriori. Un sottile velo nero ci oscura leggermente la visuale. Soltanto ad un certo punto del film scopriremo, a conti fatti, che quel POV non era di un essere umano … ma di una bambola! 

Un piccolo colpo di genio (ce ne sono molti di questo tipo all’interno del film) che dimostra come Oz Perkins deve essere considerato parte del club della recente new wave dell’horror insieme ai più noti Robert Eggers, Ari Aster e Jordan Peele. Altro colpo di genio è il passare da un formato 1,33:1, con angoli smussati, per poi allungarsi piano piano ad uno più classico come il 2,39:1. Il primo formato è perfetto per rendere l’atmosfera retrò, di cui il film è pregno (non a caso Longlegs ascolta rigorosamente musica anni ‘70, con i T.Rex che svettano a sorpresa su tutto il resto!) 

Longlegs - il film - ci parla di come il male viva costantemente vicino a noi, andando a ricordare di come il Maestro Tobe Hooper ci diceva di non aprire quella porta, ovvero quel varco sottilissimo tra pazzia omicida e razionalità umana. 

Un’opera matura, concisa, che arriva dritta al punto, che riesce ad intrattenere e ad inquietare allo stesso tempo. Il titolo del film, difficile da rendere in italiano, fa probabilmente rifermento a Papà Gambalunga, il protagonista della celebre storia dove un ricco filantropo offriva la possibilità ad una giovane orfana di studiare in una università, per poi finire con lo sposarla; oppure, potrebbe riferirsi al fatto che Longlegs, un adulto, debba accovacciarsi per parlare faccia a faccia con i bambini, dicendo loro:  <<sembra che ho indossato le mie gambe lunghe, oggi>>. 

Gli attori del film, poi, aggiungono quel tocco in più, capeggiati in primis da un’ottima Maika Monroe, che interpreta la nostra stramba e acerba protagonista, guidata in primis dal suo sesto senso e dal suo misterioso legame con l’assassino; Nicolas Cage, al suo primo e - a quanto dichiarato - ultimo ruolo da serial killer, è sì notevolmente trasformato dal trucco, come avvolto da strati di cera, come se indossasse una maschera infernale, ma la sua breve performance, coerentemente sopra le righe (degna del personaggio Nick Cage creato in questi ultimi anni), è già divenuta cult, un po’ come la breve performance di Sir Anthony Hopkins nei panni di Hannibal Lecter. Il personaggio di Longlegs è molto più complesso di quello che sembra - Longlegs non è altro che un ingranaggio del sistema satanico-infernale, e parla spesso dell’<<amico del-piano-di-sotto>>. A chi si starà riferendo? A voi scoprirlo. 

Longlegs vive della pazzia interpretativa del suo attore, spesso lasciato a briglia sciolta e capace di recitare scene improvvisate, come quelle in macchina. Il personaggio e l’attore si fondono in un tutt’uno, in questo caso. Un plauso anche a Alicia Witt, che interpreta l’inquietante madre della protagonista. Blaire Underwood, che interpreta il capo della nostra, è capace di dare al suo personaggio un pizzico di ironia, in un film circondato da atmosfere cupe. 

Soltanto il finale del film può essere considerato “telefonato”, ma gli eventi mostrati erano l’unico modo di sbrogliare ogni aspetto della sceneggiatura e di chiudere ogni sotto trama. In poche parole, Perkins non aveva scelta. 

È un po’ come mettere l’ultimo tassello di un puzzle al posto giusto: sai cosa accadrà, ma sei comunque soddisfatto per il lavoro finito. 

Ora non resta che aspettare il 2025, quando uscirà il quinto lungometraggio di Oz Perkins, “La Scimmia”, tratto dall’omonimo racconto del maestro del brivido Stephen King. 



OBSESSION & BACKROOMS - IL FENOMENO DEL MOMENTO

PARTE PRIMA: OBSESSION Bear è (quasi) segretamente innamorato di Nikki, sua amica d’infanzia. Bear è un ragazzo impacciato e introverso. Non...